Siamo nel 2025 e verrebbe da pensare che, dato il notevole numero di ore in cui usiamo la tecnologia, il nostro sia un Paese alquanto digitale. Ma non è per niente così.
Tuttavia, secondo i dati Istat del 2023, il problema non riguarda solo l’Italia. È infatti emerso che su un 90% della popolazione europea che usa internet settimanalmente, solo poco più della metà (56%) possiede delle buone competenze digitali di base. L’Italia si posiziona tra i Paesi con i risultati peggiori, affiancando Romania, Bulgaria e Polonia. In testa alla classifica ci sono invece Paesi Bassi, Finlandia e Irlanda.
Ad oggi però, nonostante gli sforzi e gli ingenti investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), la Nazione presenta ancora grosse “lacune digitali” e i divari con gli altri Paesi europei sono evidenti. La sfida, però, non è solo tecnologica, ma anche culturale e sociale.
Indice articolo
Allarme digitale: l’Italia resta indietro
Il Rapporto Eurobarometro 2025 lancia un segnale d’allarme: solo il 46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base. Questo dato ci posiziona ben al di sotto della media europea (54%) e ci allontana drammaticamente dal traguardo dell’80% entro il 2030 fissato dalla Commissione Europea.
Milioni di persone sono dunque a rischio di emarginazione sociale ed economica, un problema che va oltre la semplice quantità e si estende alla qualità della vita. Il divario è generazionale: oltre il 70% degli under 30 usa quotidianamente strumenti digitali, mentre tra gli over 65 la percentuale crolla sotto il 30%.
Si tratta di un’Italia divisa anche a livello formativo: solo il 26% di chi ha la licenza media o elementare ha competenze digitali, a differenza del 68% dei laureati. Un altro dato allarmante, rilevato invece da Eurispes, riguarda la mancanza di fiducia nelle tecnologie: molti cittadini, in particolare tra gli over 60, diffidano dei servizi online per paura di truffe o per semplice impreparazione. Questo alimenta un circolo vizioso che ostacola ancora di più l’inclusione.
Le disuguaglianze digitali all’interno del Belpaese
La digitalizzazione in Italia ha un nemico in più, quasi scontato: le profonde disuguaglianze territoriali del nostro Paese. Tra Nord e Sud persistono divari netti, dovuti a differenze infrastrutturali, alla qualità del sistema scolastico e alla disponibilità di servizi digitali. Aree interne e rurali, specialmente nel Mezzogiorno, mostrano tassi di competenza e accesso drammaticamente bassi, con picchi di marginalità digitale.
A differenza delle grandi città, qui mancano una formazione digitale diffusa e un’effettiva partecipazione alle dinamiche del settore. Tuttavia, la migliore infrastruttura rispetto a gran parte del Sud offre un’importante occasione di crescita.
Anche la digitalizzazione delle imprese rivela un quadro diviso. Solo il 58% delle piccole e medie imprese italiane ha raggiunto un livello base di intensità digitale, contro una media UE del 69%. La diffusione di tecnologie innovative come l’intelligenza artificiale (6% contro il 10% UE) e il cloud computing (22% contro il 34% UE) è ancora insufficiente.
Le aziende manifatturiere invece sono mediamente più digitalizzate, mentre settori cruciali come l’agroalimentare, il turismo e l’artigianato sono in netto ritardo. A ciò si aggiunge un preoccupante divario di genere: solo il 15,7% degli specialisti ICT (i professionisti del settore) in Italia è donna, una percentuale inferiore alla media europea del 19,4%. Questo si somma alla carenza generale di specialisti, una grave e sottovalutata lacuna soprattutto nel settore pubblico.
Dati positivi e proposte per il futuro
Nonostante le criticità, l’Italia non è priva di segnali incoraggianti. Il Paese vanta infatti il primato europeo per il numero di progetti di intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione e si posiziona al sesto posto per la copertura 5G. Gli investimenti previsti dal PNRR per la transizione digitale sono i più alti tra i grandi Paesi europei, superando i 48 miliardi di euro. Il Piano Transizione 4.0 ha già mostrato un impatto positivo, con un aumento del 12% negli investimenti digitali nel manifatturiero tra il 2020 e il 2023.
Da questi ultimi dati si può dedurre chiaramente che il solo finanziamento non basta. Come evidenziato dall’Osservatorio sulla Trasformazione Digitale dell’Italia è necessario un cambio di rotta strategico. Per colmare il divario, gli esperti propongono un approccio strategico su più fronti: in primo luogo, è urgente valorizzare il ruolo di etica, inclusione e collaborazione. Questo significa assicurare un adeguato coordinamento centrale nella gestione dei progetti del Piano digitale 2026 e guidare le piccole e medie imprese nell’evoluzione digitale.
La seconda priorità si concentra sulla promozione di un approccio multidisciplinare alla formazione digitale: è essenziale quindi rafforzare l’educazione digitale a tutti i livelli, dai percorsi scolastici e universitari (proponendo corsi sull’IA e sull’etica per tutti gli studenti) fino alla formazione continua per adulti e anziani.
Infine, l’Osservatorio evidenzia la necessità di facilitare l’interoperabilità dei dati e una regolamentazione pro-innovazione. Si propone di promuovere l’interoperabilità tra le banche dati pubbliche e incentivare la condivisione sicura dei dati.
L’Italia si trova davanti a un’ultima chiamata. Il 2030 è vicino, e raggiungere l’obiettivo europeo non sarà facile. La sfida non è solo tecnologica, ma culturale: trasformare l’accesso digitale in un’opportunità di crescita inclusiva per tutti, superando i divari e costruendo un futuro in cui nessuno sia lasciato indietro.




