Il Terzo Settore può tirare un sospiro di sollievo. Con la seduta del 20 novembre il Consiglio dei ministri ha approvato la proroga al 2036 delle norme IVA che riguardano migliaia di enti non profit italiani. Una scelta che non è solo amministrativa, ma profondamente politica: significa riconoscere che la rete di volontariato, associazioni, cooperative e realtà sociali non può essere trattata come un comparto qualunque dell’economia.
Negli ultimi mesi, molte organizzazioni avevano espresso timori per il possibile passaggio al regime IVA ordinario. Una transizione che rischiava di appesantire bilanci e carichi burocratici, soprattutto per le realtà più piccole: quelle che spesso garantiscono servizi fondamentali nei quartieri, nelle periferie, nelle aree interne. Quelle che, in silenzio, sostengono comunità fragili, famiglie, anziani, persone con disabilità.
La proroga approvata dal Governo Meloni arriva dunque come un atto di ascolto. Non è solo un rinvio tecnico: è il riconoscimento che non si può chiedere al Terzo Settore di reggere il peso di un cambiamento fiscale senza prima costruire le condizioni per farlo.
Un settore che regge l’urto del sociale
Il non profit italiano gestisce asili nido, servizi socio-assistenziali, centri educativi, attività culturali e ricreative, interventi per le fragilità. Sostituisce spesso lo Stato dove lo Stato fatica ad arrivare. Impiega migliaia di lavoratori, professionisti e volontari.
Per questo, l’idea di un immediato ingresso nel regime IVA ordinario, con tutte le complessità che comporta, rischiava di mettere in difficoltà proprio le realtà più radicate nei territori. La proroga al 2036 offre a queste organizzazioni un margine di certezza, qualcosa che negli ultimi anni è mancato.
Proroga IVA: una scelta economica che è anche una scelta sociale
È evidente che la decisione ha un costo per lo Stato. Ma è altrettanto evidente che il valore restituito dai servizi del Terzo Settore – in termini di inclusione, coesione, prevenzione del disagio, supporto alle famiglie – è immensamente superiore.
La proroga, raggiunta anche grazie al prezioso lavoro svolto dai Ministri Abodi e Calderone, insieme al Viceministro Bellucci, evita l’aumento dei costi dei servizi, impedisce che ricadano sui cittadini più fragili, e permette agli enti di continuare a investire nelle loro attività senza l’ansia di una rivoluzione fiscale alle porte.
Guardare al lungo periodo
Il 2036 è una data lontana, quasi sorprendente per una proroga fiscale. Eppure è proprio questa distanza a trasmettere l’idea di un orizzonte stabile, di un impegno politico chiaro: il Terzo Settore non è un pezzo marginale dell’economia ma uno dei pilastri del welfare e della vita comunitaria italiana.
C’è tempo, ora, per ragionare su una riforma fiscale che rispetti le peculiarità degli enti non profit, senza costringerli a modelli amministrativi nati per il mondo delle imprese. C’è tempo per costruire soluzioni condivise e sostenibili.


