L’allarme del Green Skills Report 2025: la transizione corre, ma mancano i lavoratori per realizzarla

Una corsa a ostacoli tra domanda e offerta 

La corsa globale verso un’economia sostenibile si sta scontrando con un ostacolo imprevisto e, per certi versi, paradossale: il fattore umano. Mentre governi e aziende fissano obiettivi ambientali, sociali ed economici sempre più ambiziosi, dal triplicare le energie rinnovabili alla decarbonizzazione delle filiere industriali, il mercato del lavoro fatica a tenere il passo. 

È questa la fotografia preoccupante scattata dal Green Skills Report 2025 di LinkedIn. Sebbene la forza lavoro globale stia acquisendo “competenze verdi” a un ritmo costante, con una crescita del 4,3% su base annua, questa progressione non è più sufficiente a colmare una domanda che accelera in modo esponenziale.

Il rischio concreto è che la transizione ecologica rimanga una promessa sulla carta, frenata non dalla mancanza di tecnologie o capitali, ma dall’assenza di professionisti in grado di metterle in pratica.

Un divario che premia chi si specializza 

Dal report è emerso quindi che il divario tra le intenzioni e la realtà operativa si sta allargando pericolosamente. I dati del rapporto evidenziano come, tra il 2021 e il 2025, le assunzioni per ruoli che richiedono competenze green siano cresciute quasi due volte più velocemente rispetto alla quota di lavoratori che possiedono tali capacità: un tasso del 7,7% contro il già citato 4,3%. 

Tale discordanza segnala un mercato in affanno, dove le imprese competono tra di loro per assicurarsi un bacino di talenti ancora troppo ristretto. Chi possiede queste competenze gode oggi di un vantaggio competitivo notevole, con un tasso di assunzione superiore del 46,6% rispetto alla media globale. 

La metamorfosi del lavoro: competenze verdi ovunque 

È inoltre interessante notare come la natura stessa del “lavoro verde” stia mutando profondamente. Non stiamo più parlando di una nicchia riservata a scienziati ambientali o esperti di ecologia. Lo studio di LinkedIn rivela che, per la prima volta, i lavoratori con competenze verdi, impiegati in ruoli non tradizionalmente “green”, costituiscono la maggioranza, pari al 53%, delle nuove assunzioni in questo ambito.

Ingegneri, data analyst, project manager e responsabili degli acquisti sono oggi chiamati a integrare altresì criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) nelle loro mansioni quotidiane. Le competenze green le possiamo definire quindi come competenze trasversali, trasformandosi da “specializzazione verticale” a requisito fondamentale per le capacità di impresa.

Luci e ombre tra settori: dal boom delle Utilities al ritardo della Finanza 

Tuttavia, la reattività del mercato del lavoro varia drasticamente da settore a settore. Le “Utilities”, che includono la produzione di energia rinnovabile, vantano la più alta concentrazione di talenti verdi, con quasi un lavoratore su tre in possesso di almeno una competenza specifica. Al contrario, settori come la finanza, pur essendo cruciali per indirizzare i capitali verso la transizione, mostrano ancora ritardi significativi nella formazione del personale, nonostante una crescita recente delle assunzioni.

Un fenomeno emergente è poi la cosiddetta “doppia transizione”: l’intersezione tra rivoluzione digitale e sostenibilità. Il settore tecnologico sta registrando una crescita esplosiva nella domanda di competenze verdi, trainata dalla necessità di gestire l’enorme impatto energetico dell’intelligenza artificiale e dei data center.

L’analisi internazionale: quando la carenza di talenti frena il business 

Questa analisi trova una sponda autorevole nelle osservazioni della grande stampa finanziaria internazionale, che ha iniziato a trattare la carenza di competenze come un rischio macroeconomico. Il Financial Times per esempio ha recentemente evidenziato come in Europa la competizione per profili specializzati in reti elettriche e batterie stia diventando insostenibile, mettendo a rischio i tempi di realizzazione dei progetti infrastrutturali.

Analogamente, Reuters ha sottolineato come molte aziende, pur volendo rispettare le nuove normative ambientali, si trovino nell’impossibilità pratica di farlo per mancanza di ingegneri e tecnici qualificati. Invece, secondo il Wall Street Journal, negli USA la mancanza di profili green sta facendo impennare i salari. Le piccole e medie aziende ne soffrono di più, perché non riescono a offrire gli stessi stipendi delle grandi multinazionali.

Oltre il titolo di studio: colmare il gap strutturale

Il problema, dunque, non è solo quantitativo ma profondamente strutturale. Le competenze non si improvvisano e i sistemi formativi tradizionali faticano a reagire con la rapidità richiesta dai mercati. Inoltre, persiste una preoccupante disuguaglianza di genere: le donne risultano essere presenti nei settori chiave della transizione, come l’energia e le costruzioni, e hanno meno probabilità di possedere competenze green rispetto ai colleghi uomini, rischiando di essere escluse dalle nuove opportunità economiche generate dalla rivoluzione verde.

Ma cosa si intende per green skills?

Queste cosiddette “green skills” generiche rappresentano un bagaglio di abilità trasversali che spaziano dalla profonda consapevolezza delle criticità ambientali, come il cambiamento climatico, alla capacità pratica di ottimizzare le risorse riducendo gli sprechi e promuovendo il riciclo.

Integrare tali competenze significa adottare un pensiero sistemico per valutare l’impatto globale delle proprie azioni, dimostrando al contempo flessibilità e resilienza nell’abbracciare nuove tecnologie. In definitiva, possedere queste doti permette di applicare un problem solving orientato alla sostenibilità e di sfruttare gli strumenti digitali per migliorare l’efficienza energetica, rendendo ogni lavoratore un attore consapevole del cambiamento anche senza una formazione iperspecialistica.

 

Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID Foto: 2639039919 / Autore: PintoArt

 

 

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