Non si può morire in una scuola, serve una rivoluzione culturale

Un fendente, profondo, sferrato con un coltello sul lato destro del corpo. Così è deceduto a La Spezia, dopo ore di agonia, Abanoub Youssef, il diciottenne che ha trovato la morte sulla soglia della propria aula scolastica, mentre stava scappando dal suo assassino, Atif Zouhair. 

La vita spezzata di Ab, così veniva affettuosamente chiamato Abanoub dai suoi cari e dai suoi amici, rappresenta una tragedia che non lascia sgomenta soltanto la comunità ligure, bensì tutta l’opinione pubblica. Perché è inimmaginabile che un giovane venga ferito a morte a scuola, un luogo che dovrebbe essere sicuro e che ha un compito preciso: educare, formare e garantire la crescita umana e professionale delle future generazioni. Ed invece, proprio tra i banchi di un istituto scolastico si è consumata la tragedia. A distanza di giorni dall’accaduto gli interrogativi sollevati dall’efferato omicidio sono molteplici.

Ucciso da una coltellata a scuola: le domande collegate alla tragedia di Abanoub

Il primo è: perché? Secondo gli inquirenti, il movente è la gelosia. È bastata una foto postata sui social dalla vittima, nella quale compariva anche la fidanzatina dell’omicida, per far detonare la furia di Atif Zouhair. Ancora una volta, dietro ad un simile delitto si nascondono il motivo sentimentale ed una ragazza che, malgrado tutto, è stata considerata una sorta di proprietà da rivendicare e difendere. Follia. 

Ma il cortocircuito di La Spezia non può essere soltanto attribuibile ad una fotografia e ad una giovane. Quanto successo alza l’attenzione anche sulla modalità: l’assalto con una lama. Perché si moltiplicano simili episodi? 

Nelle ultime ore sono stati portati alla luce fatti di cronaca nera simili. Minori e giovani appena maggiorenni che, per uno sguardo, per una lite o per un tentativo di rapina, decidono di sferrare un attacco con un coltello ad un rivale o ad un povero sventurato.

In alcuni casi, commettendo un omicidio o lasciando paralizzato il malcapitato di turno; in altri, invece, ferendo gravemente la vittima. Che per fortuna è riuscita a sopravvivere, riportando però cicatrici fisiche e psicologiche che rimarranno per sempre. Come nel caso di Arturo, il cui dramma è stato raccontato dalla madre, Maria Luisa Iavarone, nel libro “Il coraggio delle cicatrici”. 

Un disagio crescente richiede un intervento politico

La fotografia scattata dal Viminale, purtroppo, mostra un disagio sociale crescente. L’Italia sta diventando sempre più incline ad utilizzare l’arma bianca. In primis, perché è più facile da acquistare e non necessita di alcuna autorizzazione rilasciata da un’autorità, come nel caso di un’arma da fuoco. Nel 2024, secondo il Ministero dell’Interno, le lesioni dolose, tra cui le ferite da coltello, sono aumentate del 5,8%.

Ma è un’indagine dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, anticipata da Repubblica e ripresa da diverse testate, ad offrire pennellate ancora più nere sulla tela della società italiana. Secondo la ricerca effettuata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, quasi 90 mila studenti tra i 15 e i 19 anni, pari al 3,5% dei 2,5 milioni di ragazze e ragazzi italiani, avrebbero ammesso di aver utilizzato coltelli o altre armi per intimidire qualcuno o ottenere qualcosa

Il numero è impressionante. E allora viene naturale aggiungere ulteriori punti di domanda. Che cosa si può fare? Come intervenire in un simile deserto culturale e valoriale? 

Valditara: “Serve una rivoluzione culturale”. Ma quale?

Giustamente il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha ammesso che la soluzione dei metal detector agli ingressi delle scuole, che tra le altre cose può essere avanzata dal preside o dal dirigente scolastico direttamente al prefetto, non può essere l’unica via percorribile. “Serve una rivoluzione culturale”, avrebbe tuonato il titolare del dicastero di viale Trastevere, che poi ha puntato il dito anche contro quei “genitori amici” privi di autorevolezza. 

La rivoluzione accennata dal Ministro dovrebbe però lavorare pure sulle fragilità dei giovani, proponendo un’accelerazione sull’adozione o introduzione di quei percorsi educativi, affettivi e culturali capaci di condurre le future generazioni fuori dalle sabbie mobili dei comportamenti devianti e della delinquenza. È logico che questo processo debba essere supportato da tutte le agenzie educative e dalla politica.

Il Primo Ministro, già durante il suo viaggio in estremo oriente, aveva chiesto di rimanere aggiornata costantemente sulla vicenda di La Spezia. La morte di Abanoub Youssef ha scosso anche Giorgia Meloni, a tal punto da convocare una riunione con i Ministri interessati, una volta tornata in Italia. Le misure da adottare, alcune anche urgenti, sono diverse. Come interverrà il Governo per prevenire la violenza giovanile è ancora presto. Adotterà un decreto legge o sceglierà la via di un disegno di legge, e quindi l’iter della discussione parlamentare?

Quello che è certo è che la questione da affrontare è sia delicata sia urgente. L’importante è che i decision maker, di qualunque colore siano, non si perdano dietro alle schermaglie dialettiche e alle lotte della propria corrente da rivendicare dinanzi all’elettorato. Il risultato da raggiungere non può essere solo un pacchetto di norme volte a reprimere la violenza.

Se, come affermato dal Ministro Valditara, è fondamentale avviare una rivoluzione culturale, allora serve un impegno da parte di tutti i protagonisti della società civile per educare i giovani al valore della vita. In famiglia, a scuola, all’interno di un impianto sportivo, in un centro di aggregazione e in qualsiasi luogo in cui i giovani vivono e si incontrano. Anche nel web.

Educare, del resto, ha un’etimologia chiara. Il verbo deriva dal latino educere. Quindi, trarre fuori. L’impegno di ogni attore deve essere rivolto a far emergere il valore e i valori della vita.

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