I giovani italiani sono i più dediti alla protezione e alla salvaguardia dell’ambiente. Tuttavia, non tutti i ragazzi possiedono una conoscenza completa sull’ambiente, secondo un’indagine condotta da Skuola.net e svolta in collaborazione con CONOU (Consorzio Nazionale degli Oli Minerali Usati). Da una parte i giovani si dicono preoccupati per il cambiamento, dall’altra una percentuale di loro dichiara di non essere informato su come gestire correttamente i rifiuti o di non saperne affatto.
Indice articolo
La conoscenza della Generazione Z sull’ambiente
Skuola.net insieme a CONOU ha intervistato 1500 ragazzi tra i 14 e i 24 anni per analizzare la loro conoscenza sui temi ambientali. È stato riscontrato che la maggior parte degli intervistati dimostra preoccupazione per l’ambiente ma poco preparata sulla gestione dei rifiuti e altre tematiche che riguardano l’ambiente.
Fridays for Future ha lasciato l’impronta alle nuove generazioni tanto da condizionare i loro acquisti. Infatti il 70% dei giovani dichiara che l’allarme climatico influenza fortemente i loro acquisti e abitudini. Tuttavia, l’impegno quotidiano dei ragazzi privilegia il riuso: il 36% opta per l’usato come scelta etica; il 20%, invece, ripara oggetti per evitarne lo spreco; infine, solo il 17% si concentra sul riciclo vero e proprio per generare nuove risorse.
Il 30% si sente esperto nella raccolta differenziata e smaltimento dei rifiuti, al contrario del 19% che è del tutto ignaro a riguardo. L’informazione e l’educazione anche all’interno del proprio nucleo familiare sono importanti: la divulgazione maggiore delle conoscenze ambientali avviene a scuola (39%), seguita da social, creator e pagine dedicate che sono il 22%. Solo il 10% è informato grazie ai media tradizionali come tv, radio e giornali.
Inoltre, l’agenzia ambientale CONOU che focalizza il suo interesse sullo smaltimento degli oli lubrificanti usati promuove un’informazione continua: il 72% dei ragazzi intervistati conosce la tossicità di questi rifiuti, ma solo il 66% conosce la pericolosità dei danni ambientali persistenti. La maggior parte dei giovani (98%) è rimasta meravigliata nel sapere che il recupero che effettua il CONOU sull’olio viene trasformato in nuova base lubrificante.
Tuttavia, anche il presidente del CONOU, Riccardo Piunti, riconosce la preoccupazione e la sensibilità per l’ambiente da parte dei giovani. Però, in alcuni casi questo interesse si è tramutato in ansia, un’eccessiva apprensione verso il futuro e l’incombenza del cambiamento climatico.
Eco-ansia: un problema sociale e psicologico legato all’ambiente
Legambiente parla di una nuova forma di risposta fisiologica a situazioni di stress ambientale che viene chiamata ecoansia dallo psicologo Glenn Albrecht (“la percezione che le fondamenta ecologiche della vita stiano crollando”). Il fenomeno definito ecoansia colpisce maggiormente i giovani, colpiti da un’angoscia cronica per il destino del pianeta che l’American Psychological Association descrive come una “paura persistente per l’ambiente”. Secondo The Lancet per i ragazzi dai 16 ai 25 anni il futuro appare terrificante, dichiarando sentimenti di tristezza, rabbia e impotenza a riguardo.
In particolare, In Italia, secondo le elaborazioni sui dati dell’Istituto Noto, il 72% della popolazione guarda al domani con pessimismo, preoccupata dei rapidi cambiamenti climatici. Tuttavia, non è ancora riconosciuta come diagnosi clinica, ma un malessere reale che genera ansia, paura e stress.
Susan Clayton, psicologa ambientale di riferimento, identifica quattro canali principali attraverso cui il clima influenza la psiche: i disastri improvvisi come uragani o alluvioni; i mutamenti lenti, come ondate di calore o inquinamento atmosferico che alimentano stress cronico e disturbi emotivi; le conseguenze indirette, quali crisi economiche o perdite di lavoro; e infine l’ecoansia stessa che rappresenta una risposta emotiva diffusa per il degrado globale.
Negli adolescenti, quest’ansia si somma a un contesto di incertezza generale, amplificando precarietà e tensione. Eppure, ci sono due soluzioni: il volontariato e l’attivismo ambientale. Partecipare a iniziative del genere non solo contrasta l’impotenza, ma ricostruisce legami sociali, trasforma emozioni negative in positive e promuove il benessere psicologico. La scienza concorda che agire in gruppo, piantare alberi, ripulire spazi verdi o praticare attività come la biodanza nei parchi, aiuta a superare paure e isolamento. Sono passi concreti per un riscatto personale e comunitario, che ridanno vita ad emozioni positive e speranza.
In un’era di solitudine amplificata, queste azioni rappresentano un antidoto potente attraverso la connessione tra le persone e la natura, favorendo la consapevolezza e la resilienza contro il peso del cambiamento climatico.
Immagine presa da Shutterstock: ID 2575555637




