Clima, il dietrofront di Trump isola Washington: le sfide della COP, dal cuore dell’Amazzonia alla Turchia

Ambiente e salute

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Clima, addio degli USA all'Accordo di Parigi: sfide per Europa e COP31

È ormai definitiva la decisione di Trump di recedere dall’accordo sul clima firmato nel 2015 a Parigi. La scelta dell’attuale presidente degli Stati Uniti è stata discussa a partire dai primi giorni della sua elezione. Ma la decisione, tuttavia, non coglie nessuno di sorpresa, in quanto nel 2017, durante il suo primo mandato, “The Donald” aveva già minacciato l’uscita del Paese dall’accordo sulla limitazione del riscaldamento globale firmato da Obama. Una scelta che manda un messaggio chiaro, quello di rivedere radicalmente il ruolo degli Stati Uniti nella governance ambientale globale.

Clima, che cosa significa l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi?

Washington resta uno dei maggiori contributori al riscaldamento globale e il presidente statunitense, con una linea ancora più marcata rispetto al primo mandato, ha ridimensionato il sostegno alle energie rinnovabili, tornando a puntare su gas, petrolio e carbone come perni della strategia energetica nazionale.

L’Accordo di Parigi, da lui definito «ingiusto e unilaterale», resta però il principale pilastro della diplomazia climatica internazionale. Adottato da oltre 190 Paesi, il trattato si poggia su tre pilastri: la mitigazione delle emissioni, l’adattamento agli impatti del riscaldamento globale e il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo. Recependo le indicazioni della comunità scientifica, l’intesa fissa l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e comunque ben al di sotto dei 2 gradi entro la fine del secolo.

Il percorso di uscita statunitense è stato formalizzato con l’ordine esecutivo del 20 gennaio 2025, intitolato “Putting America First in International Environmental Agreements”, che ha avviato il ritiro da ogni impegno assunto nel quadro della convenzione sul clima. Diventata ufficiale il 27 gennaio 2026, l’uscita dall’accordo ha collocato gli Stati Uniti nel limitato gruppo di Paesi esterni al trattato. L’ufficialità arriva in un momento controverso per le politiche climatiche globali: l’assenza degli Stati Uniti alla Conferenza di Belem, in Brasile, ha gravato pesantemente sui lavori.

 

Che cos’è la COP30 quali sono stati i temi affrontati?

 La Conferenza delle Parti o COP30 è stata il più grande evento globale per la discussione e i negoziati sui cambiamenti climatici. Nel 2025, dal 10 al 25 novembre, il Brasile ha ospitato la XXX edizione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Le strutture che hanno ospitato i 198 attori internazionali (197 Paesi più l’Unione Europea) a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, non erano sedi casuali. L’obiettivo era quello di puntare i riflettori sulle tematiche climatiche attuali, proponendo soluzioni efficaci, rafforzare il multilateralismo e promuovere il consenso sugli obiettivi globali per ridurre le emissioni di gas serra.

Il vertice ha avuto l’obiettivo di rilanciare l’ambizione climatica globale in una fase segnata da tensioni geopolitiche e ritardi sugli impegni di riduzione delle emissioni. Al centro dei lavori si sono collocati il rafforzamento dei piani nazionali sul clima, il nodo dei finanziamenti per l’adattamento nei Paesi più vulnerabili e la necessità di accelerare l’uscita dai combustibili fossili, temi che hanno confermato la COP come uno spazio cruciale per costruire consenso e coordinamento internazionale.

Anche l’Italia ha partecipato attivamente alla COP30, nel solco dell’accordo di Parigi, sostenendo soluzioni intersettoriali e costruendo partenariati resilienti, con l’obiettivo di fornire un contributo alla gestione dei rischi sempre maggiori connessi ai cambiamenti climatici.

Verso Antalya: il futuro della governance climatica

Anche l’Europa ha mandato il proprio segnale di continuità politica. La presidente della Commissione Ursula von Der Leyen ha ribadito che l’accordo di Parigi resta «la migliore prospettiva per tutta l’umanità», assicurando che l’Unione «manterrà la rotta e continuerà a lavorare con tutti i paesi che vogliono tutelare la natura e fermare il riscaldamento globale». Sulla stessa linea si sono espressi il commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra e il presidente del Consiglio europeo António Costa.

La Commissione ha inoltre manifestato preoccupazione per il ritiro statunitense dall’Organizzazione mondiale della sanità, auspicando che l’amministrazione Trump possa riconsiderare la decisione, mentre il Parlamento europeo ha già avviato un primo confronto sulle implicazioni geopolitiche ed economiche della nuova fase nelle relazioni transatlantiche.

Il percorso della diplomazia climatica guarda ora alla prossima tappa: la COP31, che si terrà il prossimo novembre in Turchia. La conferenza rappresenterà un nuovo banco di prova per verificare la capacità della comunità internazionale di mantenere slancio politico e impegni concreti, in un contesto segnato da crisi climatiche e politiche sempre più frequenti.

Articolo a cura di Benedetta Rollo, volontaria del Servizio Civile Universale di OPES

 

Immagine di copertina – ID Shutterstock 2702573269 | Photographer: Antonio Scorza

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