Colin Kaepernick ha annunciato l’uscita del suo libro che racconterà la sua storia e il suo attivismo a dieci anni dalla sua ultima partita in National Football League.
Tutto ha inizio nell’estate del 2016, quando un gesto semplice ma potentissimo ha cambiato il modo in cui lo sport poteva parlare al mondo. Il 26 agosto di quell’anno, il quarterback dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick, ha scelto di non partecipare all’esecuzione dell’inno nazionale degli Stati Uniti, trasformando quel gesto in un rifiuto ancora più simbolico quando decise di inginocchiarsi.
Un gesto volontario, il “take a knee” passato alla storia non come una provocazione casuale ma come simbolo a sostegno di una causa ben precisa. Il suo gesto aveva l’obiettivo di denunciare le disuguaglianze razziali e la violenza della polizia statunitense contro la comunità afroamericana, sostenendo il movimento di Black Lives Matter. Nel 2016, l’America, infatti, era stata segnata da numerosi casi di uccisioni di cittadini afroamericani e abusi da parte delle forze dell’ordine, che alimentarono proteste diffuse in tutto il Paese.
Il suo gesto in poco tempo fa il giro del mondo, contagia altri atleti, altri sport, altri Paesi, fino ad arrivare a figure con un seguito molto elevato come Jay-Z, Rihanna, la tennista Serena Williams, il cestista LeBron James e Bad Bunny, cantautore portoricano che ha fatto molto discutere negli ultimi mesi con la sua presenza durante il Super Bowl Halftime Show.
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Colin Kaepernick e il prezzo della protesta
Colin Kaepernick è l’uomo che ha messo in ginocchio l’America e anche lo sport, un gigante dal cuore d’oro, l’opposto di ciò che ti aspetti da un uomo alto 196 centimetri che prende a spallate l’avversario durante le partire di football. Il suo si è rivelato un atto di protesta profondamente divisivo per l’opinione pubblica americana che ha visto schierarsi da un lato coloro che sostenevano la ribellione di Kaepernick come un’azione necessaria per fare luce sui diritti degli afroamericani e chi lo ha considerato invece un gesto offensivo contro la storia del Paese.
Un’azione che ha avuto delle ripercussioni non negoziabili. L’allora presidente americano Donald Trump chiese immediatamente di licenziare Kaepernick e i suoi compagni di squadra che avevano supportato quella protesta silenziosa. Tre mesi dopo, il quarterback statunitense ha dovuto abbandonare definitivamente la sua carriera. Non una scelta volontaria ma una costrizione dettata dal rifiuto. Le 32 squadre di NFL non avevano più posto per lui.
Ufficialmente nessuna squadra ha mai dichiarato apertamente di averlo escluso per motivi politici e per ciò che era accaduto in campo nell’estate del 2016, ma il sospetto di una scelta condivisa ha accompagnato per anni il suo nome, tanto che Kaepernick ha deciso di portare la questione in tribunale, accusando la NFL di collusione tra le franchigie per tenerlo lontano dal campo. La causa si è conclusa nel 2019 con un accordo riservato tra le parti, senza un’ammissione di colpa da parte della lega, ma sufficiente a rafforzare l’idea che il suo allontanamento non fosse soltanto una scelta tecnica.
C’è un altro inizio dopo la fine
Il caso Kaepernick dimostra una verità spesso scomoda, lo sport non è mai stato davvero neutrale. Da Rosa Parks nel 1955, a Muhammad Ali nel 1967, fino alle Olimpiadi del 1968, con il pugno alzato dei due atleti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, lo sport è sempre stato uno spazio di espressione politica. Ciò che rende il “take a knee” diverso è la sua accessibilità. Non richiede forza, né violenza e neppure strumenti. Chiunque può farlo. Ed è proprio questa semplicità ad averlo reso così potente.
Oggi Colin Kaepernick è più di un ex atleta. È diventato un simbolo culturale e politico. La sua storia continua a essere raccontata, tra documentari, libri e produzioni televisive, come “Colin in Black & White” una miniserie su Netflix ispirata alla sua vita. Colin Kaepernick non corre più sul campo da football. Non lancia più touchdown ma la sua partita non è finita, si è e semplicemente spostata altrove. L’ex giocatore ha anche dato avvio alla fondazione Know Your Rights Camp.
Attraverso questa realtà promuove iniziative concrete a sostegno della comunità afroamericana organizzando corsi per giovani, con il supporto di avvocati che spiegano come comportarsi durante i controlli delle forze dell’ordine, diffonde materiali sulla storia e la cultura afroamericana e coordina una rete di volontari e collaboratori.
Kaepernick è diventato un’icona capace di accendere le coscienze, di dare voce a chi ogni giorno lotta per i propri diritti, di rappresentare chi, troppo spesso, non viene ascoltato. Oggi è uno dei volti di Nike e una delle figure più influenti legate al movimento Black Lives Matter, ma soprattutto è il simbolo di un nuovo modo di intendere lo sport, non solo competizione, ma responsabilità.
C’è chi resta dentro le regole e chi sceglie di cambiarle. Kaepernick ha scelto la seconda strada. E il suo gesto continua a ricordarci che credere in ciò che siamo, e avere il coraggio di difenderlo, può ancora fare la differenza.
Immagine di copertina: ID Shutterstock 2465012903 | Photographer: lev radin
Articolo a cura di Benedetta Rollo, volontaria SCU OPES






