Dalla famiglia alla solitudine: come è cambiato il modo degli italiani di stare insieme

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Demografia, relazioni e rivoluzione digitale: un viaggio in tre tappe attraverso trent’anni di dati Istat per raccontare le nuove abitudini, i legami e le grandi contraddizioni di un’Italia in profonda trasformazione. In questo secondo articolo, trattiamo la famiglia italiana, che non è scomparsa ma si è trasformata. Meno figli, nuclei più piccoli, più persone che vivono sole, meno partecipazione politica e religiosa, ma anche nuove forme di socialità e volontariato. I dati Istat raccontano una società nella quale i legami restano importanti, ma cambiano profondamente forma.

Ci sono cambiamenti che si vedono immediatamente e altri che si comprendono soltanto quando si osservano nell’arco di una generazione. La famiglia italiana appartiene alla seconda categoria.

Guardando all’Italia di oggi con gli occhi dell’Italia del 1993, non è soltanto diminuito il numero dei figli. È cambiata la struttura stessa delle famiglie, il modo di vivere insieme, il rapporto tra generazioni, la partecipazione alla vita collettiva e persino il rapporto con le istituzioni che per decenni hanno rappresentato alcuni dei principali luoghi della socialità.

L’Istat, attraverso trent’anni di indagine multiscopo sugli aspetti della vita quotidiana, consente di seguire questa trasformazione quasi fotogramma dopo fotogramma. L’indagine, avviata nel 1993, osserva infatti non soltanto le condizioni materiali, ma anche comportamenti, relazioni, partecipazione sociale e politica e percezioni degli italiani. 

E la fotografia che emerge racconta una società meno compatta, più individualizzata, ma non necessariamente meno bisognosa di relazioni.

La famiglia non è finita. Ha cambiato forma

Per molto tempo abbiamo raccontato la famiglia italiana come se fosse un modello quasi immutabile: una coppia, dei figli, spesso i nonni nelle vicinanze e una rete familiare capace di sostenere i suoi componenti nei momenti di difficoltà.

Quella rappresentazione oggi non basta più.

Nel biennio 2024-2025 le famiglie unipersonali rappresentano il 37,1% del totale, mentre vent’anni prima erano il 25,9%. Le coppie con figli, che per decenni hanno costituito il modello familiare prevalente, sono scese al 28,4%. 

Ma già nel 2023 l’Istat fotografava una trasformazione radicale: le famiglie unipersonali avevano raggiunto il 36,2%, contro il 21,1% della metà degli anni Novanta.

Non è un dettaglio statistico. Significa che la società italiana è passata progressivamente da una struttura nella quale la convivenza era la norma a una realtà nella quale vivere da soli è diventato una delle condizioni familiari più frequenti. E questo fenomeno non riguarda soltanto i giovani che scelgono una maggiore autonomia.

L’invecchiamento della popolazione fa sì che una parte importante delle famiglie unipersonali sia costituita da persone anziane, spesso dopo la perdita del partner. Per questo motivo sarebbe sbagliato utilizzare automaticamente la parola “solitudine” come sinonimo di “vivere soli”. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere il problema sociale che si nasconde dietro la crescita delle persone sole.

La famiglia resta un valore. Ma non è più necessariamente una convivenza

Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti dei dati: da una parte la famiglia si semplifica, si riduce, si frammenta; dall’altra continua a rappresentare un riferimento fondamentale.

Lo stesso vale per la genitorialità. Come abbiamo visto nel precedente articolo, il numero ideale di figli continua a essere due, mentre la fecondità effettiva si è stabilizzata su livelli molto più bassi. Non siamo quindi davanti a una società che ha semplicemente “deciso di non avere più figli”, ma siamo davanti a una società nella quale desideri, possibilità economiche, condizioni lavorative, età della maternità e organizzazione della vita quotidiana non coincidono più facilmente.

Il risultato è una distanza crescente tra la famiglia immaginata e quella effettivamente realizzata. Ed è una distanza che dovrebbe interrogare la politica molto più del semplice dato sulla natalità, perché dietro ogni numero ci sono persone che rinviano un progetto, lo ridimensionano oppure vi rinunciano.

Il grande cambiamento è anche generazionale

La trasformazione della famiglia coincide con un altro fenomeno decisivo: l’Italia è diventata una società nella quale convivono più generazioni di quanto accadesse in passato: si vive più a lungo.

Questo rappresenta una straordinaria conquista sociale, ma produce anche nuovi equilibri e nuove responsabilità. Sempre più spesso la famiglia diventa il luogo nel quale si incontrano contemporaneamente quattro generazioni: bisnonni, nonni, genitori e figli.

Ma questa possibilità di avere più generazioni contemporaneamente non significa necessariamente maggiore vicinanza. La mobilità geografica, le trasformazioni del mercato del lavoro e i cambiamenti nelle modalità dell’abitare hanno modificato la geografia dei rapporti familiari.

La famiglia può continuare a essere una rete potentissima, anche quando i suoi componenti non vivono più sotto lo stesso tetto. Ed è forse questa una delle trasformazioni più significative degli ultimi trent’anni: il legame familiare si è smaterializzato senza necessariamente scomparire.

Dalla comunità alla connessione

Se la famiglia si è trasformata, anche la socialità ha cambiato pelle. Nel 1993 la vita sociale passava soprattutto attraverso luoghi fisici: associazioni, partiti, sindacati, parrocchie, circoli, organizzazioni sportive e culturali. Oggi una gran parte di quella socialità passa attraverso il digitale.

Non è semplicemente cambiato il luogo nel quale ci incontriamo. È cambiato il modo attraverso il quale costruiamo e manteniamo le relazioni. Il problema è che la moltiplicazione dei contatti non coincide necessariamente con un aumento della fiducia.

L’Istat dedica una parte importante dell’analisi proprio al rapporto tra socialità, partecipazione e fiducia, evidenziando come le diverse forme di partecipazione siano cambiate profondamente nel corso del tempo. 

La società italiana sembra quindi aver sostituito progressivamente alcune delle vecchie forme di appartenenza con una rete più fluida di relazioni: più flessibile; più individuale; e forse anche più fragile.

La politica è diventata più lontana

È soprattutto guardando alla partecipazione politica che questa trasformazione diventa evidente. Nel 2023 gli italiani classificati dall’Istat come “attivi”, cioè coloro che partecipano concretamente alla vita politica attraverso forme visibili di impegno, erano appena il 5,6%. Nel 1998 erano circa il 10%.

Il declino è stato progressivo e ha coinvolto anche gli strati più istruiti della popolazione. L’appeal dei partiti tra i laureati, per esempio, è crollato dall’11,7% del 1993 al 3,3% del 2023. La partecipazione sindacale e professionale, arrivata al 31,2% nel 1998, è scesa al 14,8%. 

È difficile non vedere in questi dati uno dei grandi cambiamenti culturali dell’Italia contemporanea: la politica non è necessariamente scomparsa dalla vita degli italiani: è diventata più distante dalla loro vita organizzata.

Ci si informa, si discute, si commenta, ma sempre meno persone partecipano direttamente. E anche qui il digitale introduce una nuova ambivalenza: offre strumenti inediti di partecipazione, ma non riesce automaticamente a ricostruire quelle forme di appartenenza che un tempo passavano attraverso un partito, un sindacato, un’associazione o una comunità territoriale.

Anche la religione ha perso centralità

C’è un altro indicatore che racconta bene la trasformazione del tessuto sociale italiano: la pratica religiosa. Nel corso degli ultimi trent’anni si è praticamente rovesciata la gerarchia tra chi frequenta regolarmente un luogo di culto e chi non lo frequenta mai.

Nel 1995 circa quattro italiani su dieci andavano in un luogo di culto almeno una volta alla settimana, mentre uno su dieci non ci andava mai. Oggi i frequentatori regolari sono circa due su dieci e quelli che non frequentano mai un luogo di culto sono circa tre su dieci. 

Anche in questo caso sarebbe riduttivo parlare semplicemente di “declino religioso”. Il dato racconta qualcosa di più ampio: la perdita di centralità di uno dei grandi luoghi collettivi attraverso i quali, per generazioni, gli italiani hanno costruito relazioni, identità e appartenenza. La trasformazione riguarda dunque non soltanto ciò in cui crediamo, ma anche dove e come costruiamo la nostra comunità.

Il volontariato resiste

Eppure sarebbe sbagliato descrivere questa evoluzione soltanto come una storia di disgregazione. C’è un elemento che introduce una nota diversa: il volontariato. L’associazionismo tradizionale è diminuito. Quello non legato al volontariato è passato dal 25,6% del 1993 al 17,1% del 2023.

Il volontariato, invece, ha registrato una contrazione più contenuta, dal 18,5% al 15,8%. È un dato tutt’altro che marginale. Perché significa che una parte della domanda di partecipazione non è scomparsa: si è spostata.

Forse gli italiani sono meno disponibili a identificarsi stabilmente con organizzazioni politiche, sindacali o associative tradizionali, ma continuano a essere capaci di mobilitarsi intorno a cause concrete, persone, emergenze e comunità.

È una partecipazione meno ideologica e più pragmatica, meno legata all’appartenenza, più legata all’azione.

Il rischio non è vivere soli. È non avere una rete

Ed è qui che il discorso sulla solitudine deve essere affrontato con attenzione. Vivere soli non significa essere soli. Una persona può vivere da sola e avere una rete familiare, amicale e sociale straordinariamente ricca. Al contrario, si può vivere all’interno di una famiglia e sperimentare una profonda condizione di isolamento.

Il vero tema del futuro, dunque, non sarà semplicemente quante persone vivranno da sole, ma sarà quante persone potranno contare su qualcuno quando ne avranno bisogno. Questo cambia completamente la prospettiva.

La questione non è soltanto demografica. È urbanistica, sanitaria, sociale, culturale e politica. Una società con più anziani soli avrà bisogno di servizi diversi. Una società con meno figli avrà bisogno di ripensare le reti di cura. Una società con più persone che vivono sole dovrà costruire nuovi luoghi di comunità. Una società nella quale diminuisce la partecipazione tradizionale dovrà inventare nuove forme di appartenenza.

Trent’anni dopo, la domanda è: chi siamo diventati?

Alla fine di questo viaggio, il dato più importante non è forse quello sulle famiglie unipersonali, né quello sulla partecipazione politica o sulla pratica religiosa. È la somma di tutti questi cambiamenti.

L’Italia del 2023 è una società più individualizzata rispetto a quella del 1993, ma individualizzazione non significa necessariamente egoismo. Significa che gli individui hanno conquistato maggiore autonomia nelle scelte personali, mentre molte delle vecchie strutture collettive hanno perso peso.

La famiglia è più piccola. La politica organizzata è più debole. La pratica religiosa è meno frequente. L’associazionismo tradizionale è diminuito. Eppure il bisogno di relazione non è scomparso. Forse, semplicemente, abbiamo smesso di ereditarlo e abbiamo cominciato a costruirlo.

È questa la grande sfida che emerge dai trent’anni raccontati dall’Istat. Non rimpiangere una società che non esiste più. Ma capire come costruire comunità dentro una società nella quale le persone sono sempre più diverse, le famiglie sempre più articolate e i percorsi individuali sempre meno prevedibili.

Perché il futuro dell’Italia non dipenderà soltanto da quante persone nasceranno, dipenderà anche da quanto saremo capaci di non lasciare sole quelle che ci sono.

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