Calo della natalità: il 62,2% delle persone dichiara di non volere altri figli

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Nel 2025 in Italia sono nati appena 355mila bambini (dal “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con ISTAT): il dato più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria per garantire il ricambio generazionale. Non è un crollo improvviso, ma l’ennesimo capitolo di un declino che dura da quasi vent’anni: dal picco di nascite del 2008 la contrazione complessiva sfiora il 40%.

Le cause di questa denatalità sono molteplici e si intrecciano tra loro: precarietà economica, trasformazioni culturali, crisi della famiglia tradizionale. Tuttavia, negli ultimi anni un fattore relativamente nuovo si è inserito prepotentemente nel dibattito: il modo in cui le persone si incontrano, si corteggiano e costruiscono (o non costruiscono) relazioni stabili nell’epoca delle app di dating e dei social media.

Una società sempre più abituata al consumo e alla flessibilità  

Prima ancora di parlare di natalità, bisogna parlare di relazioni e di coppie. Gli esperti concordano: se le relazioni stabili faticano a formarsi e consolidarsi, anche i figli faticano ad arrivare. Secondo l’ultimo Dossier Natalità realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat, il 62,2% delle persone che dichiarano di non voler avere altri figli attribuisce questa scelta a ostacoli economici, lavorativi e sociali, non alla mancanza di desiderio di genitorialità, ma all’impossibilità percepita di realizzarla. È un dato che sposta l’attenzione dal “non vogliamo figli” al “non possiamo permetterceli”, in senso lato: non solo economico, ma anche relazionale e temporale.

Le app di incontri come Tinder, Bumble o Hinge hanno trasformato radicalmente il rapportarsi e il mercato matrimoniale, sostituendo in larga parte i canali tradizionali con un’interfaccia digitale governata da algoritmi. Diversi studiosi hanno osservato come questo cambiamento abbia prodotto un paradosso: da un lato una apparente abbondanza di scelta; dall’altro una crescente difficoltà di trasformare gli incontri in legami duraturi.

Il fenomeno del “paradosso della scelta“, la tendenza a percepire ogni opzione come provvisoria quando ne esistono altre infinite a portata di swipe, sembra scoraggiare l’investimento in una relazione singola, alimentando invece una logica di consumo relazionale fatta di incontri brevi, poco impegnativi e facilmente sostituibili.

I social media, la solitudine connessa e l’individualismo

Se le app di dating hanno cambiato il modo in cui si formano le coppie, i social media più in generale hanno cambiato il modo in cui viviamo il tempo, le aspettative e persino la percezione di noi stessi. Il tempo trascorso a scorrere contenuti è tempo sottratto alla socialità diretta; il confronto costante con le vite altrui idealizzate alimenta ansia da prestazione, soprattutto in ambito sentimentale.

Diversi studiosi (Unobravo) hanno, inoltre, sottolineato come l’instabilità delle coppie moderne, favorita anche dalla facilità con cui i social e le app offrono alternative relazionali, si rifletta direttamente sulla natalità: se una coppia percepisce la propria unione come fragile o temporanea, la decisione di avere un figlio, che rappresenta un investimento a lungo termine, diventa più difficile da prendere. È un circolo che si autoalimenta: meno stabilità matrimoniale, meno propensione a procreare, e famiglie sempre più spesso composte da un solo genitore o da nessun figlio.

C’è infine una dimensione più propriamente culturale. Le nuove generazioni crescono in un contesto che valorizza fortemente la realizzazione personale, la carriera, la libertà individuale e l’autonomia, spesso in tensione con i ritmi e i sacrifici richiesti dalla genitorialità. Le app di dating, in questo senso, non sono la causa del fenomeno ma il sintomo più visibile di una trasformazione più ampia: relazioni intraprese come esperienze, facilmente iniziabili e interrompibili, coerenti con un’epoca in cui anche il lavoro, i consumi e l’abitare sono diventati più flessibili e meno vincolanti.

Il peso dell’economia e del lavoro

Accanto alle dinamiche relazionali digitali, restano centrali i fattori economici. Il costo della casa, la precarietà contrattuale, gli stipendi bassi rispetto al costo della vita e la difficoltà di conciliare lavoro e maternità continuano a essere tra le prime cause citate da chi rimanda o rinuncia alla genitorialità. In Italia si aggiunge un elemento demografico strutturale: la contrazione delle generazioni in età fertile, conseguenza diretta dei bassi tassi di natalità di decenni fa, che riduce meccanicamente il numero potenziale di nascite anche a parità di propensione individuale ad avere figli.

A questo si somma un mercato del lavoro che spesso penalizza chi diventa genitore, in particolare le donne, e un sistema di welfare (come asili nido, congedi parentali) percepito come insufficiente rispetto ai bisogni reali delle famiglie. In un contesto simile, rimandare la ricerca di una relazione stabile o la decisione di avere figli non è irrazionale: è spesso una risposta razionale a un’incertezza strutturale, economica prima ancora che sentimentale.

Le cause molteplici della denatalità 

Ridurre la causa di denatalità italiana al solo effetto delle app di incontri sarebbe una semplificazione fuorviante. Il fenomeno affonda le radici in trasformazioni sociali iniziate negli anni Settanta, in politiche di sostegno insufficienti e in una crisi economica strutturale che colpisce soprattutto i più giovani. Tuttavia, ignorare il ruolo delle tecnologie digitali nella formazione di legami stabili significherebbe trascurare una delle variabili più recenti e in più rapida evoluzione.

Le app di dating e i social media hanno reso più facile incontrarsi, ma non necessariamente più semplice costruire quella stabilità relazionale su cui, storicamente, si è sempre fondata la scelta di avere figli. Comprendere questo intreccio tra tecnologia, economia e cultura sarà essenziale per chi, nei prossimi anni, dovrà provare a invertire una rotta demografica che l’Italia fatica ormai da quasi due decenni a correggere.

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