“Educare l’uomo prima del calciatore”: la lezione di Marcello Mancini (AIAC ETS Solidale) dopo “La Partita Applaudita”

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Dimenticate le urla, gli insulti all’arbitro e le indicazioni tattiche urlate a squarciagola dagli spalti. Nel fine settimana del 21 e 22 febbraio, i campi di provincia di tre regioni italiane si sono trasformati in ambiente di civiltà sportiva.

È andata in scena la seconda edizione de “La Partita Applaudita“, un’iniziativa che chiede una cosa tanto semplice quanto apparentemente impossibile: il pubblico, composto da genitori, parenti e amici, si è limitato a esprimere le proprie emozioni unicamente attraverso l’applauso, cosa che ad oggi sembra essere un’utopia, su tutti i campi nazionali.

Nessun commento, nessuna pressione, solo un tifo sano per accompagnare le categorie Under 14 maschile e Under 15 femminile.

Dopo il successo del debutto toscano con 111 gare, quest’anno il format, sostenuto dalla Lega Nazionale Dilettanti FIGC e da varie istituzioni locali, ha allargato i propri orizzonti diventando da regionale a interregionale. Ben 342 squadre si sono sfidate in 171 partite tra Toscana, Umbria e la provincia di Piacenza.

Ma il vero risultato non si è letto sui tabelloni di gioco, bensì sugli spalti. Per capire l’impatto e le prospettive di questo progetto, è intervenuto ai microfoni di Risorse.news Marcello Mancini, presidente di AIAC ETS Solidale, un uomo che vive quotidianamente le dinamiche, spesso complesse, del calcio giovanile italiano.

L’emergenza educativa e il grido delle piccole promesse

Mancini non nasconde la gravità della situazione di partenza, delineando un quadro a tratti allarmante: «So che in alcuni casi, sono anche intervenuti dal campo e sono andati a sedare quello che era un po’ il parapiglia, dove genitori e giocatori si azzuffano». Per contrastare questa problema, ricorda con emozione una lettera scritta da un bambino circa dieci anni fa, un messaggio che racchiude l’essenza del problema e la richiesta di normalità dei più piccoli:

«Caro genitore, lasciami giocare, non preoccuparti, io mi sto divertendo, indipendentemente se gioco poco o gioco tanto, l’importante è stare nel gruppo». Secondo il numero uno dell’AIAC ETS Solidale, questo è il segnale cruciale da cui ripartire.

​​Il cambiamento richiede tempo, cultura e modelli virtuosi. Esistono già «società illuminati», come l’Atalanta, che dedicano tempo a dialogare con le famiglie prima delle partite. Altre, invece, optano per la linea dura, penalizzando i giovani tesserati per le incontinenza dei parenti. «In Italia ancora c’è tanto a lavorare per l’educazione sportiva, per il rispetto, per il fair play», sentenzia Mancini.

Crescere uomini prima che campioni: la sfida del domani

Affrontando il tema dell’interferenza delle famiglie, il presidente evidenzia un drastico cambio generazionale che penalizza lo sport formativo. «Una volta, quando si diceva una cosa, l’aveva detta il mister ed era legge, era Vangelo», ricorda con un pizzico di nostalgia. «Adesso invece il mister viene continuamente messo in discussione dai genitori, che vorrebbero essere arbitri, procuratori, allenatori e massaggiatori».

Questa confusione di ruoli disorienta profondamente i giovani, i quali hanno un disperato bisogno di vivere le proprie esperienze senza ansie da prestazione esterne. Citando Madre Teresa, Mancini sottolinea una verità incontrovertibile: «Lasciate che i ragazzi facciano errori, perché solo nell’errore si cresce».

L’obiettivo a lungo termine dell’iniziativa non è semplicemente far tacere gli esagitati per un fine settimana, ma innescare una profonda rivoluzione che diventi la normalità. Mancini guarda al futuro con ottimismo e svela i prossimi passi del progetto. «So che già per il prossimo anno diventeranno sei le regioni coinvolte, si aggiungeranno anche le Marche e la Sardegna, per citarne alcune». Il fulcro della missione rimane però la figura centrale del tecnico, che deve essere prima di tutto un formatore.

«Prima di imparare a calciare, a stoppare, a trasmettere la palla, il dribbling o la finta, bisogna crescere l’uomo», afferma con convinzione. Le statistiche, del resto, non mentono e impongono una riflessione. «Se uno su 38.000 arriva in Serie A e gli altri 37.999 che facciamo, li abbandoniamo? No, dobbiamo essere in grado di crescere delle persone che poi diventeranno bravi cittadini».

Un ultimo fondamentale passaggio dell’intervista ha toccato il delicato rapporto con i direttori di gara, sempre più spesso vittime di contestazioni feroci.

Mancini difende i giovani fischietti, ricordando che un sedicenne alle prime armi ha tutto il diritto di avere difficoltà e di sbagliare, esattamente come i giocatori che corrono in campo. Per riassumere questo concetto, il presidente prende in prestito una frase di un amico arbitro: «La panchina calma fa la partita calma».

Tutto, alla fine, si riduce a un’impostazione mentale che trascende il calcio giocato per abbracciare l’intera esistenza. «Bisogna imparare la cultura della sconfitta», conclude Mancini. «Solo accettando la sconfitta, e la bravura dell’altro, si trova lo stimolo per migliorare e cercare poi la volta dopo di sovvertire i risultati».

 

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