Giovani e gioco d’azzardo: quando l’ignoranza diventa rischio

Attualità

Condividi su:

C’è un dato che dovrebbe farci riflettere più di tanti altri: quasi la metà dei giovani italiani non conosce i rischi legati al gioco d’azzardo. Non parliamo di un vizio marginale o di una tentazione lontana: il gioco è entrato nelle loro giornate in forma digitale, silenziosa, normalizzata. E quando un pericolo non viene percepito come tale, diventa ancora più insidioso.

Scommesse sportive via smartphone, gratta e vinci acquistati “per gioco”, slot machine nei bar, casinò online aperti 24 ore su 24. Per molti ragazzi e giovani adulti, il confine tra intrattenimento e dipendenza non è chiaro, semplicemente perché nessuno glielo ha spiegato davvero. Secondo una ricerca dell’Università Cattolica per la Fondazione Fair, solo il 51% dei giovani fra i 18 e i 25 anni sa cosa significhi giocare “in modo responsabile”. Il che significa che quasi un giovane su due non ha idea di quali regole minime adottare per proteggersi.

È un problema enorme, soprattutto se consideriamo che il gioco non è un fenomeno sporadico: nel 2023, oltre un milione e quattrocentomila studenti italiani hanno dichiarato di aver giocato d’azzardo almeno una volta. Tra i 15 e i 19 anni, la percentuale supera il 50%. Il gioco non è un tabù, è un’abitudine. Ma lo è diventata nel silenzio dell’informazione.

I giovani non sanno che il gioco d’azzardo può trasformarsi in una dipendenza

Molti ragazzi entrano in questo mondo senza sapere che il gioco d’azzardo può trasformarsi in una vera e propria dipendenza, riconosciuta anche a livello clinico come disturbo comportamentale. Si comincia con piccole puntate, convinti di poter smettere in qualsiasi momento. Poi arriva la fase dell’inseguimento delle perdite: si gioca non più per divertirsi, ma per recuperare ciò che si è perso. A quel punto il gioco non è più un passatempo, ma un pensiero fisso. Ci si isola, si mente, si perde la concentrazione nello studio o nel lavoro. Il portafoglio si svuota, ma soprattutto si svuota la mente di serenità.

Il rischio maggiore non è solo economico, ma emotivo. Un giovane che perde il controllo del gioco può cadere in ansia, depressione, senso di colpa. Può smettere di chiedere aiuto per vergogna. E quasi sempre, tutto nasce da un errore di fondo: non sapere che esistono segnali, meccanismi psicologici, dinamiche studiate da decenni. Non sapere che non è “solo sfortuna”.

La responsabilità di questa ignoranza non è dei ragazzi. È degli adulti. Per anni abbiamo parlato di gioco d’azzardo solo come scelta individuale — “basta non esagerare” — senza spiegare che esistono meccanismi costruiti apposta per indurre a esagerare. Non abbiamo inserito il tema nelle scuole, nei programmi educativi, spesso neanche nelle conversazioni familiari. Abbiamo lasciato che a parlare fossero le pubblicità: quelle in cui “puoi vincere tutto con un click”, in cui “evitare la fortuna” sembra quasi un reato.

Se vogliamo davvero proteggere i giovani, non basta proibire. Bisogna spiegare. Spiegare cosa succede nel cervello quando si gioca, spiegare che il banco vince sempre, spiegare che l’illusione del controllo è il primo inganno. Parlare non solo di percentuali di vincita, ma di percentuali di rovine.

Perché l’unico vero antidoto al gioco d’azzardo non è la fortuna: è la consapevolezza.

gioco d'azzardo

La testimonianza

Andrea (nome di fantasia), 22 anni, oggi in terapia in un centro specializzato per il disturbo da gioco d’azzardo, lo racconta così:

«Non pensavo fosse un problema. Giocavo solo dieci euro alla volta, venti quando mi sentivo fortunato. Poi una sera ho perso cento euro e ho detto: “Li recupero”.
Non li ho recuperati. Ho perso altri cento. Poi altri trecento in una settimana. A un certo punto non giocavo più per vincere, giocavo per non sentirmi un fallito. E ogni volta che perdevo mi sentivo ancora più fallito. Non lo dicevo a nessuno perché mi vergognavo. È iniziato tutto per gioco, è finito che non avevo più la testa per vivere.»

Storie come la sua non sono eccezioni: sono il risultato di un sistema che lascia i ragazzi soli davanti a una trappola che non riconoscono.

E allora la domanda non è più “perché giocano?”, ma “perché non abbiamo fatto abbastanza per proteggerli?”

 

Ultimi Articoli

Condividi Articolo