Il 23 dicembre 2025 la polizia britannica ha trattenuto per alcune ore Greta Thunberg, mentre partecipava a una manifestazione pro-Palestina nel cuore finanziario di Londra. La giovane attivista svedese, divenuta simbolo della lotta contro il cambiamento climatico, è stata fermata perché, seduta sul marciapiede davanti agli uffici di Aspen Insurance, teneva un cartello con la scritta “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide”, segno tangibile della sua solidarietà verso attivisti arrestati e in sciopero della fame nel Regno Unito.
Il fermo è avvenuto ai sensi della legge antiterrorismo britannica (Terrorism Act 2000), poiché il gruppo Palestine Action è stato inserito dalla polizia tra le organizzazioni vietate. Dopo alcune ore in custodia, Thunberg è stata rilasciata su cauzione, con l’obbligo di presentarsi davanti a un giudice in una data successiva fissata per marzo.
Ma l’arresto che potrebbe apparire come un episodio isolato è invece parte di un percorso molto più ampio, complesso e spesso controverso che ha trasformato Greta da studentessa solitaria a leader di un movimento globale, da paladina del clima a figura che non esita a schierarsi su altri grandi temi di attualità, come il conflitto israelo-palestinese.
L’episodio londinese pone domande cruciali sul confine tra attivismo e legge, e su come gli Stati rispondono alle proteste contestuali a conflitti così polarizzanti. La polizia ha giustificato l’arresto di Thunberg sostenendo che il semplice supportare un’organizzazione considerata illegale costituisse un reato penale, mentre i sostenitori dell’attivista sottolineano il diritto alla libertà di espressione e di protesta. In molte capitali europee, gruppi di diritti umani e associazioni civiche hanno criticato l’uso di leggi antiterrorismo per reprimere manifestazioni pacifiche.
Indice articolo
L’inizio di Fridays For Future
Nata il 3 gennaio 2003 a Stoccolma, Greta Thunberg è diventata un nome celebre all’età di 15 anni, quando nell’agosto 2018 decise di saltare la scuola per protestare davanti al Parlamento svedese con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’emergenza climatica. Inizialmente era una protesta solitaria, portava con sé solo un cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet” — Sciopero scolastico per il clima — e chiedeva ai leader politici di ridurre le emissioni di CO₂ per rispettare gli accordi di Parigi.

In poco tempo il gesto si è trasformato in un movimento globale dove migliaia di studenti in tutto il mondo hanno iniziato ad astenersi dalle lezioni ogni venerdì per manifestare contro l’inazione climatica dei governi. È nato così Fridays For Future, un movimento spontaneo e senza gerarchie formali che ha dato voce alle nuove generazioni allarmate per il futuro del pianeta. Le piazze gremite di giovani, da Sydney a New York, da Berlino a Roma, hanno reso visibile problematiche molto spesso ignorate e catalogate come secondarie dalla classe dirigente.
Il messaggio di Greta era semplice e diretto: «Ascoltate la scienza». Ribadiva che il riscaldamento globale non è un’ipotesi, ma una realtà dimostrata da decenni di ricerche scientifiche, e che le politiche attuali non erano sufficienti per limitare il riscaldamento globale. Il suo discorso alla COP24 di Katowice, al Summit sul Clima delle Nazioni Unite e la frase “How dare you?” (“Come osate?”) hanno rapidamente catalizzato l’attenzione dei media internazionali.

Un’attivista globale tra lodi, critiche e politiche
Il ruolo di Greta Thunberg non si è limitato alla sola questione climatica. Pur mantenendo centrale l’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica sui rischi ambientali, ha gradualmente esteso il suo campo d’azione verso temi sociali più ampi, intrecciando l’ambientalismo con questioni di giustizia globale, diritti umani e conflitti internazionali.
Un esempio significativo risale all’autunno del 2025, quando Thunberg si è unita alla Global Sumud Flotilla, una missione internazionale di navi umanitarie dirette verso Gaza per portare aiuti e contestare il blocco marittimo imposto da Israele. La flottiglia è stata intercettata dalle forze israeliane e molti attivisti, tra cui la stessa Greta, sono stati deportati o trattenuti, suscitando forti reazioni e accuse di presunta violazione dei diritti umani da parte di organizzazioni internazionali, tra cui agenzie delle Nazioni Unite e ONG come Amnesty International e Human Rights Watch.
Queste scelte hanno fatto discutere molti, generando un dibattito vivace e talvolta conflittuale. Se per alcuni Thunberg è una voce morale necessaria, capace di richiamare l’attenzione su ingiustizie che spesso restano ai margini dell’agenda politica, per altri la sua crescente politicizzazione la trascina in trame troppo complesse e divisive rispetto alle sue competenze originarie.
Greta non è più solo l’adolescente che sfidava i leader mondiali sul clima. Da simbolo condiviso è diventata una figura divisiva. Non più la voce innocua dell’emergenza climatica, ma un’attivista consapevole che mette in discussione equilibri di potere e scelte politiche. Ed è forse proprio in questo passaggio, dall’essere accettata perché non minacciosa all’essere contestata perché scomoda, che si misura la trasformazione più profonda di Greta Thunberg: da icona morale a soggetto politico, capace di polarizzare il dibattito globale come poche altre figure della sua generazione.
Il suo arresto a Londra diventa così non solo una notizia di cronaca, ma un ulteriore simbolo di un’epoca in cui la protesta sociale è al centro di un terreno di scontro fra cittadini, istituzioni e media.
Immagine di copertina: ID Shutterstock 2324990587 | Photographer: UkrPictures
Articolo a cura di Benedetta Rollo, volontaria Servizio Civile Universale di OPES



