Demografia, relazioni e rivoluzione digitale: un viaggio in tre tappe attraverso trent’anni di dati Istat per raccontare le nuove abitudini, i legami e le grandi contraddizioni di un’Italia in profonda trasformazione. In questo primo articolo, analizziamo come la vita quotidiana degli italiani, dal 1993 al 2023, sia cambiata profondamente. Meno figli, più anziani, famiglie più piccole, una società sempre più digitale e una crescente sensibilità ambientale raccontano la trasformazione di un Paese che, in trent’anni, ha modificato non soltanto i propri comportamenti, ma anche il modo di stare insieme.
Ci sono statistiche che misurano un fenomeno. E ce ne sono altre che, messe in fila per trent’anni, raccontano la storia di un Paese. È questo il valore del lavoro dell’Istat “Trenta anni di vita quotidiana: tendenze e trasformazioni nella società italiana”: non una semplice raccolta di numeri, ma una sorta di fotografia a lunga esposizione dell’Italia. Una fotografia nella quale, osservando bene, si riconosce un Paese profondamente diverso da quello degli anni Novanta.
Dal 1993 al 2023 sono cambiati la famiglia, il modo di fare figli, la struttura demografica, il rapporto con la cultura, le forme della socialità, il rapporto con la politica, la fruizione dell’informazione, l’uso della tecnologia e persino il modo in cui guardiamo all’ambiente.
Ma la cosa forse più interessante è che molti dei cambiamenti non hanno cancellato le vecchie contraddizioni dell’Italia: le hanno semplicemente trasformate.
Indice articolo
Un Paese più vecchio, con meno figli
La trasformazione più profonda è probabilmente quella demografica.
Nel 2023 in Italia sono state registrate 379 mila nascite, con un numero medio di figli per donna pari a 1,20. È un dato lontanissimo dal livello di sostituzione della popolazione, fissato a 2,1 figli per donna, raggiunto in Italia per l’ultima volta nel 1976.
Ma dietro il dato sulla fecondità c’è una trasformazione culturale ancora più significativa.
Le italiane continuano infatti a considerare due figli come il numero ideale per una famiglia. L’idea della genitorialità, insomma, non è scomparsa. Anzi, resta largamente presente nelle aspettative delle persone. È la distanza tra ciò che si desidera e ciò che effettivamente accade ad essere diventata sempre più evidente.
La maternità arriva però sempre più tardi: nel 2023 l’età media al parto era di 32,5 anni, mentre per il primo figlio era di 31,7 anni.
È una delle grandi contraddizioni dell’Italia contemporanea: il modello familiare ideale sembra resistere, mentre le condizioni concrete per realizzarlo diventano più difficili.
Nel frattempo la popolazione invecchia. La maggiore longevità rappresenta senza dubbio una delle grandi conquiste della società contemporanea, ma modifica radicalmente gli equilibri tra generazioni, il mercato del lavoro, il sistema di welfare e le responsabilità familiari.
L’Italia che emerge dai dati è dunque un Paese nel quale si vive più a lungo, ma nel quale nascono sempre meno bambini. E questa non è soltanto una questione demografica. È una trasformazione destinata a ridisegnare il futuro del Paese.
La famiglia non è più quella di trent’anni fa
Anche il concetto stesso di famiglia è cambiato. Le famiglie sono diventate più piccole e sempre più spesso composte da una sola persona. L’aumento delle persone che vivono sole rappresenta una delle trasformazioni più evidenti della società italiana.
Non significa necessariamente solitudine. Ed è importante non confondere le due cose. Vivere da soli può essere una scelta, una conseguenza della separazione, dell’assenza di figli, dell’invecchiamento o della mobilità personale. Ma certamente racconta una società nella quale la vita individuale occupa uno spazio molto più grande rispetto al passato.
È uno dei passaggi attraverso i quali la grande famiglia italiana, quella che per decenni ha rappresentato il principale ammortizzatore sociale, ha progressivamente perso centralità.
Eppure la famiglia continua a rappresentare un riferimento fondamentale.
Questa è un’altra delle grandi contraddizioni emerse dai trent’anni osservati dall’Istat: la famiglia cambia forma, ma non scompare come valore.
La rivoluzione che non si vede: il digitale
Se la trasformazione demografica è quella più lenta e profonda, quella digitale è stata probabilmente la più spettacolare.
Nel 1993 Internet non faceva ancora parte della vita quotidiana della maggioranza degli italiani. Trent’anni dopo è diventato una componente quasi strutturale dell’esistenza.
Il cambiamento non riguarda soltanto la quantità di persone connesse, ma il modo stesso di vivere il tempo.
Il passaggio dalla televisione tradizionale allo streaming, dalla radio ai podcast, dai giornali cartacei alle notizie online, dai computer agli smartphone ha progressivamente abbattuto il confine tra tempo libero, informazione, comunicazione e lavoro.
L’Istat ricostruisce alcune delle tappe fondamentali di questa trasformazione: la digitalizzazione della televisione negli anni Novanta, l’arrivo dell’iPhone nel 2007, la diffusione delle Smart TV, l’esplosione dello streaming e dei podcast.
È cambiato, soprattutto, il rapporto con il contenuto.
Nel 1993 era il palinsesto a stabilire quando vedere un programma o ascoltare una trasmissione. Oggi siamo noi a scegliere quando, dove e come consumare contenuti.
La tecnologia ha quindi liberato il tempo dai vecchi vincoli, ma non necessariamente lo ha reso più libero.
Più connessi, non necessariamente più vicini
È forse qui che la fotografia dell’Istat diventa più interessante: la digitalizzazione ha moltiplicato le possibilità di comunicazione e partecipazione, ma non ha automaticamente prodotto una società più partecipativa.
Negli ultimi 25 anni la partecipazione politica attiva è diminuita. Nel 1998 coinvolgeva circa il 10% della popolazione di 14 anni e più; nel 2023 gli “attivi” sono il 5,6%.
Anche l’informazione politica è diminuita: la quota di persone che si informano di politica è passata dal 61,1% al 53,8%, mentre contemporaneamente il web ha moltiplicato i canali attraverso i quali è possibile informarsi.
È un paradosso molto contemporaneo: abbiamo più strumenti per partecipare, ma una parte della società sembra avere meno voglia di farlo.
Non è necessariamente una contraddizione del digitale. È piuttosto la dimostrazione che la tecnologia, da sola, non crea capitale sociale.
La cultura è diventata digitale, ma non ancora popolare
La stessa ambivalenza emerge guardando alla cultura: in trent’anni sono cambiate profondamente le modalità di fruizione culturale. Musica, cinema, televisione e informazione sono diventati accessibili attraverso Internet e dispositivi mobili.
Ma la partecipazione culturale fuori casa rimane relativamente bassa.
Nel 2022 l’Italia si collocava infatti tra gli ultimi posti in Europa per partecipazione culturale fuori casa. E ancora oggi, come trent’anni fa, quasi la metà della popolazione di 6 anni e più non partecipa ad alcuna attività culturale fuori casa nel corso dell’anno. Solo circa una persona su tre ne svolge almeno due.
Anche qui, dunque, la modernizzazione non coincide automaticamente con una maggiore partecipazione.
La cultura è più accessibile. Ma non per questo è diventata più condivisa e le disuguaglianze restano fortemente connesse al livello di istruzione: nel consumo di contenuti digitali, ad esempio, il divario tra chi possiede un livello di istruzione basso e chi è laureato rimane evidente.
L’ambiente: la coscienza è cresciuta più velocemente delle azioni
C’è poi un’altra trasformazione che in trent’anni ha cambiato profondamente il modo di percepire la realtà: l’ambiente. L’attenzione delle persone e delle istituzioni verso le questioni ambientali è cresciuta significativamente. È aumentata la percezione dei rischi e si sono diffusi comportamenti più sostenibili.
Ma anche qui la fotografia non è quella di un cambiamento lineare: la distanza tra consapevolezza e comportamento rimane evidente. Tra il 2014 e il 2023, per esempio, nel Bel Paese è aumentata la quota di persone che acquistano prodotti a chilometro zero, passata dal 17,9% al 23,5%, e quella che acquista prodotti biologici, dall’8,6% al 13,9%.
Ma contemporaneamente è diminuita dal 19,9% al 18,1% la quota di chi utilizza mezzi alternativi all’automobile privata, nonostante la crescente preoccupazione per l’inquinamento e i cambiamenti climatici.
È forse una delle fotografie più sincere dell’Italia contemporanea: sappiamo più di prima, ma non sempre facciamo abbastanza. La consapevolezza ambientale è cresciuta. La trasformazione degli stili di vita, invece, procede più lentamente.
Trent’anni dopo, il cambiamento è diventato la normalità
Se c’è una lezione che si può ricavare da questa lunga fotografia dell’Istat, è che negli ultimi trent’anni l’Italia non ha semplicemente cambiato alcune abitudini: ha cambiato il proprio modo di vivere.
Abbiamo meno figli e viviamo più a lungo. Abbiamo famiglie più piccole ma continuiamo a considerare la famiglia un valore. Abbiamo più strumenti per informarci, ma non necessariamente maggiore partecipazione. Possiamo accedere alla cultura in qualunque momento, ma una parte enorme della popolazione continua a rimanerne ai margini. Siamo più consapevoli dei problemi ambientali, ma non sempre traduciamo la consapevolezza in comportamenti coerenti.
E soprattutto siamo diventati una società nella quale l’individuo ha conquistato uno spazio sempre maggiore.
È forse questa la trasformazione più importante.
Il passaggio dall’Italia degli anni Novanta all’Italia di oggi non può essere letto soltanto attraverso il numero delle nascite, la diffusione di Internet o le percentuali della raccolta differenziata. È un passaggio da una società più omogenea nei modelli di vita a una società molto più articolata, nella quale convivono generazioni, comportamenti, aspettative e stili di vita differenti.
Il problema, allora, non è soltanto capire quanto siamo cambiati. La vera domanda è un’altra: che cosa abbiamo costruito attraverso questi trent’anni di cambiamento?
Perché i dati Istat raccontano un Paese più longevo, più tecnologico e più consapevole. Ma raccontano anche un Paese che deve fare i conti con la denatalità, l’invecchiamento, la solitudine, le disuguaglianze culturali e territoriali, la distanza dalla politica e la difficoltà di trasformare la consapevolezza in partecipazione.
Ed è proprio dentro queste contraddizioni che si trova il ritratto più autentico dell’Italia di oggi: un Paese che non è più quello del 1993. Ma che, forse, non ha ancora deciso fino in fondo quale Italia vuole diventare.



