In Italia la pensione non coincide più necessariamente con la fine dell’attività professionale. Secondo il XXV Rapporto annuale dell’INPS, i pensionati che continuano a lavorare sono passati da circa 40 mila nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023. E nella maggior parte dei casi restano nella stessa azienda, spesso con un’attività ridotta.
La pensione, per molti italiani, non rappresenta più il punto finale della vita lavorativa. È una nuova fase, nella quale assegno previdenziale e reddito da lavoro possono convivere. Un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più rilevanti e che racconta, forse meglio di molte statistiche, quanto stia cambiando il rapporto tra età, lavoro e previdenza.
Il dato più significativo arriva dal XXV Rapporto annuale dell’INPS: i cosiddetti “pensionati lavoratori” sono passati da poco più di 40 mila nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023. In appena quattro anni, dunque, la platea è praticamente quadruplicata.
Non si tratta soltanto di una curiosità statistica. Dietro questi numeri c’è una trasformazione profonda del mercato del lavoro e della società italiana.
Indice articolo
La pensione non è più necessariamente un addio al lavoro
Il fenomeno riguarda quei pensionati che, dopo l’accesso al trattamento previdenziale, continuano a percepire anche un reddito derivante da attività lavorativa dipendente o parasubordinata.
L’INPS evidenzia come, tra i pensionati con decorrenza nel periodo 2019-2023, quasi il 6% risulti presente negli archivi dei lavoratori dipendenti del settore privato. Ma ancora più interessante è ciò che accade dentro le aziende.
Nell’anno in cui decorre la pensione, circa nove nuovi pensionati lavoratori su dieci continuano a lavorare nella stessa impresa nella quale erano occupati prima del pensionamento. La quota è rimasta molto elevata nel tempo: era del 90,7% nel 2019 ed è scesa all’89,4% nel 2023.
È un elemento che cambia la lettura del fenomeno. Non siamo di fronte, nella maggior parte dei casi, a persone che dopo la pensione cercano una nuova occupazione. Piuttosto, il rapporto con l’azienda tende a proseguire, trasformandosi.
Spesso diminuiscono le ore lavorate e le settimane di attività, mentre rimane il patrimonio di esperienza, competenze e conoscenze accumulato durante la carriera.
Perché si continua a lavorare?
Le ragioni possono essere diverse e non necessariamente riconducibili a una sola spiegazione. C’è chi sceglie di proseguire perché si sente ancora pienamente coinvolto nella propria professione. C’è chi vuole mantenere un ruolo attivo, trasmettere competenze alle nuove generazioni o semplicemente non interrompere bruscamente una parte importante della propria vita.
Ma esiste anche una ragione economica che non può essere ignorata.
Il progressivo passaggio al sistema contributivo rende sempre più importante la durata e la continuità della carriera ai fini della costruzione dell’assegno. Lo stesso INPS rileva che nel 2025 l’età media alla decorrenza delle pensioni di vecchiaia e anticipate dei lavoratori dipendenti è salita a 64,7 anni, contro i 64,5 del 2024 e i 61,7 del 2012.
In altre parole, si lavora più a lungo e, una volta raggiunta la pensione, una parte crescente degli italiani sceglie – o ha la necessità – di mantenere comunque un legame con il lavoro.
Un Paese che invecchia
Il fenomeno dei pensionati lavoratori deve essere letto anche alla luce dell’invecchiamento demografico. Il XXV Rapporto INPS fotografa un Paese nel quale i pensionati sono circa 16,4 milioni. Nel 2025 sono stati liquidati circa 1,5 milioni di nuovi trattamenti, in diminuzione dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo cresce la componente assistenziale, anche per effetto dell’aumento della popolazione anziana e molto anziana.
L’età media di accesso alla pensione è ormai significativamente più alta rispetto al passato: dai 61,7 anni del 2012 si è arrivati a 64,7 anni nel 2025. Un cambiamento che riflette l’evoluzione delle regole previdenziali, l’aumento della speranza di vita e la necessità, per molti lavoratori, di costruire un assegno adeguato attraverso una permanenza più lunga nel mercato del lavoro.
La pensione, quindi, sta diventando sempre meno una linea netta che separa due stagioni della vita.
L’esperienza che resta dentro le imprese
C’è anche un altro aspetto da considerare: la permanenza dei pensionati nel mondo produttivo può rappresentare una risorsa per le imprese.
Un lavoratore con decenni di esperienza possiede competenze difficilmente sostituibili in tempi brevi. La sua permanenza, magari con un orario ridotto, può consentire all’azienda di accompagnare il ricambio generazionale e trasferire conoscenze ai lavoratori più giovani.
È una dinamica particolarmente significativa in un mercato nel quale alcune competenze professionali sono difficili da reperire.
Il pensionamento graduale, in questo senso, potrebbe diventare uno strumento per costruire una transizione meno traumatica tra generazioni: non una semplice uscita, ma un passaggio di consegne.
Ma il dato pone anche una domanda sociale
C’è però un’altra faccia della medaglia.
Se cresce il numero di persone che continuano a lavorare dopo aver maturato la pensione, occorre chiedersi quanto questa scelta sia realmente libera.
Il lavoro dopo la pensione può essere una scelta di soddisfazione personale, ma può anche diventare una necessità davanti a un assegno ritenuto insufficiente rispetto al costo della vita.
Il tema, dunque, non è soltanto previdenziale. È anche salariale.
Il rapporto tra pensioni e lavoro non può essere separato dalla qualità delle carriere, dalla stabilità occupazionale e dal livello delle retribuzioni. Lo stesso quadro delineato dall’INPS mette in relazione la sostenibilità del sistema previdenziale con la capacità del mercato del lavoro di generare occupazione stabile, regolare e adeguatamente retribuita.
Un nuovo modello di vecchiaia?
La crescita dei pensionati lavoratori racconta, in definitiva, un’Italia nella quale il concetto stesso di pensionamento sta cambiando.
Da una parte ci sono persone che scelgono di rimanere attive perché hanno ancora energie, competenze e desiderio di partecipare alla vita professionale. Dall’altra c’è un sistema previdenziale che, anche per effetto dell’invecchiamento demografico e del metodo contributivo, porta a una permanenza più lunga nel lavoro.
Il risultato è una frontiera sempre più sfumata tra occupazione e pensione.
E forse la vera sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: costruire un modello nel quale lavorare dopo la pensione sia davvero una scelta, e non la conseguenza della necessità di integrare un reddito insufficiente.
Perché se quasi 158 mila persone continuano a lavorare dopo essere andate in pensione, il dato non dice soltanto che gli anziani lavorano di più. Dice che il modo stesso di intendere la vecchiaia, il lavoro e il pensionamento sta cambiando.
E questa trasformazione riguarda già il presente, non soltanto il futuro.



