Negli ultimi dodici mesi, l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una novità guardata con curiosità e un po’ di diffidenza per trasformarsi in una compagna di lavoro quotidiana per sempre più aziende italiane. A dirlo è la seconda edizione dell’EY Italy AI Barometer, secondo cui l’adozione dell’AI nel contesto professionale è passata dal 12% del 2024 al 46% del 2025: un salto impressionante, che segna un vero cambio di passo nell’approccio del mondo produttivo alla tecnologia.
Il dato più sorprendente è che, a differenza di altre mode digitali, questa volta i benefici si vedono davvero. Più della metà del top management racconta di aver già sperimentato effetti concreti, sia nella riduzione dei costi sia nell’aumento dei profitti. E anche tra i dipendenti cresce la fiducia: l’80% di chi utilizza strumenti di AI ne parla positivamente, con una larga fetta che li usa ormai senza restrizioni particolari.
Indice articolo
È boom di applicazioni AI, ma per cosa vengono utilizzate nelle aziende?
Le applicazioni più diffuse non stupiscono: scrittura di testi, assistenti vocali e chatbot guidano la classifica. In altre parole, l’AI viene percepita prima di tutto come un alleato per aumentare la produttività individuale e alleggerire le attività ripetitive. Ma insieme alle opportunità emergono anche le preoccupazioni: sicurezza dei dati, qualità dell’esperienza d’uso e costi rimangono i tre grandi ostacoli da affrontare.
Un aspetto interessante che lo studio mette in luce è come l’adozione proceda soprattutto dall’alto verso il basso. Manager e dirigenti sono i più entusiasti e i più rapidi a integrare l’AI nelle loro attività, mentre tra i dipendenti la diffusione è ancora più lenta. Non mancano, inoltre, disallineamenti significativi: se tre manager su quattro dichiarano di conoscere bene le linee guida etiche sull’uso dell’AI, tra i lavoratori la percentuale scende sotto il 50%.
Ancora più evidente è il divario nella formazione: i vertici aziendali ritengono in buona parte che i dipendenti siano stati preparati, ma solo uno su cinque si dice davvero soddisfatto del percorso ricevuto.
L’Italia cresce perché investe nella formazione
Su un punto, però, l’Italia svetta rispetto ad altri Paesi europei: l’investimento nella formazione. Oltre sei lavoratori su dieci stanno già studiando per migliorare le proprie competenze sull’AI, sia attraverso corsi professionali sia con iniziative personali. È un dato che colloca l’Italia ai primi posti in Europa per voglia di mettersi in gioco, dietro soltanto a mercati tradizionalmente dinamici come Spagna e Germania.
Il quadro che emerge è quindi quello di un Paese che non solo sta recuperando terreno sull’innovazione, ma che si sta posizionando tra i protagonisti della trasformazione digitale europea. L’AI non è più percepita come un esperimento da laboratorio, bensì come uno strumento strategico capace di portare efficienza e valore concreto, dall’energia alla manifattura, dal settore finanziario fino alla ricerca scientifica.
La sfida decisiva dell’AI
Resta però una sfida decisiva: trasformare questa crescita rapida in una cultura condivisa, inclusiva e sostenibile. Senza un serio impegno sulla formazione diffusa, sulla governance etica e sulla riduzione dei divari tra vertici e base aziendale, il rischio è che l’AI diventi un vantaggio per pochi e una barriera per molti. Al contrario, se accompagnata con lungimiranza, potrà diventare un motore di competitività e, perché no, un’opportunità per ridisegnare il lavoro in Italia in chiave più innovativa e produttiva.



