Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, la lotta al cambiamento climatico, iniziata con molta energia, si è rallentata tra dubbi, interessi contrastanti e impegni non mantenuti. Durante il patto, adottato alla COP21, i Paesi partecipanti si erano impegnati a limitare l’aumento della temperatura globale sotto i 2° e (se possibile) sotto 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali.
Il nuovo Global Carbon Budget 2025, pubblicato da un team internazionale di 130 ricercatori, offre una fotografia complessa: la corsa delle emissioni non si è davvero fermata, ma almeno procede con un passo meno aggressivo rispetto al passato. È un risultato che non basta, ma indica che la direzione, pur faticosa, potrebbe essere quella giusta.
La buona notizia è che l’aumento delle emissioni prodotte da carbone, petrolio e gas non ha più la stessa impennata degli anni precedenti all’accordo, quando la crescita sfiorava il 2% all’anno. Oggi l’incremento è stabile attorno allo 0,8%, un dato che da solo non cambia il destino del pianeta, ma rivela una lieve perdita di velocità di un sistema energetico ancora dominato dai combustibili fossili.
Nel 2025 l’anidride carbonica derivante dall’uso di queste fonti salirà comunque dell’1,1% rispetto all’anno precedente, con aumenti distribuiti tra gas (+1,3%), petrolio (+1%) e carbone (+0,8%), in particolare per la spinta di India e Stati Uniti.
C’è però un altro segnale positivo che gli scienziati non hanno ignorato: la riduzione delle emissioni legate alla deforestazione, abbinata con un’accelerazione quasi inedita delle rinnovabili. Ciò si sta realizzando grazie a pannelli fotovoltaici e turbine eoliche che stanno crescendo a ritmi smisurati.
Secondo il coordinatore del rapporto, Pierre Friedlingstein, il limite di 1,5 °C indicato durante l’accordo Parigi è ormai fuori portata: mancano circa 170 miliardi di tonnellate di CO₂ prima di oltrepassarlo definitivamente, e al ritmo attuale questa soglia verrà superata solo entro il 2030. Anche se l’accordo non ha impedito la crescita delle emissioni, ha comunque rallentato una traiettoria che avrebbe condotto a scenari peggiori.
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Promossi e bocciati dell’anno climatico
Come in ogni “pagella” globale, il Global Carbon Budget distingue i Paesi esemplari da quelli meno virtuosi. La Cina, primo Paese per emissioni ma anche leader nelle energie rinnovabili, ha quasi azzerato l’aumento di anidride carbonica: il +0,4% registrato quest’anno ha deluso chi sperava in una svolta immediata, ma, dato il ritmo attuale delle nuove installazioni, l’inversione sembra solo rimandata di pochi anni.
Anche l’Unione Europea ha mantenuto un incremento contenuto dello 0,4%, pur dovendo far fronte a un inverno più freddo del normale. Fra i Paesi che possono vantare risultati positivi ci sono 35 nazioni, prevalentemente europee (l’Italia non è tra queste), che dall’accordo di Parigi a oggi hanno ridotto le emissioni senza frenare la crescita economica. Il premio come miglior nazione va al Giappone, con un calo del 2,2%.
Sul fronte opposto, gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump hanno visto crescere le emissioni dell’1,9%, mentre i Paesi a medio e basso reddito continuano a essere tra i maggiori produttori di gas serra.
Con il limite del grado e mezzo ormai quasi irraggiungibile, le proiezioni più recenti indicano un riscaldamento globale di circa 2,5 gradi prima che le politiche ambientali inizino a dare effetti significativi. Secondo il Carbon Budget, un calo complessivo delle emissioni mondiali è atteso solo per il 2030, quando la Cina (responsabile di un terzo delle emissioni globali) inizierà a ridurre significativamente la propria produzione di anidride carbonica.
Un decennio di energie rinnovabili da record
Nonostante le lacune, il decennio seguito all’accordo ha visto un’espansione delle energie rinnovabili oltre le aspettative: quella solare e quella eolica hanno superato il carbone nella generazione elettrica globale, gli investimenti nelle tecnologie pulite sono invece il doppio di quelli nei fossili e le auto elettriche si diffondono più velocemente di quanto previsto nel 2015.
Per finire, il mondo non ha ancora imboccato la curva discendente delle emissioni e la prima vera riduzione globale potrebbe quindi arrivare solo intorno al 2030, quando la Cina inizierà finalmente a calare la propria produzione di anidride carbonica. Ma il percorso intrapreso dieci anni fa ha evitato scenari ben più scuri e ha dimostrato che il cambiamento, seppur lento, è possibile.
Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID Foto: 2621527557 / Autore: Algimantas Barzdzius





