Nelle piazze e nei parchi delle nostre città, dove spesso il silenzio delle periferie si scontra con la mancanza di opportunità, è nato un modello che riesce ad essere uno strumento di innovazione sportiva e contemporaneamente di innovazione sociale.
Stiamo parlando del progetto “Coach di Quartiere“, celebrato durante la settima edizione del Gala dello Sport, l’evento che ha chiuso l’anno di OPES. L’iniziativa, coordinata da Claudio Massa e nata da un’idea dell’organizzazione “L’ORMA”, è stata nominata, nel corso della cerimonia del 16 dicembre, come una delle quattro best practice del 2025.
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Uno strumento di inclusione sociale
Dal suo debutto nel 2020, il progetto “Coach di Quartiere” si è posto un obiettivo ambizioso: abbattere le barriere economiche e sociali che impediscono a molti bambini di accedere alla pratica sportiva. In Italia, la fragilità economica di una famiglia si traduce abitualmente in una rinuncia forzata al benessere fisico e alla socialità che solo lo sport sa offrire.
“Coach di Quartiere” risponde quindi a questa emergenza portando il gioco e l’attività motoria direttamente sotto casa, trasformando i parchi pubblici in palestre a cielo aperto completamente gratuite per la fascia d’età dai sei agli undici anni.
L’attivismo giovanile come motore del cambiamento
Il vero cuore pulsante del progetto risiede principalmente nell’attivismo giovanile. A guidare le sessioni di gioco non sono solo istruttori professionisti, ma altresì una fitta rete di volontari tra i sedici e i venti anni: studenti, atleti locali e giovani lavoratori che decidono di mettersi al servizio della propria comunità.
Questi ragazzi, definiti appunto “Coach di Quartiere”, diventano modelli positivi per i più piccoli, creando un ponte generazionale che riempie di significato il concetto di cittadinanza attiva. Sotto la supervisione dei “Playmaker” (ovvero i coordinatori esperti del terzo settore) i volontari imparano a gestire dinamiche di gruppo complesse, acquisendo competenze umane e professionali.

Il progetto: “coach di quartiere”
L’identità del campo: tra appartenenza e inclusione
Il progetto non si limita a offrire unicamente un’attività fisica, ma agisce inoltre come una sorta di promotore di identità per chi vive in contesti di fragilità sociale. Claudio Massa, intervenuto ai microfoni di Risorse.News, osserva come il cambiamento più significativo risieda nel senso di appartenenza che si genera nei più giovani: “La cosa più bella è che quando chiedi a questi bambini che sport praticano, molti rispondono con orgoglio: “Faccio il Coach di Quartiere”“.
Questa risposta trasforma un’attività di volontariato in un vero e proprio “status simbolico”. Il beneficio, tuttavia, è a doppio senso. Se i bambini trovano un punto di riferimento, i volontari superano il dubbio iniziale riscoprendosi parte integrante del tessuto civile: “l’impegno sportivo diventa la loro identità“, spiega Massa, sottolineando come l’utilità sociale percepita verso il territorio finisca per motivare i coach tanto quanto lo sono i piccoli atleti.
La tecnica del Social Franchising
Per garantire che questa scintilla non resti isolata, l’organizzazione ha adottato il modello del “social franchising”, una strategia che mutua l’efficienza del mondo business per scopi puramente etici. L’ideatore dell’iniziativa ha chiarito che l’obiettivo non è la scalabilità dei ricavi, ma la massimizzazione dell’impatto sociale attraverso il supporto tecnico de “L’Orma“, organizzazione presieduta dallo stesso Massa.
Questa struttura permette di esportare il format in nuove città con una marcia in più: “Grazie all’esperienza di questi cinque anni possiamo velocizzare il processo in cui il progetto riesce a partire e, soprattutto, a durare nel tempo“. Il modello offre infatti gli strumenti per rendere ogni nuova sezione del progetto autosufficiente, rendendola capace di attrarre volontari e attivare dinamiche economiche in grado di coprire i costi operativi. “In questo modo” ha concluso Massa “il Coach di Quartiere diventa sostenibile, regalando sempre più ore di sport ai bambini”.
Verso un modello strutturale in continua espansione
I numeri raccolti finora confermano la solidità della proposta: centinaia di famiglie coinvolte, migliaia di ore di attività e una presenza costante in numerose città italiane (otto per l’esattezza). L’obiettivo a lungo termine è rendere questo meccanismo una struttura permanente nelle aree urbane, un percorso che accompagni i giovani dai sei fino ai venticinque anni, garantendo loro non solo il diritto allo sport, ma anche una palestra di vita quotidiana.
In un Paese che spesso fatica a innovare nelle politiche sociali, “Coach di Quartiere” dimostra che la vera vittoria non si ottiene sul tabellone dei punti, ma nel numero di sorrisi restituiti a un parco che, grazie a un pallone e a un gruppo di giovani entusiasti, torna finalmente a vivere.







