Lo scorso 19 gennaio, l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT) di Roma ha ospitato un dibattito chiave sul futuro del welfare italiano.
In occasione dell’evento legato al progetto ‘AttivAzione‘, iniziativa promossa da OPES per favorire l’occupabilità e l’impegno civile dei giovani, il project manager Antonio Gatto ha presentato una tesi di master incentrata su un nuovo modello operativo, che risultata non essere solamente un esercizio accademico.
La proposta è apparsa infatti come una vera e propria analisi sul campo di come la sinergia tra istituzioni e società civile possa trasformare l’accoglienza in un’opportunità di sviluppo territoriale.
Al centro del lavoro di Gatto, intitolato “La coprogettazione sociale: il SAI nel Comune di Rieti“, vi è l’analisi di un modello che ha saputo superare la logica dell’emergenza per abbracciare quella della pianificazione strutturata.
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Un cambio di paradigma: dalla gestione alla partnership
Il cuore della tesi di Antonio Gatto risiede nel concetto di “coprogettazione sociale“. Non si tratta di una semplice delega di servizi da parte del pubblico al privato sociale, ma di un processo condiviso che inizia sin dalla fase di ideazione. Come sottolineato da Gatto durante la sua esposizione, il Comune di Rieti rappresenta un caso esemplare in questo senso.
Il Comune non si limita a emanare bandi, ma agisce altresì come partner attivo degli Enti del Terzo Settore (ETS). Questo approccio trova il suo fondamento normativo nel Codice del Terzo Settore, che trasforma gli ETS da esecutori di direttive a partner strategici per il perseguimento dell’interesse generale. A Rieti, questa collaborazione ha permesso di gestire con successo il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), con una progettualità che guarda già al triennio 2026-2028.
Il “Modello Rieti”: un successo radicato nel territorio
Nelle dichiarazioni rilasciate a Risorse.news, Gatto ha evidenziato come il successo dell’esperienza reatina non sia frutto del caso, ma di una continuità amministrativa e progettuale.
“Il caso che ho studiato è un progetto radicato sul territorio, dove il Comune è assolutamente in grado di affrontare la coprogettazione insieme agli enti coinvolti“, ha spiegato il project manager.
Il lavoro di squadra tra l’amministrazione comunale e le realtà del Terzo Settore ha permesso di chiudere positivamente il ciclo progettuale 2023-2025, portando l’ente a voler replicare il modello per il futuro.
Questo “modello di successo” si basa sulla capacità di produrre sistemi di bando complessi che mettono al centro la dignità della persona e l’autonomia dei beneficiari.
L’accoglienza diffusa come strategia di coesione
Un punto cardine della tesi è la distinzione tra l’accoglienza “emergenziale” e quella “diffusa” tipica del SAI. A Rieti, l’attenzione è rivolta altresì alla categoria degli “Ordinari” (adulti in condizione di disagio e richiedenti protezione), con un sistema che prevede piccoli nuclei abitativi inseriti nel tessuto urbano.
Questo approccio riduce l’impatto sociale delle grandi strutture e favorisce una reale integrazione. Gatto ha sottolineato come il SAI di Rieti non si occupi solo di fornire un tetto, ma di attivare inoltre dei servizi di mediazione linguistica, orientamento al lavoro e tutela psico-sanitaria.
Lo possiamo dunque definire come un sistema che “parla” con il territorio: i beneficiari non sono soggetti passivi, ma persone inserite in un percorso di autodeterminazione.
È possibile applicare il metodo SAI a piaghe sociali come il bullismo o il disagio giovanile?
“Il modello SAI ha una sua settorialità perché è strettamente legato all’accoglienza di migranti, però è un modello multiplo”: è stata la risposta decisiva del manager.
Gatto ha spiegato che, pur nella sua specificità legata ai migranti, l’architettura del sistema è flessibile. “Il progetto ha già rami dedicati ai minori stranieri che si sviluppano parallelamente“, ha osservato, sottolineando come la struttura basata su analisi dei bisogni e tavoli di lavoro sia replicabile in ogni ambito sociale.
Non solo assistenza: la cultura come terreno di cooperazione
Interrogato sulla capillarità delle collaborazioni tra l’amministrazione e le realtà sociali, Gatto ha tracciato il profilo di un ente che definisce “estremamente dinamico“. Secondo il project manager, infatti, il Comune di Rieti non si limita alla gestione dell’assistenza ordinaria, ma spinge la propria progettualità fino ai confini dell’animazione culturale.
“Il Comune è attivo in ambiti che superano il welfare tradizionale”, ha spiegato Gatto, portando come esempio appropriato la partnership con OPES. Il cuore di questa sinergia risiede nei progetti di Servizio Civile, una risorsa che vede i giovani impegnati su più fronti: “I volontari partecipano attivamente alla vita cittadina, presidiando luoghi come la biblioteca e il museo, o supportando il dipartimento dei servizi sociali“.
In questa cornice, il Terzo Settore smette di essere un semplice aiuto esterno per trasformarsi nel vero braccio operativo della città.




