Povertà educativa e malessere psicologico, un binomio che si traduce così: edupsicopenia

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povertà educativa

Quando malessere psicologico e povertà educativa coesistono si parla di edupsicopenia. Un neologismo creato dal Centro Italiano Aiuti all’Infanzia (CIAI) per dare voce ad una realtà sempre più presente e che non si può continuare ad ignorare perché è spesso responsabile di una condizione di grave disagio. Bambine e bambini che a causa di una povertà educativa non solo non sviluppano le proprie potenzialità, ma neanche le riconoscono. Ciò porta ad un disorientamento dell’individuo che mina non solo al suo sviluppo cognitivo ma anche a quello etico-morale

L’edupsicopenia è un fenomeno complesso, presente da molti anni ma ignorato o poco trattato dai media. Povertà economica e povertà educativa si alimentano reciprocamente, privando il giovane delle opportunità di studio, dell’uso e conoscenza di nuove tecnologie, di stimoli culturali, escludendolo dal mondo dell’arte come da quello dello sport.

Povertà educativa e malessere psicologico non possono essere considerati separatamente. Per tale motivo è stato coniato il termine edupsicopenia, per affrontare e studiare insieme i due problemi e dare voce ad una sofferenza che non si può più ignorare. Prima di parlare di edupiscopenia, Save the Children alcuni anni fa introdusse per la prima volta in Italia, il concetto di “povertà educativa” definita come la privazione della possibilità per i bambini e adolescenti di sviluppare le proprie capacità cognitive, il proprio potenziale creativo.

Da una ricerca di Domani (Im)possibili di Save the Children è stato scoperto che 1,3 milioni tra bambini, bambine e adolescenti si trovano in una povertà assoluta. A causa di questa condizione, più di un ragazzo su quattro è costretto in seguito ad abbandonare la scuola per poter lavorare. 

Edupsicopenia: povertà educativa e malessere psicologico

In molti casi la povertà educativa o culturale è una conseguenza della povertà materiale. Una famiglia in difficoltà economica non potrà fornire ai bambini e alle bambine quelle opportunità, i mezzi per ampliare la propria conoscenza, le proprie capacità. Da qui la difficoltà a costruire e sviluppare il proprio io, con il sopraggiungere, poi, di uno stato di disagio psicologico.

Le famiglie in povertà assoluta o relativa non solo non hanno gli strumenti culturali per supportare la didattica scolastica (strumenti tecnologici di connessione internet ad esempio), ma hanno anche pochi mezzi per contrastare l’isolamento sociale dei propri figli (centri aggregativi, spazi e attrezzature sportive come luoghi di socializzazione, di apprendimento). La povertà educativa, quindi, si acuisce e si aggrava.

Questo malessere deriva da diversi settori, passando per un’area funzionale-organica, poi attraverso quella cognitivo-comportamentale e infine quella socio ambientale-relazionale. Insorgono, inoltre, disturbi legati al sonno, all’alimentazione, all’ansia, agli attacchi di panico, alla depressione o la totale apatia (“congelamento emotivo”).

Molti ragazzi e ragazze cercano autonomamente di uscire da questa situazione, assumendo anche psicofarmaci senza prescrizione medica.

Dati Istat: poche infrastrutture e cultura in calo

Ci sono considerazioni da fare non solo a livello economico, ma anche territoriale. Il calo culturale che comprende andare a teatro, al cinema, a visitare un museo o mostra deriva da una mancata presenza di infrastrutture storico-artistiche. Secondo dati Istat del 2022 i musei pubblici e privati aperti in Italia sono 4.416. Il 46,6% si trovano al Nord, il 28,2% nel Centro e al Sud il 25,1%. Lo stesso vale per le biblioteche: il 56,6% si trova al Nord; come anche per i cinema, la fruizione cinematografica è più diffusa dove l’offerta infrastrutturale è maggiore (48,7% nei centri delle aree metropolitane e il 44,4% nelle periferie).

Da questi dati si può già capire la differenza di territorio tra Nord e Sud, tra città e paesi di provincia, tra centro e periferia. Considerando quartieri o zone dove mancano spazi educativi, i bambini e le bambine sono privati da stimoli, dalla curiosità genuina che li caratterizza, la quale poi non viene sfamata.

Negli ultimi anni, numerose associazioni hanno cercato di dare una mano (ad esempio nelle periferie delle grandi città come Roma) ricreando spazi culturali per bambini e ragazzi. Tali iniziative sono nate per permettere ai più giovani di mettersi alla prova, immergersi nelle proprie creatività e potenzialità, affinché possano avere prospettive future migliori, cambiando la propria condizione

Ad esempio Save the Children, a tal proposito, ha istituito 26 Punti Luce, spazi ad alta intensità educativa nei quali i più giovani e i più piccoli possono studiare, giocare e cimentarsi in altre attività. Questi punti si trovano nelle periferie delle città principali.

Uno sguardo non solo al presente ma anche al futuro

Per spezzare questo ciclo di malessere non bisogna vedere solo al presente, poiché è una questione generazionaleCercare di aiutare i più giovani, adolescenti e preadolescenti è un punto di partenza sia per loro sia per le generazioni future.

Bisogna puntare ad una rieducazione, dando la possibilità non solo di servirsi di strumenti materiali, ma anche spirituali. Come? Insegnando il significato di equilibrio e sobrietà economica attraverso l’educazione, poiché disporre di possibilità di accrescimento personale attraverso una buona condizione economica non deve cadere in una cultura del consumismo

Povertà educativa come povertà etica-spirituale 

Se la povertà materiale è certamente connessa a quella educativa, più difficile è affrontare quella povertà educativa che deriva da una privazione di un orientamento etico, della trasmissione di valori. La povertà educativa non appartiene solo alle famiglie segnate dalla povertà materiale, ma interessa anche le classi sociali più abbienti, nelle quali la rincorsa al successo economico e alla scalata sociale conducono solo ad un bieco materialismo e all’appiattimento delle prospettive spirituali.

La nostra società consumistica produce “vite da scarto” (Bauman, 2011): la povertà “spirituale” di molti giovani, spesso si manifesta con atti comunicativi estremi: dagli atti di bullismo al consumo di droghe, all’alcool, ai giochi d’azzardo, agli atti autolesionista.

Sempre secondo Bauman, gli uomini di scarto, i ragazzi vittime del materialismo, vivono una situazione senza uscita. Se tentano di adeguarsi allo stile di vita consumistico, sono accusati di arroganza, di pretendere ciò che non è loro dovuto o meritato. Se invece, criticano, rifiutano una società, un sistema orientato al consumismo, sono considerati “dall’opinione pubblica” un corpo estraneo, elementi malsani che distruggono i valori portanti della società. I poveri spirituali sono dei “morti dentro”, che non riescono a trovarsi, a risolversi tra la ricerca di una realizzazione profonda e una felicità che appare a portata di mano.

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