Presentata da FdI la «Rivoluzione Welfare»: famiglia, lavoro e Terzo settore al centro del nuovo modello sociale

Terzo settore

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FDI presenta la «Rivoluzione Welfare»: famiglia, lavoro e Terzo settore al centro del nuovo modello sociale

Fratelli d’Italia ha rilanciato al Senato una nuova idea di welfare costruita attorno alla persona e non soltanto sull’erogazione di sussidi. Servizi territoriali, sostegno alle famiglie, inclusione lavorativa, welfare aziendale e Terzo settore sono i pilastri indicati dal partito di Giorgia Meloni per ridisegnare il sistema italiano.

Il welfare italiano cambia prospettiva. O, almeno, questa è la sfida lanciata da Fratelli d’Italia con la presentazione della «Rivoluzione Welfare – La via italiana all’inclusione sociale», iniziativa che si è svolta il 4 agosto al Senato e che ha riunito esponenti del Governo e del partito per fare il punto sulle politiche sociali adottate negli ultimi anni.

Al centro della proposta c’è un principio dichiarato con chiarezza: la persona deve tornare a essere il fulcro delle politiche di welfare. Non soltanto destinataria di un trasferimento economico, dunque, ma soggetto da accompagnare attraverso servizi, lavoro, relazioni sociali e strumenti capaci di rafforzarne autonomia e partecipazione.

È questa la «via italiana» al welfare che FdI rivendica: un sistema nel quale lo Stato mantiene un ruolo fondamentale, ma lavora insieme a famiglie, comunità territoriali, Terzo settore e imprese.

Rivoluzione welfare: dal sussidio alla persona

La critica di fondo riguarda un modello considerato troppo concentrato sull’assistenza economica. La prospettiva proposta da Fratelli d’Italia punta invece a costruire un welfare di comunità, capace di mettere in rete soggetti diversi.

La viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci ha indicato tre pilastri: sistema pubblico, Terzo settore e welfare aziendale. L’obiettivo è superare una logica nella quale l’intervento pubblico coincide prevalentemente con l’erogazione di una prestazione e costruire, invece, percorsi personalizzati e integrati.

Una trasformazione che parte anche dai territori. Tra le misure ricordate durante l’incontro figurano 545 milioni di euro per il potenziamento dei servizi sociali territoriali, con l’inserimento accanto agli assistenti sociali di psicologi, educatori, pedagogisti e personale amministrativo. L’idea è quella di creare équipe multidisciplinari in grado di affrontare situazioni complesse senza lasciare sulle spalle di un singolo operatore la responsabilità di bisogni sempre più articolati.

Giovani e comunità: 342 milioni per nuovi spazi

Una particolare attenzione è stata dedicata anche alle nuove generazioni.

Il Governo ha destinato 342 milioni di euro alle comunità giovanili, con l’obiettivo di realizzare centri di aggregazione gratuiti per ragazzi tra gli 11 e i 21 anni. Il programma prevede cento strutture finanziate, con cinquanta già inaugurate al momento della presentazione.

Non si tratta soltanto di creare luoghi fisici. La finalità dichiarata è accompagnare la rigenerazione urbana con una vera e propria rigenerazione sociale, mettendo a disposizione dei giovani attività culturali, musicali e formative, competenze digitali e occasioni di socialità. Anche in questo caso il Terzo settore è chiamato a svolgere un ruolo centrale.

È una concezione del welfare che prova quindi a intervenire prima che il disagio diventi emergenza: creare comunità, relazioni e opportunità significa anche prevenire isolamento ed esclusione.

Famiglie e lavoratori: il welfare entra nella busta paga

La «Rivoluzione Welfare» guarda anche al rapporto tra lavoro e qualità della vita.

Tra gli strumenti ricordati da Bellucci figurano l’innalzamento dei fringe benefit fino a 1.000 euro per tutti i dipendenti e fino a 2.000 euro per quelli con figli a carico, oltre alla possibilità di riconoscere fino a 5.000 euro ai nuovi assunti che trasferiscono la propria residenza per motivi di lavoro.

Un altro intervento riguarda i premi di produttività, per i quali viene indicata una tassazione all’1% fino a 5.000 euro.

La logica politica è quella di ampliare il concetto stesso di retribuzione. Non soltanto salario, ma anche servizi, sostegni alla famiglia, sicurezza e condizioni di lavoro dovrebbero concorrere a determinare il benessere complessivo del lavoratore.

Da qui la formula del «salario giusto», contrapposta all’idea di affidare esclusivamente al salario minimo la risposta alla questione dei redditi.

«Più assumi, meno paghi»: il lavoro come strumento di inclusione

Nel progetto presentato al Senato, il lavoro occupa una posizione centrale.

Per Francesco Filini, responsabile del Dipartimento Programma di Fratelli d’Italia, il lavoro rappresenta la principale forma di inclusione sociale. La strategia viene sintetizzata nella formula «più assumi, meno paghi», collegata agli incentivi destinati alle imprese che aumentano l’occupazione.

Tra gli strumenti citati c’è la maggiorazione della deduzione del costo del lavoro al 120%, che può arrivare al 130% per alcune categorie considerate fragili o svantaggiate.

L’impostazione è quindi quella di collegare politiche sociali e politiche occupazionali: sostenere chi è in difficoltà, ma allo stesso tempo creare le condizioni perché chi può lavorare trovi un’occupazione e possa progressivamente conquistare autonomia.

È anche il quadro nel quale FdI colloca il superamento del Reddito di cittadinanza e la distinzione tra persone non occupabili e persone che, invece, possono essere accompagnate verso il mercato del lavoro.

Terzo settore, non semplice spettatore

Uno degli elementi più significativi della proposta riguarda il ruolo attribuito al Terzo settore.

Associazioni, organizzazioni di volontariato, enti sociali e realtà territoriali vengono considerati parte integrante della costruzione delle politiche di welfare. Non semplici soggetti chiamati ad applicare decisioni prese altrove, ma componenti di una rete nella quale istituzioni pubbliche e società civile collaborano per intercettare bisogni e costruire risposte.

È il principio di sussidiarietà richiamato anche da Giovanni Donzelli: lo Stato resta responsabile delle politiche sociali, ma non deve necessariamente essere l’unico soggetto a erogare direttamente tutti i servizi.

Una prospettiva che, se tradotta concretamente nei territori, potrebbe modificare profondamente il rapporto tra pubblica amministrazione e organizzazioni sociali.

Anziani e sanità integrativa: la prossima sfida

Un altro capitolo riguarda la popolazione anziana.

Francesco Zaffini ha richiamato la legge 33 e il percorso di deistituzionalizzazione degli anziani, con l’obiettivo di favorire la permanenza delle persone fragili nel proprio ambiente familiare e sociale, anziché separarle dalla comunità.

Ma la prossima partita potrebbe essere quella della sanità integrativa.

Zaffini ha annunciato l’intenzione di arrivare a una riforma del settore entro l’anno, dopo il ciclo di audizioni svolto in Commissione. L’idea è costruire un secondo pilastro capace di affiancare il Servizio sanitario nazionale senza sostituirlo.

Il principio indicato è netto: il Servizio sanitario nazionale deve restare il perno del sistema, mentre gli strumenti integrativi possono contribuire a rispondere ai bisogni laddove emergano difficoltà legate ai tempi e alla capacità di erogazione delle prestazioni.

Una scommessa politica, prima ancora che tecnica

La «Rivoluzione Welfare» presentata da Fratelli d’Italia è dunque qualcosa di più di un elenco di misure.

È il tentativo di proporre una diversa filosofia delle politiche sociali: meno centrata sul trasferimento e più orientata all’autonomia; meno individuale e più comunitaria; meno separata tra assistenza, lavoro e famiglia e più integrata.

Secondo Zaffini, il Governo avrebbe investito complessivamente 52 miliardi di euro nel welfare e nelle politiche sociali, indicando nella centralità della persona il criterio che dovrebbe guidare questo nuovo percorso.

La vera sfida, tuttavia, comincia adesso.

Perché parlare di welfare di comunità significa riuscire a trasformare risorse e principi in servizi che arrivano realmente alle persone, soprattutto nei territori più fragili. Significa rafforzare i Comuni, rendere il Terzo settore un partner effettivo, sostenere le famiglie, migliorare l’accesso alla salute e creare opportunità di lavoro.

La «rivoluzione», in altre parole, non si misurerà soltanto nelle cifre stanziate o nelle norme approvate. Si misurerà nella capacità di una persona anziana di restare nella propria casa, di una famiglia di conciliare lavoro e figli, di un giovane di trovare uno spazio di aggregazione, di una persona fragile di essere accompagnata verso l’autonomia e di un lavoratore di vedere migliorare concretamente la propria qualità della vita.

È qui che il welfare smette di essere soltanto una voce del bilancio pubblico e diventa una politica della dignità.

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