Quando la guerra fa piovere petrolio: il costo ambientale dei conflitti armati

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A Teheran piove petrolio. A scatenare il fenomeno è stato l’attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2026. L’aggressione ha colpito diversi stabilimenti petroliferi nella capitale iraniana e nel Nord del Paese, generando piogge nerastre che sono cadute su tutta la città. Video apocalittici diffusi sui social hanno mostrato come gli attacchi subiti abbiano devastato Teheran, causando incendi ed esplosioni di interi condotti fognari dopo che il petrolio ha iniziato a fluire. Idrocarburi, ossidi di zolfo e ossidi di azoto sono stati rilasciati nell’aria. “Sembrava la fine del mondo, o l’inizio di quello che mi ricorda l’Inferno”, ha raccontato un’abitante della zona.

La protezione civile iraniana e la Mezzaluna rossa hanno esortato tutti i cittadini della capitale a rimanere in casa per scongiurare ulteriori ripercussioni. Il rischio è quello che, nel caso di precipitazioni atmosferiche, come già successo durante le prime ore del giorno, ci si trovi di fronte a piogge acide a causa della presenza di composti tossici nell’atmosfera.

Il precedente storico dei disastri ambientali di guerra

Scene come quelle osservate a Teheran non sono nuove nella storia dei conflitti moderni. Non è la prima volta che la guerra provoca danni ecologici su larga scala.

Durante la Guerra del Golfo, l’esercito iracheno in ritirata incendiò centinaia di pozzi petroliferi in Kuwait. Per mesi il cielo rimase oscurato da dense colonne di fumo nero e milioni di barili di petrolio si riversarono nel deserto e nel Golfo Persico, scatenando una delle più gravi catastrofi ambientali legate a un conflitto. Il terreno venne contaminato da laghi di greggio e le emissioni generate dagli incendi aggravarono significativamente l’inquinamento atmosferico nella regione.

Anche la Guerra del Vietnam rappresenta uno dei casi più emblematici di devastazione ambientale causata dalle ostilità. Le forze statunitensi utilizzarono milioni di litri di defoglianti chimici, tra cui il cosiddetto Agent Orange, per annientare la vegetazione che offriva copertura alle forze nemiche. L’operazione distrusse vaste aree di foresta tropicale e contaminò terreni agricoli e corsi d’acqua, con conseguenze sanitarie e ambientali tuttora persistenti.

Più recentemente, anche il conflitto iniziato con l’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato quanto la guerra possa colpire ecosistemi e infrastrutture energetiche. Bombardamenti su centrali elettriche, impianti industriali e depositi di carburante hanno liberato sostanze inquinanti nell’aria e nel suolo, mentre la distruzione di infrastrutture ha aumentato il rischio di contaminazioni diffuse.

Nella Striscia di Gaza, mesi di bombardamenti e combattimenti hanno portato ad un grave deterioramento del suolo, delle risorse idriche e delle attività agricole. I sistemi di gestione delle fognature, delle acque reflue e dei rifiuti solidi sono collassati, mentre la distruzione diffusa di edifici, strade e infrastrutture ha generato milioni di tonnellate di macerie. Parte di questi detriti è contaminata da ordigni inesplosi, amianto e altre sostanze pericolose che rappresentano un rischio per la popolazione e per l’ambiente.

Il crollo delle infrastrutture pubbliche ha avuto anche conseguenze dirette sulla salute delle persone. Nei mesi successivi all’intensificarsi del conflitto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un drastico aumento delle malattie trasmissibili, con centinaia di migliaia di casi di infezioni respiratorie acute e numerosi episodi di diarrea tra i bambini sotto i cinque anni.

Il costo umano e ambientale delle guerre di oggi

Oggi il mondo si trova ad affrontare livelli di conflitto e violenza tra i più alti degli ultimi decenni, con conseguenze drammatiche per milioni di persone. Secondo diverse analisi, nel 2023 sono stati registrati oltre 170 conflitti armati nel mondo, e i primi dati relativi al 2024 sembrano indicare una situazione ancora più preoccupante. Alla fine dello stesso anno quasi 120 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e violenze diffuse.

Se il costo umano dei conflitti è evidente e profondamente tragico, spesso meno visibili sono le conseguenze sull’ambiente. Oltre alla distruzione immediata causata dai combattimenti, le guerre alterano gli equilibri degli ecosistemi, consumano risorse naturali, contaminano aria, acqua e suolo e mettono a rischio la salute del pianeta anche nel lungo periodo.

Non a caso le Nazioni Unite hanno istituito nel 2010 la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in guerra e nei conflitti armati, che si celebra ogni anno il 6 novembre. L’obiettivo è richiamare l’attenzione della comunità internazionale e di tutta la popolazione civile su una questione sempre più urgente ovvero la necessità di riconoscere e affrontare l’impatto ambientale dei conflitti.

La guerra inquina, distrugge e avvelena. Ogni conflitto produce conseguenze sull’ambiente e sugli ecosistemi. Troppo spesso si trattano la guerra e la crisi climatica come due questioni distinte, eppure bombardare depositi di petrolio costituisce anche un disastro ambientale.

 

Articolo a cura di Benedetta Rollo, volontaria SCU OPES

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