Alla scoperta di “Quartotempo” con il presidente Matteo Fazzini: l’associazione dove i valori e le esperienze vissute in campo arricchiscono la quotidianità delle persone, e viceversa

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Alla scoperta di “Quarto Tempo” con il presidente Matteo Fazzini: l’associazione dove i valori e le esperienze vissute in campo arricchiscono la quotidianità delle persone, e viceversa

Se il calcio italiano sta attraversando uno dei suoi periodi più bui, esistono realtà nazionali capaci di guardare oltre la tecnica, rimettendo al centro l’uomo.

«Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. [….] A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.”

Esordisce così il sito web dell’Associazione Quartotempo, prendendo in prestito le celebri parole di Pier Paolo Pasolini. In queste righe, il poeta esaltava l’importanza di educare i giovani al fallimento, promuovendo un’umanità empatica contro la cultura ossessiva del successo e la prevaricazione sociale.

Questo richiamo a valori profondi, tutt’altro che scontati nell’epoca odierna, costituisce il cuore pulsante dell’ideale di Quartotempo, l’associazione fiorentina che garantisce a ragazzi con disabilità motorie e intellettive il diritto allo sport, in particolare al calcio. 

Per capire come questa filosofia si traduca in azioni concrete in un’epoca dove nulla è più garantito, soprattutto se parliamo di soccer, la redazione di Risorse.news ha avuto il piacere di parlare con il presidente dell’organizzazione, Matteo Fazzini

Fondatore del progetto insieme a uno psicologo, Fazzini ci racconta di come sia nata l’idea di un’area tecnico-sportiva inscindibile da quella psicologico-educativa, vedendo nello sport un generatore di benessere sociale. Nonostante una carriera che lo ha portato a collaborare con realtà d’eccellenza come la Fiorentina, il suo legame con Quartotempo è rimasto prioritario: una scelta dettata dalla responsabilità verso il proprio territorio e dalla volontà di dare a questo modello un respiro lungo, capace di esistere oggi e, soprattutto, domani.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Partiamo dal nome. Se dovesse spiegare a chi non vi conosce, cos’è davvero il “Quarto Tempo”?

«Quartotempo nasce ufficialmente 15 anni fa, ma affonda le radici in un progetto che vivo da venti. Al centro c’è lo sport, vissuto come strumento per lavorare sulle relazioni umane, sulla psicologia e sull’educazione. 

Il nome quarto tempo non è arrivato immediatamente, è arrivato dopo un po’ riflettendo sulla struttura dello sport: nel calcio ci sono il primo e il secondo tempo; poi c’è il terzo tempo, il momento in cui le squadre si ritrovano per mangiare e socializzare dopo l’agonismo. 

Noi abbiamo voluto chiamarci Quartotempo perché vogliamo occuparci di tutto ciò che viene dopo e intorno: è il tempo complessivo della vita, dove i valori e le esperienze vissute in campo arricchiscono la quotidianità delle persone, e viceversa.»

Matteo Fazzini, il responsabile dell'associazione Quartotempo
a sinistra Matteo Fazzini, il responsabile dell’associazione Quartotempo

Nel tempo qual è la trasformazione più evidente si è reso conto di vedere negli atleti e quando capisce che quel cambiamento è davvero avvenuto?

«Noi lavoriamo per piccoli passi, ascoltando le esigenze di famiglie e atleti intorno a noi. Uno dei segnali più forti è vedere persone che, inizialmente convinte di non farcela, scoprono risorse inaspettate. Da sempre abbiamo cercato di offrire opportunità lavorative perché crediamo che in questo ambito ci vogliono professionalità e le professionalità danno sia qualità al lavoro e sia continuità nel tempo al lavoro

Nella nostra associazione abbiamo un volontariato molto forte: abbiamo i volontari del Servizio civile, tirocinanti e messi alla prova del tribunale.  Ci arricchiamo quindi di tante persone perché abbiamo sempre creduto che ci possa essere uno zoccolo duro di cittadini che hanno delle competenze da mettere in gioco e che danno la possibilità a questo progetto di avere un respiro lungo e quindi questo è un elemento. 

L’altro elemento è quello che le persone hanno sempre pagato una retta per fare attività con noi e questa retta l’abbiamo sempre cercato di tenere il più basso possibile. Abbiamo sempre dato un riconoscimento anche proprio di co-partecipazione economica perché crediamo sia un elemento importante per creare una sostenibilità, perché c’è bisogno di risorse e non è facile trovarle.»

Quarto Tempo collabora attivamente con la Fiorentina e ha incontrato figure come Gosens o ex giocatori come Toldo. Cosa imparano i professionisti da voi?

«Siamo una squadra “adottata” dalla Fiorentina: i nostri 50 atleti della Divisione Calcio Paralimpico giocano con la maglia viola, un senso di appartenenza che li gratifica enormemente. Recentemente il rapporto si è consolidato: la Fiorentina ha accolto anche il nostro progetto per persone con disabilità sensoriale, dedicandoci l’ultima cena di Natale.

È uno scambio di valore: se per i nostri ragazzi è un’opportunità unica, per i professionisti viola il confronto con noi offre elementi utili per il loro percorso, professionale e soprattutto umano

«Per esempio, è venuto Gosens a vedere l’allenamento dei non vedenti insieme a Fortini (due giocatori della prima squadra). Ho notato quanto, per esempio, nell’allenamento dei non vedenti hanno visto l’elemento della comunicazione e di come i ragazzi si mettono in gioco e come dialogano e si aiutano tra di loro. 

Lo stesso Gosens rifletteva su quanto questa capacità comunicativa sarebbe utile anche nel calcio professionistico. Ma oltre l’aspetto tecnico, credo che questi incontri lascino soprattutto un segno umano profondo.»

Robin Gosens, calciatore della Fiorentina, insieme ai ragazzi di Quartotempo
Robin Gosens, calciatore della Fiorentina, insieme ai ragazzi di Quartotempo

 

In cosa vi differenziate dalle altre realtà che usano lo sport come inclusione sociale?

«La nostra differenza risiede in due pilastri: pluriennalità e uguaglianza

Non proponiamo progetti temporanei, ma un percorso che accompagna l’atleta dalla scuola calcio alla prima squadra. Recentemente abbiamo avviato una scuola calcio per bambini ipovedenti e non vedenti: in uno spazio di 40×20 metri, grazie a una palla che rotola, riescono a spogliarsi delle difese e a costruire relazioni nuove.

Il cuore di tutto è l’Equal Football, nato per ricalcare il modello scolastico: come in classe c’è l’insegnante di sostegno, in campo garantiamo uno staff di tecnici, psicologi ed educatori in numero sufficiente perché tutti possano giocare. 

A differenza del “calcio integrato” basato su regole speciali o rotazioni occasionali, noi puntiamo sulla squadra vera. Non vieni a “dare una mano”: fai parte della rosa, ti alleni due volte a settimana e partecipi ai campionati federali, dai Pulcini all’Under 17. È una crescita comune: chi ha una disabilità sperimenta l’evoluzione, chi non l’ha impara il valore della sfida e il rispetto.

A livello nazionale siamo ancora indietro: lo sport per disabili è spesso visto come una concessione. Noi parliamo invece di diritto costituzionale. Lavoriamo con la Lega Nazionale Dilettanti per esportare questo modello: non bisogna accontentarsi di “fare qualcosa”, ma garantire a ogni bambino una squadra vera che lo faccia sentire parte di un cammino.»

Secondo lei, questo limite culturale è un problema prettamente italiano o si riscontra anche all’estero?

«L’Italia è all’avanguardia in alcuni progetti, ma il problema è culturale: il calcio purtroppo ti porta dietro tante cose non bellissime della società: dall’ossessione per la performance alla ricerca del “campioncino”. Un approccio nemico di chi vuole davvero includere tutti.

Più che di inclusione, preferisco parlare di diritto, eguaglianza ed equità. Lo sport è un diritto universale, ma questo si scontra con società che pensano solo a competere per non perdere iscritti. La Federazione dovrebbe intervenire con una certificazione: un “bollino Equal” che dia valore anche economico a chi sceglie questa strada. Mettere in campo psicologi ed educatori ha costi diversi rispetto a un semplice istruttore; servono risorse concrete per cambiare le cose a livello strutturale.

Oggi chi lo fa è solo. Senza un modello diffuso e sostenuto dall’alto, il sistema non regge. Le famiglie sono stanche e spesso si arrendono a soluzioni di ripiego, ma la differenza esiste: i nostri ragazzi lo testimoniano ogni giorno.

Penso a Matteino, un nostro atleta dell’Under 15 con sindrome di Down. Quest’anno ha segnato due gol in campionato. E non sono stati “regali” degli avversari: lui era lì, ha letto l’azione e l’ha messa dentro. Magari in fase difensiva corre meno degli altri, ma in quel contesto ci può stare. Quando siamo una squadra vera, non servono regole speciali o il “3+2“. 

Siamo una squadra e si gioca. Punto.»

 

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