Ottant’anni di Repubblica: il bilancio economico tra record di occupazione e il nodo salario

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Il 2 e 3 giugno del 1946, ventiquattro milioni di italiani – per la prima volta con un suffragio universalmente esteso alle donne – venivano chiamati alle urne per scegliere la forma istituzionale dello Stato e per eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente. 

Esattamente ottant’anni dopo, la celebrazione della nascita della Repubblica Italiana non rappresenta soltanto una ricorrenza storica o un momento di memoria collettiva, ma offre l’occasione per un bilancio analitico e privo di retorica sullo stato di salute economico, sociale e occupazionale del Paese.

Il cuore della nostra Carta costituzionale, condensato nell’Articolo 1, definisce l’Italia come una «Repubblica democratica, fondata sul lavoro». A otto decenni da quel momento di svolta, sorge una domanda spontanea: in che misura quel principio fondativo si riflette nella realtà produttiva e sociale contemporanea?

Il cammino dello sviluppo: dal miracolo economico alla stabilità europea

Per analizzare in modo imparziale l’evoluzione dell’Italia repubblicana, è necessario riconoscere la portata delle trasformazioni strutturali vissute dal Paese. Nel 1946, l’Italia usciva dal secondo conflitto mondiale come una nazione prevalentemente agricola, fortemente impoverita e con tassi di analfabetismo elevati. 

Nel giro di tre decenni, il Paese ha completato una transizione industriale straordinaria, culminata nel “miracolo economico”, che lo ha proiettato stabilmente nel ristretto club delle economie più industrializzate del mondo (G7) e tra i paesi fondatori dell’Unione Europea.

Oggi l’Italia si presenta come la seconda manifattura d’Europa, con un tessuto di piccole e medie imprese (PMI) fortemente resiliente, capace di esportare l’eccellenza del Made in Italy su scala globale. Guardando al mercato del lavoro, le rilevazioni più recenti dell’Istat evidenziano una significativa tenuta strutturale sul piano quantitativo: il tasso di occupazione della popolazione attiva (15-64 anni) ha toccato il suo massimo storico dal dall’introduzione dei moderni criteri di rilevazione attestandosi al 62,7%. Parallelamente, la discesa della disoccupazione generale si è consolidata intorno al 6,1%.

Le criticità irrisolte: produttività, salari e la questione giovanile

Se i dati quantitativi sull’occupazione registrano trend positivi, l’analisi qualitativa operata dagli istituti di ricerca evidenzia invece fragilità croniche. Il primo grande nodo è rappresentato dalla stagnazione della produttività del lavoro. 

Secondo i dati storici comparati della Commissione Europea e dell’OCSE, rispetto ai principali partner europei come Francia e OCSEGermania, l’Italia registra da oltre un ventennio una crescita della produttività del lavoro prossima allo zero (+0,3% medio annuo contro l’oltre +1% dei partner).

Questo fenomeno si riflette direttamente sul potere d’acquisto dei cittadini. I report periodici dell’OCSE indicano che l’Italia è l’unico grande paese dell’area dei paesi sviluppati in cui i salari medi reali (ovvero calcolati al netto dell’inflazione) sono rimasti sostanzialmente stabili o in leggera flessione (-2,9%) nell’arco degli ultimi trent’anni, a fronte di crescite superiori al 30% in Germania e Francia, lasciando ampi segmenti della popolazione esposti alle recenti spinte inflazionistiche.

Esiste poi una marcata segmentazione del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile, sebbene in lieve miglioramento, sconta divari storici rispetto alla media europea (un gap che supera i 12 punti percentuali). Una recente indagine congiunta Istat-CNEL evidenzia come la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sia ancora frenata da barriere sistemiche: oltre il 42% delle donne occupate si trova inserito in un regime di part-time involontario, percentuale che sale nettamente tra le donne con figli.

Altrettanto complessa è la situazione giovanile. I dati sul tasso di occupazione della fascia 15-24 anni e il persistere del fenomeno dei NEET (i giovani che non studiano e non lavorano, che in Italia sfiorano il 16%, uno dei dati più alti d’Europa) fotografano un inserimento tardivo e discontinuo delle nuove generazioni nel tessuto produttivo, alimentando il fenomeno della “fuga di cervelli” verso l’estero.

La sfida demografica e la transizione digitale

Guardando al futuro prossimo, il Bel Paese si trova a dover gestire una transizione demografica senza precedenti. Le proiezioni demografiche a lungo termine di Eurostat e i modelli econometrici della Banca d’Italia evidenziano un trend inequivocabile: la combinazione tra natalità e invecchiamento della popolazione provocherà una contrazione della popolazione in età lavorativa stimata intorno all’1,6% su base programmata nei prossimi anni. 

La digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, l’investimento nelle competenze tecnologiche (le discipline STEM) e la modernizzazione delle infrastrutture sono i binari su cui l’Istat rileva i maggiori sforzi di investimento pubblico, mirati proprio a colmare il mismatch (il disallineamento) tra le richieste tecnologiche delle imprese e i profili in uscita dal sistema formativo.

 

Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock/ ID Foto: 2118638501 / Autore: Gabomartinq

 

 

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