Trent’anni in tasca: come la rivoluzione digitale ha cambiato il nostro modo di vivere

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Demografia, relazioni e rivoluzione digitale: un viaggio in tre tappe attraverso trent’anni di dati Istat per raccontare le nuove abitudini, i legami e le grandi contraddizioni di un’Italia in profonda trasformazione. In questo terzo e ultimo articolo, approfondiamo il passaggio dal televisore al telefono, dal palinsesto allo streaming, dal giornale alla notifica. In trent’anni la rivoluzione digitale ha trasformato il modo in cui gli italiani si informano, consumano cultura e organizzano il proprio tempo. Ma la tecnologia non ha cancellato le vecchie disuguaglianze e, sul fronte ambientale, la consapevolezza cresce ancora più velocemente dei comportamenti.

C’è un oggetto che più di ogni altro racconta la distanza tra l’Italia del 1993 e quella del 2023. Non è l’automobile. Non è la televisione. Non è nemmeno il computer. È lo smartphone.

Perché dentro quello schermo, oggi, convivono il giornale, la televisione, la radio, il cinema, la biblioteca, l’agenda, la banca, il negozio, la mappa, la posta, le foto, i ricordi e, soprattutto, una parte sempre più importante delle nostre relazioni.

Trent’anni fa tutto questo non esisteva. E proprio per questo la trasformazione digitale è forse quella che più di ogni altra ha modificato la percezione del tempo e dello spazio nella vita quotidiana degli italiani.

L’Istat, ricostruendo trent’anni di vita quotidiana, individua nella transizione digitale uno dei grandi processi che hanno accompagnato la trasformazione della società italiana. Ma sarebbe un errore raccontare questa storia come una semplice marcia del progresso. Perché la rivoluzione digitale ha reso molte cose più semplici, immediate e accessibili.

Ma ha anche creato nuove differenze.

E soprattutto ha cambiato una cosa fondamentale: non siamo più noi ad andare verso i contenuti. Sono i contenuti a venire continuamente verso di noi.

Quando la televisione aveva un orario

Per capire quanto sia cambiata la nostra quotidianità bisogna tornare agli anni Novanta. La televisione era ancora il grande centro della vita domestica. Si guardava ciò che veniva trasmesso, quando veniva trasmesso.

Il concetto di “on demand” apparteneva a un futuro ancora lontano. Trent’anni dopo, invece, la televisione è diventata una piattaforma.

L’Istat ricostruisce una sequenza che sembra quasi una piccola storia della nostra vita quotidiana: la transizione al digitale negli anni Novanta, l’arrivo dell’iPhone nel 2007, le Smart TV dal 2010, la diffusione delle piattaforme di streaming e, parallelamente, quella di web radio e podcast. 

Non è cambiato soltanto il mezzo: è cambiato il rapporto con il tempo. Il palinsesto imponeva un appuntamento. Lo streaming elimina l’appuntamento. La televisione chiedeva di essere davanti allo schermo. Lo smartphone consente di portare il contenuto ovunque.

La radio accompagnava il viaggio in automobile o le ore trascorse in casa. Il podcast può accompagnare una passeggiata, una corsa, un viaggio, una giornata di lavoro. È una trasformazione apparentemente tecnologica, ma in realtà è una trasformazione culturale.

Lo smartphone ha portato Internet nella vita quotidiana

Il passaggio decisivo è arrivato quando Internet ha smesso di essere un luogo nel quale entrare e si è trasformato in un ambiente nel quale vivere. Prima accendevamo il computer per collegarci, oggi siamo collegati quasi continuamente.

Lo smartphone ha reso questa connessione permanente, portandola fuori dalle mura domestiche e questo ha modificato anche il consumo culturale.

Musica, film, televisione e informazione sono diventati disponibili praticamente in ogni momento. L’Istat osserva come Internet, streaming, social network e dispositivi mobili abbiano reso televisione e radio più flessibili, personalizzabili e orientate alla fruizione on demand. 

È difficile immaginare una trasformazione più radicale, nel 1993 il problema era cosa vedere, nel 2023 il problema è spesso cosa scegliere tra tutto ciò che possiamo vedere.

Il passaggio dalla scarsità all’abbondanza ha cambiato anche il ruolo del pubblico: non siamo più soltanto spettatori, ma siamo diventati selezionatori, commentatori, produttori, “condivisori”. E spesso, contemporaneamente, tutte queste cose.

La rivoluzione digitale e la fine del giornale come monopolio dell’informazione

La trasformazione è ancora più evidente quando guardiamo all’informazione. Nel 2012 Internet era utilizzato dal 27,7% delle persone che si informavano di politica. Nel 2023 la percentuale è salita al 52,8%. Nello stesso periodo l’utilizzo dei quotidiani cartacei è sceso dal 48,7% al 33,0%.

La televisione rimane il principale canale, ma anch’essa perde terreno. Il dato Istat registra una riduzione al 88,4% nel 2023 rispetto al 92,0% del 2012. Il dato più interessante, però, non è la semplice sostituzione della carta con Internet. È che l’informazione si è smaterializzata.

Non abbiamo più necessariamente un giornale, abbiamo una sequenza di notizie. Non aspettiamo necessariamente il telegiornale, riceviamo una notifica. Non cerchiamo necessariamente un’informazione, è l’informazione che spesso cerca noi.

Questa trasformazione ha ampliato enormemente le possibilità di accesso, ma ha anche reso molto più complesso distinguere tra informazione, opinione, propaganda, pubblicità e semplice rumore. E questo l’Istat non lo misura direttamente.

Ma i suoi numeri ci mostrano almeno una cosa: la rivoluzione tecnologica ha cambiato radicalmente i canali attraverso i quali gli italiani entrano in contatto con la realtà, più accesso alla cultura, ma non necessariamente più cultura.

È qui che la rivoluzione digitale mostra una delle sue contraddizioni più interessanti. Oggi possiamo ascoltare musica praticamente ovunque. Possiamo guardare film e serie senza aspettare la programmazione televisiva. Possiamo accedere a contenuti culturali attraverso Internet. Possiamo utilizzare servizi bibliotecari online. Possiamo persino assistere virtualmente a eventi e visitare contenuti culturali senza essere fisicamente presenti.

Eppure la partecipazione culturale fuori casa continua a essere relativamente bassa.

Nel 2023, circa la metà della popolazione di 6 anni e più non ha partecipato ad alcuna attività culturale fuori casa nell’arco dell’anno; solo circa un terzo ha svolto almeno due attività. È un dato che merita una riflessione. Perché significa che l’accessibilità non produce automaticamente partecipazione.

La tecnologia può abbattere le barriere fisiche ed economiche, ma non può da sola creare curiosità, interesse, istruzione o desiderio di condividere un’esperienza. E le differenze sociali rimangono.

Nell’ascolto della musica via Internet, per esempio, tra il 2016 e il 2022 la quota è cresciuta dal 34,6% al 49,3% tra i diplomati e dal 45,5% al 64,5% tra i laureati. 

La rivoluzione digitale, insomma, democratizza l’accesso ma non cancella automaticamente le disuguaglianze culturali. 

La cultura ha anche bisogno di uscire dagli schermi

C’è poi un’altra questione: la cultura non è soltanto consumo di contenuti, è anche incontro: un museo è un luogo, un teatro è un luogo, una biblioteca è un luogo, un concerto è un luogo, un cinema è un luogo. E questi luoghi producono qualcosa che nessuna piattaforma digitale può replicare completamente: comunità.

L’Istat sottolinea proprio questo aspetto quando definisce la partecipazione culturale fuori casa una dimensione importante della vita di una comunità e della coesione sociale. È un punto fondamentale.

Perché mentre il digitale ci permette di essere contemporaneamente in contatto con persone lontanissime, rischia di rendere meno frequenti alcuni degli incontri fisici che costruiscono il senso di appartenenza a una comunità. Non è una condanna della tecnologia, è una domanda sul suo uso.

La pandemia ha fatto da acceleratore

Se c’è stato un momento nel quale questa trasformazione è diventata evidente a tutti, è stato il 2020. La pandemia ha costretto milioni di italiani a trasferire online una parte della propria vita: lavoro, scuola, acquisti, relazioni, intrattenimento, informazione.

Anche la cultura ha subito uno shock senza precedenti. La partecipazione culturale fuori casa è precipitata dal 29,8% del 2020 all’8,3% del 2021, per poi iniziare una ripresa dal 2022 e tornare nel 2023 ai livelli precedenti. 

La pandemia ha quindi dimostrato due cose. La prima: possiamo trasferire online una quantità enorme di attività; la seconda: non tutto ciò che può essere digitalizzato perde la propria dimensione fisica.

Quando cinema, teatri, musei e concerti sono tornati disponibili, la domanda di presenza non è scomparsa. Anzi. Abbiamo scoperto quanto ci fosse mancata.

La rivoluzione ambientale: dalla coscienza all’abitudine

C’è però un’altra trasformazione che merita di essere inserita nella storia dei nostri trent’anni: il rapporto con l’ambiente. Qui il cambiamento è stato enorme.

Nel 1998 la raccolta differenziata era ancora agli inizi, da allora è diventata progressivamente parte della normalità quotidiana. La quota di famiglie che dichiara di differenziare sempre la plastica è passata dal 39,7% del 1998 all’89,9% del 2023. Per l’alluminio si è passati dal 27,8% all’80,3%. Per il vetro dal 52,6% all’88%. Per la carta dal 46,9% all’87,7%. 

Questo è forse uno degli esempi più evidenti di come una politica pubblica possa trasformare un comportamento quotidiano. Quello che trent’anni fa poteva apparire come un’abitudine di pochi oggi è diventato un gesto normale per milioni di famiglie.

E c’è anche un dato territoriale interessante: nel tempo il Mezzogiorno ha progressivamente ridotto il divario iniziale, arrivando in alcuni casi a superare i livelli del Nord. È una storia di convergenza che merita di essere raccontata.

Ma la consapevolezza non basta

La rivoluzione ambientale, tuttavia, è ancora incompleta. L’Istat rileva una crescita della sensibilità verso i problemi ambientali, ma anche una distanza significativa tra ciò che le persone dichiarano di ritenere importante e ciò che effettivamente fanno. 

È la stessa contraddizione che abbiamo incontrato in altri ambiti. Sappiamo, ma non sempre agiamo. E anche qui il comportamento varia molto tra generazioni.

Nel 2023, per esempio, il 79% degli over 55 dichiarava di prestare attenzione a non sprecare acqua, contro il 53% dei giovani tra 14 e 24 anni. Per l’energia il divario era simile: 76,1% contro 53,1%. I giovani, però, risultavano molto più propensi a utilizzare mezzi di trasporto non a motore: 29,5% contro 17,3% degli over 55. 

Ancora una volta, quindi, non esiste una generazione semplicemente “virtuosa” e una “irresponsabile”. Esistono comportamenti diversi, legati a età, abitudini, condizioni di vita e possibilità concrete.

Trent’anni dopo, la rivoluzione tecnologica è diventata invisibile

Forse il vero risultato della rivoluzione digitale è proprio questo: non la vediamo più. Nel 1993 Internet era una tecnologia, nel 2023 è un’infrastruttura della vita quotidiana.

Non ci chiediamo più se siamo connessi, ci accorgiamo della connessione soltanto quando manca. Ed è questo che rende il cambiamento tanto profondo. La tecnologia non ha semplicemente aggiunto nuovi strumenti alla nostra vita.

Ha modificato il modo in cui percepiamo il tempo, lo spazio, la cultura, l’informazione e persino la relazione con gli altri. Ma i trent’anni raccontati dall’Istat ci invitano a evitare una conclusione troppo facile.

Più tecnologia non significa automaticamente più benessere. Più accesso non significa automaticamente più cultura. Più informazione non significa automaticamente più partecipazione. Più consapevolezza ambientale non significa automaticamente comportamenti sostenibili.

La modernità, insomma, non è una linea retta: è un insieme di possibilità e contraddizioni.

La vera domanda è cosa ne faremo

Forse è proprio questa la conclusione più interessante della nostra piccola serie sui trent’anni dell’Italia. Abbiamo iniziato osservando un Paese che cambia. Abbiamo visto trasformarsi la famiglia, le relazioni e le forme della partecipazione. E ora abbiamo visto cambiare gli strumenti attraverso i quali viviamo il nostro tempo.

Ma dietro tutto questo rimane una domanda essenziale: la tecnologia ha cambiato la nostra vita. Noi siamo stati capaci di cambiare altrettanto velocemente il modo di usarla?

Perché il futuro non sarà semplicemente più digitale. Sarà digitale e umano, oppure rischierà di essere soltanto più veloce.

E non sarà sufficiente avere una società più connessa se quella connessione non produrrà più conoscenza, più partecipazione, più cultura, più sostenibilità e, soprattutto, più capacità di stare insieme.

Trent’anni di dati Istat ci consegnano così una certezza e una responsabilità: la certezza è che l’Italia è cambiata, la responsabilità è decidere che cosa fare di questo cambiamento.

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