L’hotel Colombo di Roma ha ospitato, il 6 e 7 marzo 2026, IntelligentIA: il primo grande evento immersivo del Lazio dedicato all’Intelligenza Artificiale. Tra narrazioni condivise e momenti esperienziali che aiutano a capire come funziona davvero l’AI, il cuore della manifestazione è stato altresì rappresentato da diversi workshop, momenti di confronto diretto con chi usa la machine learning per trasformare il lavoro quotidiano.
Tra i protagonisti , troviamo Fulvio Julita, esperto di storytelling d’impresa, co-fondatore di Plume e autore del recente manuale “Scrivere con le AI”, il quale ha affrontato una delle domande più provocatorie e allo stesso tempo interessanti del nostro tempo: imparare a scrivere serve ancora?
La scrittura come tecnologia antica
Durante il suo workshop, Julita ha esordito ricordando come la scrittura sia, di fatto, una delle tecnologie più antiche a nostra disposizione, oggi messa in crisi da una velocità di calcolo senza precedenti. “Mettiamo in discussione qualcosa che è un fondamento della nostra umanità”. Secondo il co-fondatore di Plume, il rischio è quello di delegare tutto a strumenti che scrivono più velocemente di noi, dimenticando che la scrittura è ciò che ha reso pubblica e diffusa la conoscenza umana.
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Il paradosso dello “Stone Washing”
Nel suo intervento, Julita ha criticato l’ossessione per l’umanizzazione estetica dei testi generati dalle AI. Spesso si cerca di rimuovere i pattern ricorrenti (come i classici “non solo, ma anche”) per far suonare il testo più naturale.
“Questo modo di agire mi ricorda il trattamento che si riserva ai jeans quando li si vuole far vedere più vissuti, lo stone washing”, ha spiegato, sottolineando come si tratti di un intervento superficiale su un materiale che, paradossalmente, è già la “massima espressione statistica della media dello scrivere umano”.
I test condotti da Julita confermano che, ad oggi, le persone non sanno distinguere un testo artificiale da uno umano: la media delle risposte giuste, da lui testato, è paragonabile al lancio di una monetina.
Dall’esecuzione alla strategia
Per Julita, la soluzione non è smettere di scrivere, ma cambiare il nostro ruolo nel processo. “La scrittura non è un atto esecutivo, è un atto strategico”. L’intelligenza artificiale è come un collega brillante ma privo di orientamento. Non conosce il contesto, in poche parole non sa quali argomenti fanno battere il cuore al lettore, spiega lo storyteller
Per guidare questa macchina, Julita suggerisce di agire come veri e propri strateghi, a partire dall’assegnazione di un ruolo preciso all’intelligenza artificiale; chiedere alla macchina di agire dandogli l’indicazione “come se tu fossi un giornalista” o un operatore turistico, infatti, non serve solo a cambiare il lessico, ma la obbliga ad assumere un punto di vista e degli obiettivi specifici.
A questo si aggiunge l’uso della maieutica (l’arte socratica di porre domande per aiutare le persone a trovare autonomamente le risposte utili al loro percorso di crescita): invece di limitarsi a dare ordini, dice lo storyteller, è utile dire alla macchina “fammi delle domande“, attivando un metodo che permette di far emergere informazioni e dettagli che spesso dimentichiamo di avere, perché “le risposte sono tutte dentro di noi, basta saper fare le domande giuste“.
L’intelligenza artificiale può essere sfruttata altresì come un revisore critico, comportandosi come quell’amico onesto che “non ha nessun interesse ad essere compiacente” e che analizza debolezze logiche o incoerenze, aiutandoci a vedere ciò che nella nostra testa sembra funzionare ma sulla carta risulta debole.
In conclusione, imparare a scrivere serve ancora, ma richiede una consapevolezza nuova, poiché se è vero che a scuola ci hanno insegnato a scrivere, è altrettanto vero che “nessuno ci ha insegnato a farci leggere”.

L’intervista a Julita tra etica, competenza e il futuro della “firma umana”
Dopo il workshop Fulvio Julita è intervenuto ai Microfoni di Risorse.News, per approfondire i temi del rapporto uomo-macchina accennati durante il workshop.
Qual è la firma umana che l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire, secondo lei?
Fulvio Julita: «Dirti cosa non potrà mai sostituire mi viene difficile. Ad oggi sicuramente l’essere umano si distingue per la sensibilità, il senso critico e la capacità di essere imprevedibile. Non è una competizione, ma è ciò che ci fa capire il nostro ruolo nel rapportarci con uno strumento tanto diverso dai precedenti.»
Che consigli sente di dare a chi lavora in una testata giornalistica e usa l’Intelligenza Artificiale?
FJ: «Il consiglio è di coltivare la competenza di sempre. La competenza è ciò che ti permette di giudicare quello che la macchina propone. Sei tu a dover dare una direzione al testo. C’è poi una questione etica: validare e analizzare un testo IA prima di pubblicarlo è una forma di rispetto verso il lettore.»
Cosa direbbe a un ragazzo di vent’anni che si approccia alla scrittura nel 2026?
FJ: «Leggere tanto e scrivere tanto. E pensare all’IA non come a una scorciatoia, ma come a quel collega che può aggiungere qualcosa. Bisogna avere anche un po’ di diffidenza: la verità che ti fornisce l’IA sembra rassicurarti, ma non fidarti ciecamente. Il ruolo di decidere, alla fine del percorso, resta tuo.»
Ci sono dei tool in particolare che suggerisce per la scrittura?
FJ: «Passo dall’uno all’altro a seconda del compito. Mi trovo bene con ChatGPT, dove ho creato uno spazio che conosce i miei valori e il mio stile. Però mi piace moltissimo anche Claude, specialmente per come si esprime oggi e per affinare certi passaggi. Ogni tool sembra avere una propria personalità e un proprio timbro, un po’ come accade agli esseri umani.»
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Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID foto: 2644933759 / Autore: Taris Tonsa



