Stop alla pubblicità sul cibo non salutare: la Dottoressa Pagliaroli sulla scelta della Norvegia e sui motivi per cui il marketing alimentare vince sull’educazione dei bambini

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L’illusione della scelta: perché il marketing alimentare vince sull’educazione dei bambini Il problema sollevato dalla dottoressa Pagliaroli: "non basta insegnare a mangiare bene se l’ambiente rema contro".

C’è una scena che si ripete ogni giorno, in ogni casa. Un bambino davanti a uno schermo — non importa se sia televisione, tablet o smartphone — e una sequenza di immagini veloci, colorate, irresistibili. Non è solo intrattenimento. È un racconto. E dentro quel racconto, il cibo non è mai solo cibo: è premio, felicità, appartenenza.

Un anno fa, la Norvegia ha deciso di interrompere questa narrazione, almeno per i più giovani. Ha scelto di spegnere quella voce — discreta ma potentissima — che per anni ha accompagnato le abitudini alimentari delle nuove generazioni. Non vietando i prodotti, ma qualcosa di più sottile: il modo in cui vengono desiderati.

In Italia, intanto, quella scena continua a scorrere senza particolari interruzioni. Tra spot, social e influencer, il confine tra scelta e suggestione si fa sempre più sfumato. E mentre chiediamo ai bambini di “mangiare meglio”, intorno a loro il mondo sembra raccontare tutt’altra storia.

Ma quanto pesa davvero questa pressione invisibile? E soprattutto: può bastare l’educazione, quando l’ambiente parla così forte?

Lo abbiamo chiesto a una nutrizionista, la dottoressa Elvira Pagliaroli, per capire cosa succede davvero lontano dalle leggi e vicino alla vita quotidiana.

Intervista alla dottoressa Elvira Pagliaroli

Partiamo dalla Norvegia. A un anno dalla scelta della Norvegia… che valutazione dà?

Elvira Pagliaroli: “Dal punto di vista nutrizionale e di salute pubblica è una scelta molto intelligente, perché interviene su uno dei fattori più determinanti delle abitudini alimentari: l’ambiente. Non si limita a “colpevolizzare” le famiglie, ma riduce l’esposizione dei bambini a stimoli continui verso prodotti ad alta densità calorica, ricchi di zuccheri, grassi e sale. È un approccio preventivo, che lavora sulla causa e non solo sul sintomo”.

Limitare la pubblicità incide davvero o è simbolico?

EP: “Non è solo simbolico. La pubblicità non crea solo un acquisto, crea un desiderio e un’abitudine. Ridurre il marketing significa ridurre richieste insistenti, consumo impulsivo e normalizzazione di snack e bibite come “quotidianità”. È una misura concreta perché cambia ciò che viene percepito come normale”.

Il potere (invisibile) della pubblicità

Quanto pesa oggi il marketing alimentare?

EP: “Pesa moltissimo, perché oggi non è più solo televisione: è social, influencer, video brevi, sponsorizzazioni indirette e algoritmi che ripetono lo stesso messaggio. Il marketing entra nella quotidianità dei ragazzi in modo continuo e spesso invisibile, diventando parte del loro linguaggio e della loro identità”.

I bambini distinguono tra contenuto e pubblicità?

EP: “Spesso no. Anche quando capiscono che è pubblicità, non hanno ancora gli strumenti emotivi e cognitivi per difendersi. Il marketing non agisce solo sulla razionalità, agisce sul bisogno di appartenenza, sull’emulazione e sul piacere immediato. È un’influenza molto più profonda di quanto pensiamo”.

In ambulatorio vede effetti concreti?

EP: “Sì. Capita spesso che bambini o adolescenti arrivino con un’alimentazione basata su prodotti “di moda” visti online: merendine specifiche, bevande zuccherate, snack iperproteici non necessari, fast food come scelta abituale. Vedo anche genitori che mi dicono: “Lo chiede perché lo vede su TikTok” oppure “se non glielo compro si sente escluso” oppure lo vuole per la “ sorpresa che troverà”. Questo è un effetto diretto del marketing”.

cibo non salutare: la Norvegia interrompe la pubblicità destinata ai bambini. La biologa nutrizionista Elvira Pagliaroli commenta su risorse.news la scelta del Paese Scandinavo
La dottoressa Elvira Pagliaroli durante un intervento con gli studenti che hanno partecipato ad un appuntamento del progetto “Primi in Salute”, un’iniziativa promossa da OPES e realizzata con il contributo di Sport e Salute

Italia vs Norvegia

Un modello simile è applicabile in Italia?

EP: “Sì, è applicabile, ma culturalmente più complesso. L’Italia ha una grande tradizione alimentare, un modello ammirato in tutto il mondo, che però rischia di perdersi: sempre più spesso la dieta si sta trasformando verso cibi processati e ultra-industrializzati. Inoltre, c’è una certa resistenza alle regole percepite come limitazioni. Tuttavia, il problema dell’obesità e dei disturbi metabolici sta crescendo, e prima o poi sarà inevitabile affrontarlo con strumenti più strutturati”.

L’educazione alimentare è sufficiente?

EP: “L’educazione è fondamentale, ma da sola è una difesa debole se l’ambiente spinge nella direzione opposta. È come insegnare a un bambino a nuotare e poi metterlo in mare con le onde alte. Serve educazione, ma serve anche protezione e coerenza”.

L’educazione è fondamentale, ma da sola è una difesa debole se l’ambiente spinge nella direzione opposta

Le famiglie sono lasciate troppo sole?

EP: “Sì, molto spesso. Oggi ai genitori viene chiesto di essere nutrizionisti, psicologi e mediatori, mentre intorno c’è un sistema che spinge al consumo continuo. Le famiglie hanno bisogno di supporto, regole chiare e ambienti più sani”.

Educazione o protezione?

Dove dovrebbe stare l’equilibrio tra libertà e tutela?

EP: “La libertà è importante, ma nei minori la tutela deve venire prima. Un bambino non è un consumatore consapevole. L’obiettivo non è vietare tutto, ma evitare che scelte poco salutari vengano rese “normali” e desiderabili attraverso pubblicità aggressiva”.

È giusto limitare la pubblicità o è paternalismo?

EP: “Io non lo considero paternalismo. Lo considero prevenzione. Limitiamo già la pubblicità di alcol e tabacco, perché sappiamo che i minori sono vulnerabili. Il cibo ultraprocessato non è identico al tabacco, ma quando è spinto in modo martellante crea danni metabolici e comportamentali importanti. Proteggere non significa proibire: significa mettere confini”.

Cosa succede nella quotidianità

Errori più comuni nelle abitudini alimentari?

EP: “I più frequenti sono:

  • colazioni troppo zuccherate e poco sazianti
  • merende continue durante la giornata
  • scarso consumo di verdura e legumi
  • troppe bevande zuccherate o succhi
  • pasti disordinati, spesso davanti a schermi
  • eccesso di prodotti ultraprocessati anche quando “sembrano sani”.

Quanto incide il contesto rispetto alla famiglia?

EP: “Incide tantissimo. La famiglia è importante, ma se il bambino passa molte ore tra scuola, sport, amici e social, quel contesto diventa dominante. Anche la disponibilità di cibo pronto e snack ovunque rende più difficile mantenere un equilibrio”.

Categoria di prodotti che la preoccupa di più

EP: “Soprattutto bevande zuccherate e snack ultraprocessati: merendine, patatine, prodotti da forno industriali. Anche alcuni prodotti “fitness” per ragazzi mi preoccupano: barrette e bevande proteiche usate senza motivo, che creano confusione e un rapporto distorto col cibo”.

Soluzioni possibili?

EP: “Tre interventi concreti:

  1. Regole chiare sul marketing rivolto ai minori, soprattutto sui social e tramite influencer.
  2. Miglioramento dell’offerta alimentare scolastica e più educazione pratica (laboratori, cucina, lettura etichette).
  3. Supporto alle famiglie, con programmi pubblici accessibili: incontri, percorsi nutrizionali e prevenzione reale.”

Ruolo delle istituzioni e delle aziende?

EP: “Le istituzioni devono creare regole e protezione, perché la salute pubblica è una responsabilità collettiva.
Le aziende dovrebbero fare un passo avanti: meno marketing aggressivo verso i minori e maggiore responsabilità su formulazioni e porzioni.

Gli influencer dovrebbero essere regolamentati?

EP: “Sì. Perché oggi sono una forma di pubblicità molto più potente della televisione. Un influencer per un ragazzo è un modello di riferimento, non un testimonial. Se parla di cibo, dovrebbe esserci trasparenza e limiti precisi quando il target è minorenne”.

“Basta educare i bambini a mangiare bene”: è realistico?

EP: “Educare è necessario, ma non è realistico pensare che basti. Perché oggi il marketing è progettato per aggirare la volontà e colpire emozioni, desiderio e appartenenza. Non possiamo chiedere ai bambini di avere autocontrollo in un ambiente costruito per farli consumare. L’educazione funziona se è accompagnata da un ambiente coerente ( a casa e fuori)”.

Messaggio ai genitori?

EP: “Non cercate la perfezione, cercate la continuità. Non serve eliminare tutto, serve costruire abitudini sane e regolari: pasti veri, merende semplici, acqua al posto di bibite e un buon esempio in casa. E soprattutto: il cibo non deve diventare né un premio né una punizione”.

Messaggio ai decisori politici?

EP: “La prevenzione non può essere affidata solo alle famiglie. Per ridurre l’obesità infantile e i problemi metabolici futuri, è fondamentale intervenire sull’ambiente: dalla scuola alla pubblicità, dai social media all’accessibilità di cibi sani. Oggi il cibo ultra-processato costa spesso meno rispetto a prodotti salutari, rendendo più difficile per le famiglie fare scelte corrette. È necessario incentivare e agevolare le aziende che producono alimenti sani e nutrienti: investire in questo oggi significa risparmiare domani, sia in termini di spesa sanitaria sia di qualità della vita dei cittadini”.

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