L’immagine che racchiude il senso delle Olimpiadi di Milano-Cortina c’è. Quando mancano pochi giorni alla cerimonia di chiusura, si può già scegliere, senza alcun dubbio, il frame sul quale mandare i titoli di coda. A regalarcelo in mondovisione e ad imperitura memoria sono state, nella giornata di domenica 15 febbraio, la svedese Sara Hector, la norvegese Thea Louise Stjernesund e la nostra Federica Brignone.
Le scandinave, argento ex aequo, si sono letteralmente inginocchiate al cospetto dell’Azzurra, dopo averla vista sfrecciare, con 62 centesimi di vantaggio, sotto il traguardo della seconda manche dello slalom gigante. Un gesto sentito, non costruito, per un’impresa titanica arrivata a pochi giorni dall’altro oro conquistato in Super-G.
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Un inchino in segno di rispetto
Quell’inchino è stato un gesto di riverenza, ma soprattutto ha svelato tutto il rispetto di Hector e Stjernesund nei confronti della portabandiera italiana. Mentre la nuova campionessa olimpica di Slalom Gigante provava a trovare il fiato per gestire la fatica e il turbinio di emozioni che imperversava in ogni muscolo del corpo, le due avversarie si sono guardate negli occhi e poi sono partite, tenendo saldamente i loro sci tra le mani, verso l’Azzurra.
Nei volti delle due atlete nordiche non è apparso alcun segno di delusione o frustrazione per un risultato scivolato via per poco più di mezzo secondo. I loro sorrisi hanno mostrato al mondo intero che si può essere felici per un secondo posto e per la vittoria di una degna avversaria, una collega che negli ultimi 10 mesi ha attraversato un mare di dubbi sulla completa guarigione in tempi record ed affrontato di petto il dolore fisico dovuto ad un infortunio che le ha devastato una gamba e l’anima.
La bellissima posa ha sorpreso l’italiana. Spiazzata, quasi in imbarazzo, Brignone ha provato a fare cenno che non serviva. Le sciatrici svedese e norvegese hanno riconosciuto ai piedi delle Tofane la superiorità tecnica dell’atleta con la tuta azzurra, scesa con il pettorale numero 14.
L’oro bis di Federica Brignone: un’impresa titanica
Nessuno, neppure il più ottimista tra i suoi fan, poteva immaginare un epilogo di questo tipo. Straordinario. Pazzesco. Incredibile. Indefinibile.
A meno di due mesi dal debutto olimpico, nel giorno in cui aveva ricevuto la bandiera italiana dal Presidente della Repubblica, Brignone sperava soltanto di stare meglio. Il suo mantra, come ripetuto a risorse.news, era ed è stato fino al giorno della sfilata di Milano-Cortina “domani andrà meglio”.
Giorno dopo giorno, la sciatrice classe ’90 e il suo staff hanno fatto in modo che andasse sempre meglio e che ogni tassello, anche il più piccolo ed insignificante, si incastonasse alla perfezione in un puzzle che con lo sport c’entra poco. C’entra, invece, con il modo con cui una persona approccia alla vita e alle difficoltà. C’entra altresì con la propria mentalità, che si affida alle proprie certezze e che non si fa scalfire dalle insicurezze, dalle paure e dai dubbi. C’entra pure con i valori.
Anzi, si poggia sui principi più autentici dello spirito di Olimpia, in primis il sacrificio e la passione, e su quella che i latini chiamavano fides. Ossia, fiducia e speranza. Fiducia nei propri mezzi. Speranza di potercela fare e nel raggiungere i traguardi intermedi, prima di arrivare alla milestone dell’anno. Anche se il nome Federica ha un’origine germanica, nel suo diminutivo splende quella fides latina.
E alla fine, è successo l’impensabile, l’imponderabile. Qualcosa che va oltre la razionalità, la medicina riabilitativa e l’immaginazione. È successo per davvero che Brignone mettesse in fila tutte le sue avversarie, come se quell’incidente ai campionati italiani non fosse mai accaduto.
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Nella scenografica cornice ampezzana, Brignone si è fusa con il suo casco, trasformandosi in una tigre famelica, caparbia e testarda. Sul cancelletto di partenza la donna ferita ha fatto spazio alla guerriera mai doma. Lungo la discesa, mentre gli sci viaggiavano veloci tra una porta e l’altra, i muscoli hanno assecondato la volontà e gli input del cervello e ammortizzato i dossi che andavano a sollecitare cicatrici, cartilagini e ossa.
Ogni intermedio si è colorato di verde, segno che il suo tempo la proiettava in testa. Lo scorrere dei secondi di anticipo sulle rivali si è trascinato via la memoria storica dell’infortunio e pure il dolore. Non li ha annullati, ma anestetizzati. Freezati. Il corpo e la mente di Federica Brignone si sono focalizzati sull’hic et nunc, sul qui e ora.
Protetta come da una bolla di concentrazione e determinazione, la trentacinquenne nata a Milano si è lanciata verso l’arrivo, senza neppure sentire il crescendo dei decibel provocati dal pubblico presente qualche metro più giù, a valle. Più aumentava il rumore, più Brignone spingeva. La ferraglia che ancora adorna i suoi arti inferiori ha fatto spazio all’oro.
Il tempo complessivo di 2:13:50 l’ha resa invece Regina. Sofferente e sfinita dalla fatica, certo, ma soprattutto infinita. Perché non è facile cingersi il collo con due medaglie del metallo più prezioso nella stessa Olimpiade. Prima di domenica, ci erano riusciti soltanto tre atleti: Alberto Tomba a Calgary (1988), Manuela Di Centa nell’impresa di Lillehammer (1994) e Francesca Lollobrigida, appena poche ore prima di Brignone.
L’impresa ha trovato la sua sacralità nell’atteggiamento delle sue rivali. Chinando il capo in segno e poggiando il ginocchio a terra, la svedese Sara Hector e la norvegese Thea Louise Stjernesund, come due vestali dinanzi alla Regina di Olimpia, hanno reso onore alla medaglia d’oro, all’atleta più forte di tutto e tutte.
Il loro gesto, sincero, raro nel mondo sportivo, pieno di grazia e nobiltà d’animo, è e sarà l’emblema di queste Olimpiadi. Sarà ricordato come la rappresentazione simbolica del rispetto per chi non ha mollato dinanzi alle avversità della vita, arrivando a vincere in due discipline a distanza di 10 mesi da un infortunio che, di solito, richiede al corpo almeno 24 mesi per tornare ad essere competitivo.
L’inchino a Brignone e le altre immagini di questa Olimpiade
Tutta l’Italia sportiva dovrebbe comportarsi come le due medaglie d’argento. Dovrebbe compiere un inchino dinanzi a Federica Brignone e alle altre atlete azzurre che stanno contribuendo a rendere memorabile e storica questa edizione dei Giochi invernali.
Se l’immagine finale della vittoria di Brignone è emblematica per raffigurare lo spirito Olimpico, non meno significativi sono gli scatti che ritraggono Francesca Lollobrigida in un’intervista insieme a suo figlio Tommaso, realizzata dopo aver conquistato il bis d’oro nel pattinaggio di velocità, e Lisa Vittozzi.
Dopo il primo, storico oro italiano nel biathlon, la trentunenne di Pieve di Cadore non è riuscita a trattenere le lacrime dinanzi a telecamere e microfoni. In quel singhiozzo e in quella voce rotta ci sono i mesi lontani dalle gare per via di un infortunio e la paura di non riuscire a centrare l’obiettivo di una vita, quello per cui ha compiuto sacrifici e fatto rinunce.
Allo stesso tempo, anche senza la medaglia più preziosa, non si possono non citare Michela Moioli e Arianna Fontana. La snowboarder, nonostante i lividi per una caduta in allenamento a pochi giorni dalla sua partecipazione ai Giochi, è riuscita a rialzarsi, ad uscire dall’ospedale con le proprie gambe e a prendersi, con tutte le sue energie ed il suo sorriso, un bronzo ed un argento.
Arianna Fontana, infine, con l’oro nella staffetta di short track e l’argento nei 500 metri, è diventata l’atleta azzurra più medagliata di sempre alle Olimpiadi, al pari dello schermidore Edoardo Mangiarotti. Il suo urlo, con la medaglia in mano, rimarrà nella storia.
Milano-Cortina è storia, battuto il record di medaglie di Lillehammer
Mancano ancora pochi giorni alla cerimonia di chiusura dei Giochi invernali e già si può parlare di record di medaglie. Milano-Cortina meglio di Lillehammer. L’ultima settimana dell’Olimpiade diffusa si è aperta con 22 podi ed un secondo posto nel medagliere alle spalle dell’irraggiungibile Norvegia, autentica potenza mondiale nelle discipline disputate tra neve e ghiaccio.
Il bottino azzurro è già ben più cospicuo rispetto a quello dell’edizione norvegese del 1994, quando l’Italia di Deborah Compagnoni, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Marco Albarello, Maurilio De Zolt, Silvio Fauner, Giorgio Vanzetta, Armin Zoeggeler, Stefania Belmondo e Isolde Kostner, solo per citare alcuni nomi, conquistò, 7 ori, 5 argenti e 8 bronzi.
Il sorpasso, tanto sperato alla vigilia sia dal CONI sia dalla Fondazione organizzatrice, è frutto di imprese memorabili, ma soprattutto è firmato da donne tenaci, coraggiose, temprate da episodi avversi e da ferite che rimangono celate sotto ad una tuta o nascoste da una corazza di muscoli, pelle e ossa.
Tra qualche anno, la maggior parte degli sportivi italiani non ricorderà il numero esatto di medaglie vinte, ma collegherà Milano-Cortina ad un’immagine. Quella che ritrae due sciatrici, una norvegese e l’altra svedese, inginocchiate in segno di rispetto dinanzi alla nostra Federica Brignone, una donna che ha conquistato due ori olimpici a distanza di 10 mesi da una frattura scomposta di tibia e perone, con relativa rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro.







