Perché l’Italia resta sotto il 30% nell’adozione dell’AI? Il punto con Yuri Mariotti sul divario digitale nelle aziende del Bel Paese

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Il panorama dell’innovazione tecnologica vive un momento di profondo contrasto. Durante il suo recente workshop avvenuto a IntelligentIA, Yuri Mariotti, Fractional CAIO ed esperto di trasformazione digitale, ha tracciato un quadro preciso: l’intelligenza artificiale non è un semplice software, ma una General Purpose Technology.

Mariotti ha aperto i lavori ricordando lo scetticismo incontrato anni fa nelle sale riunioni, quando il potenziale trasformativo di modelli come GPT era già evidente ai tecnici ma invisibile ai decisori. Tuttavia, la sua prospettiva è cambiata drasticamente grazie a un nuovo metodo di analisi: «Mi sono reso conto che ci sono degli strumenti che ci permettono in realtà di prevedere con un’accuratezza straordinaria piccole parti del futuro. E quindi oggi parliamo un po’ di dove sta andando l’AI, cerchiamo di approfondire questo argomento attraverso 5 trend».

Come l’elettricità, il suo impatto permea ogni settore attraverso cinque direttrici fondamentali: l’abbattimento dei costi che abilita operazioni massive (Token Intensive), una sofisticazione della memoria senza precedenti, un’autonomia degli agenti che raddoppia ogni sette mesi, una multimodalità nativa capace di “vedere” e agire nel mondo fisico e un’integrazione ubiqua e invisibile nei sistemi che usiamo ogni giorno.

Oggi, con una potenza di calcolo che raddoppia ogni cinque mesi e costi di utilizzo crollati del 90%, non è più tempo di chiedersi “se” investire, ma “come” farlo. Il rischio, per chi resta a guardare, è di confondere una rivoluzione strutturale con una bolla passeggera, ignorando che quasi un miliardo di utenti attivi nel mondo sta già estraendo valore reale da questi strumenti.

L’errore di prospettiva del management italiano

Secondo Mariotti, intervenuto ai microfoni di Risorse.news, il limite principale non risiede nella tecnologia in sé, ma nella capacità di visione di chi guida le aziende. Il rischio è quello di sottovalutare la velocità d’esecuzione dei nuovi attori del mercato e il potenziale di potenziamento delle risorse umane già presenti in organico.

«L’errore è devastante perché non vedono la velocità con cui le startup di oggi stanno andando, non vedono quanto effettivamente si può automatizzare e quanto anche le persone che la usano possono essere migliorate drasticamente», spiega Mariotti, evidenziando come la saturazione dei compiti amministrativi diventi spesso un ostacolo alla comprensione profonda del fenomeno. «Un amministratore ha molte cose a cui stare dietro, molte cose a cui pensare e quindi non riesce a dedicare il tempo necessario a vedere in profondità questo argomento dell’intelligenza artificiale ed è molto difficile fidarsi degli altri, quindi è una cosa endemica, normale, però questo secondo me è l’errore principale».

La forza dell’unione: l’effetto compounding

Interrogato successivsamente su quale dei trend esposti sia destinato a dominare o a sfumare nel tempo, Mariotti invita a una riflessione. Non esiste un singolo driver isolato, ma un ecosistema di fattori che si alimentano a vicenda in quello che definisce un effetto “compounding“.

Sebbene ammetta che potrebbero esserci rallentamenti fisiologici o limiti fisici legati alle risorse energetiche, l’esperto sottolinea la natura esponenziale di questa evoluzione: «È molto difficile da dire, può essere che si andrà un po’ a perdere l’aspetto della multimodalità, la sofisticazione inizierà a rallentare, però quando è molto difficile da dire e soprattutto non è assolutamente detto che sia così perché l’AI potrebbe aiutare tantissimo invece a velocizzare la ricerca».

Il vero valore risiede nella somma di queste innovazioni. «Il punto è proprio che non ce n’è uno che avrà maggior impatto ma è l’unione di queste cose che ha poi un impatto compounding e che giustifica gli altri trend: la maggiore ricerca e i migliori modelli aiutano a avere modelli più efficienti che portano a un utilizzo ancora maggiore. Nel frattempo investiamo in più energia e il mondo la integra sempre di più perché è migliore».

Il confronto con l’Europa: l’Italia sotto la soglia del 30%

Infine, alla domanda su come si posizionino le aziende italiane rispetto al resto d’Europa, Mariotti ha risposto così:

Il divario tra l’Italia e il resto del continente rimane uno dei nodi più complessi da sciogliere. I dati sull’adozione tecnologica mostrano un Paese che insegue, frenato da questioni demografiche e infrastrutturali storiche. Mentre alcune nazioni europee vantano tassi di adozione che superano il 40%, la penisola resta ancorata a cifre meno incoraggianti.

«Ho visto un grafico che mostrava le percentuali di adozione: in Europa non siamo gli ultimi, ci sono stati che hanno un’adozione di 38, 40, 42, 43, mentre l’Italia era più verso il 27 se non ricordo male, comunque era sotto il 30», osserva Mariotti con realismo. Le ragioni di questo ritardo sono molteplici e radicate nella struttura stessa del Paese: «L’Italia è un paese con molti anziani, è un paese che tecnologicamente è sempre stato indietro, che ha una metà del paese che è sfortunato rispetto a un’altra metà dal punto di vista di adozione tecnologica, di velocità della rete, eccetera. ».

 

Yuri Mariotti durante l'intervista rilasciata a Risorse.news
Yuri Mariotti durante l’intervista rilasciata a Risorse.news

 

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