Calma piatta, purtroppo. Negli ultimi 11 anni il vento non è cambiato. Il soffio della tolleranza e del rispetto non ha spazzato via le nubi grigie della violenza sulle donne. Quei cumulonembi carichi di odio e intolleranza, osservati nel 2014, sono tuttora visibili. Non si sono spostati e neppure diradati. Anzi, in alcuni casi hanno accumulato energia.
Il terzo rapporto Istat sulla sicurezza delle donne (i dati presentati il 21 novembre 2025 si riferiscono soltanto alle risposte di un campione di cittadine italiane di età compresa fra i 16 e i 75 anni), frutto della collaborazione con il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non ha evidenziato alcun miglioramento. Sono 6,4 milioni le italiane che hanno subito una forma di violenza nella loro vita. Il 18,8% è stato vittima di atti che comprendono tanto le minacce quanto lo strangolamento, mentre il 23,4% ha dichiarato di aver ricevuto molestie con contatto fisico non voluto o di essere stata costretta a rapporti indesiderati.
I numeri sono impressionanti. Raccontano di compagni o ex che si dimostrano carnefici. Il 63,8% degli stupri è stato causato da un partner (nel 59,1% dei casi parliamo di ex, mentre nel 4,7% di fidanzati, mariti o conviventi), mentre in 19 casi su 100 l’aguzzino è stato un conoscente, nel 10,9% si è trattato di un amico e in 7 casi su 100 l’aggressore è catalogato come un estraneo.
Violenza sulle donne: in 11 anni dati stabili
Sciorinare numeri fa male. È un pugno nello stomaco. Più si avanza nella lettura del rapporto e più si ha la percezione che la tabella delle casistiche non sia completa. Quanti sono ancora gli episodi sommersi, quelli non raccontati a nessuno o non denunciati, quelli che costringono una ragazza o una donna a vivere nel suo senso di vergogna, nella paura e in un dolore che non è solo fisico ma anche psicologico?
I livelli di denuncia sono molto bassi. Parliamo soltanto di un misero 3,8% per le violenze fisiche, sessuali o psicologiche commesse dal partner attuale. Mentre sono stabili (10,5%), rispetto al 2014, le denunce effettuate da chi ha subito violenza negli ultimi 5 anni. Piccole oscillazioni sono state registrate altresì nei dati riguardanti i casi di violenza fisica (erano l’11,2% 11 anni fa, mentre ora rappresentano l’11%), violenza sessuale (dal 6,4% all’attuale 7,3%) e alla violenza fuori dalla vita di coppia (dal 7,8% all’8,7% del 2025).
Aumentati i casi di violenza sulle giovanissime
A dover far riflettere tutta l’opinione pubblica e i decisori politici, invece, dovrebbe essere un dato: negli ultimi 11 anni sono aumentati i casi di violenza perpetrati a ragazze tra i 16 e i 24 anni. Le donne nubili, diplomate e laureate sembrano essere più esposte al rischio di subire una violenza. Negli ultimi 5 anni, il 41,7% delle intervistate che ha conseguito la laurea ha subito una forma di violenza. Percentuale che sale al 48% nella fascia di età 16-24 anni in possesso di un diploma.
Confrontare i dati del secondo rapporto Istat con gli ultimi è uno schiaffo morale. Le violenze subite dalle giovanissime sono passate dal 28,4% al 37,6%. L’incremento delle molestie e dei rapporti senza consenso è stato di 13,1 punti percentuali (dal 17,7% al 30,8%), mentre i casi di abusi, sopraffazioni o costrizioni commessi da uomini non partner sono schizzati dal 15,3% al 28,6% (quelli commessi da ex partner hanno toccato quota 12,5% da 5,7%).
La consapevolezza della gravità è salita al 36,3%
La consapevolezza che quanto subito rientri tra le forme di violenza fisica, sessuale o psicologica non può essere vista come un raggio di sole. Dal 2014 ad oggi, la capacità delle donne di percepire come reato le molestie, le intimidazioni o le minacce patite è salita dal 30,1% al 36,3%. Un dato che si riflette anche nel novero di persone che hanno richiesto aiuto alle organizzazioni del Terzo settore o ai centri antiviolenza.
Se nel 2014 la percentuale era del 4,4%, nel 2025 è pressoché raddoppiata (8,7%). Numeri che sono anche in linea con le chiamate al 1522 e con le prestazioni di associazioni o realtà che si occupano della presa in carico di ragazze o donne che cercano un rifugio per sfuggire dalle grinfie di un partner o di un ex.
Al contrario, nel corso di questo arco temporale, è diminuita di 10 punti percentuali la fiducia nell’intervento delle forze dell’ordine. Secondo gli ultimi dati, solo il 38,2% delle donne ha giudicato positivamente l’azione di carabinieri e polizia.
I numeri ci inchiodano dinanzi alle nostre responsabilità
I numeri fotografano un allarme sociale. Sono freddi e pure specifici. Inchiodano la società davanti alle sue responsabilità. Se in 11 anni la situazione non è migliorata, allora vuol dire che è stato fatto davvero poco sul tema della violenza di genere. I casi di maltrattamenti, sopraffazioni, umiliazioni, controllo e rapporti senza consenso c’erano allora e, purtroppo, non sono diminuiti nel 2025. La violenza, per certi versi, si è alimentata da sola in un vuoto in cui non c’è stato alcun cambiamento culturale. La sensibilizzazione ha portato ad una maggiore consapevolezza, ma non a meno reati subiti dalle giovanissime.
Per certi versi, è proprio questo il fatto che dovrebbe accendere ulteriori campanelli d’allarme. Perché il seme dell’educazione alla parità di genere, all’uguaglianza e alla tolleranza, se mai fosse stato sparso, o non ha trovato un terreno fertile o non ha mai germogliato. E le ragioni possono essere infinite.
La domanda che ogni decision maker dovrebbe porsi è la seguente: è stato fatto tutto il necessario per invertire il trend? La risposta, stando al report dell’Istat, è negativa.
Sul piano educativo e formativo servirebbe un maggiore impegno da parte di tutti gli attori protagonisti della società. Dalle istituzioni a tutte le agenzie educative. È logico che la prima, ossia la famiglia, debba insegnare i valori del rispetto, dell’inclusione, dell’uguaglianza e della tolleranza, ma non può essere l’unica. Anche la scuola e il mondo dello sport non possono esimersi dal fare la loro parte, soprattutto nel contesto sociale attuale.
Ad oggi, ed è un aspetto preoccupante, manca soprattutto una strategia, un piano articolato in grado di incidere sui numeri dettati dal terzo rapporto Istat sulla sicurezza delle donne.
Zero proposte all’orizzonte. Il tempo, invece, scorre inesorabile e da solo non sistema le cose. Casomai, le incancrenisce. Mentre qualcuno si trincera dietro a case history giudicati inadeguati e qualcun altro avanza polemiche sterili, l’assenza di azioni specifiche, non solo all’interno delle scuole, nutre la violenza.
Di una cosa, però, possiamo esserne certi: l’educazione, qualunque essa sia, e quindi anche quella sessuale, affettiva, civica, alimentare o fisica, è il passaporto per il futuro. Il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo. Fornire loro i giusti strumenti e le nozioni più adeguate è un dovere ed una questione di giustizia sociale. Che giova sia alle donne di domani sia ai loro futuri compagni.
Educare bambine e bambini, ragazze e ragazzi significa formare dei futuri dirigenti che credono nell’uguaglianza, giornalisti che sanno utilizzare le giuste parole, politici capaci di prendere le migliori decisioni per la comunità e cittadini che sapranno a loro volta educare la loro prole, alimentando di fatto la cultura del rispetto e della tolleranza.
Se non si agisce ora con un intervento educativo e formativo, difficilmente il prossimo rapporto ci presenterà una frenata. Il rischio, come accade oggi, è che i numeri peggiorino. La sensibilizzazione aumenta la consapevolezza, l’educazione, invece, favorisce l’empowerment e l’emancipazione ed indica la via, la strada da seguire.
In poche parole, sensibilizzazione ed educazione contribuiscono a formare quel vento che spazza via le nubi grigie e apre il cielo.


