Working Mom, Chiara Montaldi: “Non chiamateci solo un coworking per mamme”

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Siamo a Roma, a Monteverde, in via di Donna Olimpia, e quando attraversiamo la porta a vetri del primo coworking dedicato ai genitori, il tempo rallenta improvvisamente, respiriamo una tranquillità travolgente. 

working mom desk

Ci accoglie Chiara (Chiara Montaldi, avvocata, ceo&founder di Working Mom, ndr) che ci saluta e ci invita a togliere le scarpe. Siamo ufficialmente in uno spazio incontaminato, un luogo laicamente sacro dedicato alle famiglie, ma anche al lavoro, quello che deve essere compiuto con dedizione e cura ogni giorno. 

Da una parte, perciò, la sala vicino all’ingresso, arredata da tavoli da lavoro, rigorosamente in legno e tinte pastello, con un piccolo desk, un punto rivolto all’accoglienza. Dall’altra, uno stanzone vivacissimo, colorato dalle attività ideate secondo i metodi Montessori e Steiner che decorano l’ambiente in maniera funzionale. 

Siamo dentro Working Mom: un coworking pensato per le mamme e i papà che desiderano trovare un equilibrio – vero – tra vita privata e vita lavorativa e che, come ci dice subito Chiara, “non vogliono perdersi i primi passi dei propri figli”, né tanto meno arrivare al punto di dover rinunciare a una promozione o alla propria posizione in azienda. 

Il target di riferimento, ma solo all’apparenza, è quello delle mamme lavoratrici. Vale a dire quelle donne – perché spersonalizzare una persona attribuendole il solo ruolo genitoriale è un concetto sbagliato sotto ogni punto di vista, ma ancora abusatissimo – che dopo un periodo di pausa, lungo o corto che sia, devono tornare alla vita di sempre. 

Una vita fatta di incastri, scadenze, urgenze, colleghi, promozioni e così via. Una vita complicata in cui adesso deve inserirsi qualcosa di ancora più complesso: la cura di un figlio. Diventare genitori è una scelta consapevole, ma nessuna coppia, forse, è realmente e adeguatamente preparata ad affrontare il cambiamento, sia a livello organizzativo, sia sotto l’aspetto emotivo.

working mom spazio bambini

Lavorare è una necessità per entrambi: mamma e papà, donna e uomo, nessuno vorrebbe (il condizionale è d’obbligo) e può (indicativo necessario, visti i tempi che corrono) rinunciare al proprio impiego e ai sacrifici fatti per ottenerlo, e nessuno dei due vorrebbe perdersi le tappe di crescita fondamentali dei figli. 

Il dibattito sul tema è sempre apertissimo: c’è chi sostiene che sia impossibile conciliare le cose, e quindi che uno dei due – le madri per lo più, guardando ai numeri su scala nazionale – debba rinunciare a un pezzo di sé e a contribuire economicamente alla vita familiare; e c’è invece chi si industria e cerca soluzioni – spesso penalizzanti per uno dei due genitori, in molti casi sempre per la madre – perché si possa trovare comunque una sorta di stabilità.

In termini di servizi dedicati alla famiglia, forse è utile fornire qualche dato perché si comprenda a 360° il valore di idee come quella fortunata avuta e concretizzata da Chiara Montaldi. 

Servizi per l’infanzia 0-3 anni: solo 31 posti disponibili ogni 100 bambini

Fatto n°1: nel nostro Paese solo l’1% delle aziende possiede l’asilo nido interno. Fatto n°2: relativamente ai servizi per l’infanzia veri e propri esiste un problema conclamato di posti e disponibilità. In Italia, secondo gli ultimi dati ISTAT relativi all’anno educativo 2023/2024, sono disponibili circa 378.500 posti autorizzati (tra asili nido pubblici e privati integrati), con un rapporto medio nazionale di 31,6 posti ogni 100 bambini sotto i 3 anni. Il che significa che la copertura è pari al 31,6%. 

Un numero a dir poco esiguo che non può essere coperto dall’assunzione di una babysitter o dall’ingaggio dei nonni come educatori per otto-dieci ore al giorno, ammesso che, in questi casi, i genitori possano contare su una base economica solida per assumere un aiuto, o sulla presenza e la disponibilità dei parenti. Perché non è scontato. Gli over 65, nell’Italia del 2026, sono ancora in piena età da lavoro.

Succede quindi che una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità (dato rilevato dall’Osservatorio di Con i Bambini e riferito all’anno 2025). Più specificatamente dei 60 mila genitori che scelgono di restare a casa ogni anno dopo la nascita di un figlio il 70% è donna. E chi non si licenzia, spesso opta per il part-time, vale a dire il 29,3% (ISTAT). 

In questo intricatissimo quadro di criticità si inserisce anche il fattore emotivo: lasciare il proprio figlio a una terza persona, che sia una babysitter, un’educatrice (sì, anche di questi ruoli si deve parlare solo e ancora al femminile) o un parente, è devastante. Può essere piacevole ritrovare la propria individualità, ma scollarsi dal bambino – perché la sensazione è proprio quella di perdere un pezzo e sentire l’adesivo che brucia sulla pelle – è a dir poco doloroso. Perdersi sorrisi, conquiste quotidiane, non stargli vicino quando ne avrebbe bisogno, di certo non rende liberi, ma costringe a proseguire il proprio percorso – almeno per qualche tempo – da genitore e lavoratore a metà. 

Working Mom: un archetipo per la genitorialità di ultima generazione

È un po’ da questi presupposti che parte il progetto Working Mom, una società benefit – e sì, il modello giuridico è una delle prime, se non la primissima informazione utile da fornire – che propone non solo uno spazio fisico, ma un prototipo vero e proprio, un archetipo per la genitorialità di ultima generazione.

Chiara Montaldi ne è fondatrice e ceo. È un’avvocata, ma anche una madre: Working Mom nasce quindi dall’esperienza diretta. Una persona che ha messo a servizio della comunità, da privata cittadina, le proprie competenze e il proprio vissuto. Costituire una società benefit significa voler incidere in maniera significativa e generare effetti positivi per le persone. Nel caso specifico, Montaldi parla sì alle persone, ma prima si rivolge alle aziende proprio perché possano mettere i genitori nelle migliori condizioni possibili per lavorare e svolgere il proprio ruolo di madre o padre. 

working mom educatrici

INTERVISTA a Chiara Montaldi

Chiara, Working Mom è uno spazio dedicato ai genitori. Ma principalmente è una società benefit: perché hai scelto questo modello? Come nasce questo format?

Working Mom è una società benefit e una start up innovativa e ha ragioni diverse. In primis, il format nel senso giuridico di società benefit relativo alla mission che noi perseguiamo: Working Mom, infatti, nasce per un’esigenza molto concreta, quella di armonizzare genitorialità e lavoro. 

Nel periodo post-pandemico sono cambiati moltissimo gli spazi di lavoro, le esigenze, abbiamo modelli ibridi, modelli remoti, ma che non si sono evoluti abbastanza rapidamente. Quindi, l’unico strumento che c’era prima dell’asilo nido aziendale è diventato oggi insufficiente per garantire una piena armonizzazione di entrambe le sfere. E questo comporta e ha sempre comportato un gender gap post-maternità molto elevato.

La mission si traduce perciò in ridurre il gender gap dovuto alla genitorialità, in special modo relativo alla maternità. Come? Non a parole, ma dando uno strumento concreto affinché le mamme e i papà non debbano più scegliere tra lavorare e crescere figli, ma che possano fare entrambe le cose insieme. 

working mom spazio di lavoro

L’obiettivo è quello di dialogare non solo con le persone che hanno bisogno di usufruire di un servizio, ma anche con le aziende, anzi, soprattutto con le aziende. Quindi, in base alla tua esperienza, quando interagisci con le aziende, la risposta com’è? Trovi resistenza o diffidenza? Quali sono le criticità di questo progetto?

Devo dire che, dalla nascita di questo progetto, il nostro interlocutore principale sono proprio le aziende, perché noi vogliamo produrre un cambiamento sostanziale.

Se noi fossimo un servizio esclusivamente B2C, quindi direzionato a mamme e papà che lavorano, come è nei nostri space, sarebbe limitato a livello territoriale. Noi, invece, proprio perché vogliamo produrre un cambiamento sostanziale, anche e soprattutto a livello di narrativa, lo dobbiamo fare coinvolgendo diverse verticali. 

Da un lato, dobbiamo dare un servizio concreto ai genitori, che quindi sono i veri fruitori; dall’altro, non possiamo aspettarci che le istituzioni possano e debbano farsi carico unicamente della genitorialità, nonostante chiaramente sia uno dei loro pilastri, quindi coinvolgiamo le aziende. Questo perché offrano uno strumento di governance aziendale.

Abbiamo oggi un problema fondamentale in Italia, a parte quello della denatalità, che è quello della longevity per le aziende. Nella formazione aziendale, molto spesso, non si tiene conto della problematica relativa non solo all’efficienza, ma al turnover, cioè alla perdita dei talenti e alla retention. 

Perché, se una donna su quattro lascia il lavoro nel primo anno post-maternità, questo ha un costo per l’azienda. Quindi, qua, parliamo di numeri e non è possibile lasciare fuori le aziende dal dialogo che riguarda la genitorialità. Vogliamo che il nostro sia un format replicabile nelle aziende, ma non solo nelle grandi, anche a vantaggio delle PMI.

Quanto alle barriere o alle criticità, devo dire che un dato secondo me molto importante è che tutte le interlocuzioni che abbiamo avuto hanno ottenuto un esito positivo. 

Non è vero che in Italia non si muove niente. Sicuramente ci muoviamo a rilento. Siamo abbastanza un fanalino di coda per la parte di gender equality. Ma, comunque, un po’ sta cambiando la mentalità; ad esempio, già solo nel considerare Working Mom non come benefit, ma come un servizio di supporto alla risorsa primaria delle aziende – vale a dire le persone. 

Forse, la grande barriera che c’è è all’ingresso, è quella dell’adozione di un modello innovativo. Tutti vorrebbero capire prima quali possono essere i limiti e che cosa, effettivamente, possono mettere sul tavolo a livello di reputation. Perché la paura più grande che sto riscontrando nelle aziende è: se io inserisco un modello così spendibile, anche a livello di attraction, di reputation aziendale, poi, come faccio a fare un passo indietro? Quindi, quello su cui dobbiamo lavorare è proprio la mentalità; dobbiamo spostare la narrativa da benefit a sistema di governance aziendale. 

Hai parlato di dati e riparto da qui: lo scorso anno ci sono state 62.000 dimissioni totali. Il 70% di queste ha riguardato le donne. Tu ci parli, adesso, di superare delle barriere, di costruire una nuova mentalità. A fronte di questo, a fronte dei numeri che abbiamo analizzato, Working Mom è in espansione? Questa rete sul territorio sta crescendo, crescerà? Sono sul tavolo nuove partnership, collaborazioni, convenzioni che stai avviando? 

Working Mom nasce proprio come un modello non territoriale, ma come un format non solo scalabile e replicabile, ma che agisce appunto su tre livelli, soprattutto su quello B2C e B2B. Quindi, prende vita come un modello già disegnato per essere un servizio a supporto non solo dei genitori, ma anche delle PMI, che possono, ad esempio, come nel caso di Roma, aprire il plafond per i singoli dipendenti.

È un modello B2B, quindi, replicabile all’interno dell’azienda, come, per essere pratici, nelle sale riunioni. Abbiamo partnership anche per il terzo livello su cui operiamo e quindi aprire all’esterno dell’azienda, perché ci sono tante aziende che non solo hanno settori per cui la presenza dei bambini non è consigliata, ma magari anche per questioni di policy aziendale o per mancanza di spazi, non possono attivare il modello.

Grazie alle nostre partnership, possiamo replicare il format in qualsiasi città italiana in meno di 120 giorni. Quello che faremo a prescindere è l’apertura di nuovi punti fisici; il prossimo sicuramente sarà a Milano, ce ne saranno altri su Roma e nelle principali città italiane, stiamo già finalizzando molti accordi in questo senso.

L’invito che facciamo alle aziende è approcciare, senza timore, a uno strumento di supporto alla genitorialità. Lo sai che se le donne non lasciassero il lavoro post maternità e partecipassero in maniera egualitaria agli uomini alla vita professionale, il PIL nazionale crescerebbe dal 7% all’11%? 

Chiarissimo. Niente altro da aggiungere. Ti faccio un’ultima domanda da madre: nel momento in cui io genitore vengo qui, come faccio ad essere sicura di non incontrare distrazioni? D’altra parte, mia figlia, mio figlio, è a pochi metri da me, come posso lavorare ed essere totalmente presente in quello che sto facendo? Qual è il modello? Come funziona esattamente Working Mom? 

Durante tutto l’orario ci sono delle educatrici che sono specializzate in un metodo pedagogico che abbiamo scritto noi e validato scientificamente. E a che serve? Per la crescita neurobiologica del bambino 0-36 mesi. 

Considera che la finestra 0-36 mesi è quella del massimo sviluppo neuronale. Montessori ci insegna che l’ambiente preparato, quindi a misura di bambino, crea per il bambino quelle condizioni necessarie per sviluppare le sue capacità cognitive ed esplorare e acquisire nuove competenze. Noi l’abbiamo portato ad un livello superiore.

Se oltre all’ambiente preparato, abbassiamo il cortisolo del bambino, perché non vive l’emotional friction della separazione in un momento troppo precoce rispetto a quando socialmente sarebbe giusto farlo, a quel punto non solo lui è sereno, sicuro, e può sviluppare maggiormente le sue abilità, ma non è nemmeno portato a cercare costantemente il genitore, semplicemente perché non vive l’emotional friction, cioè non ha paura che se ne vada.

working mom spazio bambini

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