Oltre i limiti, la lezione di Riccardo Maino a Rimini Wellness: «Grinta, errori e quella volta che sono diventato campione del mondo»

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Se non osiamo, come facciamo a capire quanto valiamo?”. Potrebbe bastare questa frase per comprendere l’indole e la determinazione di questo ragazzo. Stiamo parlando di Riccardo Maino, atleta azzurro della ginnastica artistica che, con la sua straordinaria parabola umana e agonistica, ha saputo dimostrare come la sindrome di Down non sia un recinto, ma una spinta a fare sempre meglio.

Questo suo motto di vita è stato espresso alla Rimini Wellness, la grande kermesse dedicata al benessere e al movimento che ha ospitato il talk firmato “Tutti in campo”. Un appuntamento ricco di ispirazione che, oltre a Riccardo, ha visto sul palco Gimbo Tamberi: entrambi ambassador di un progetto nato per promuovere lo sport come strumento di crescita, inclusione e partecipazione.

A margine dell’evento, Maino si è concesso ai microfoni di Risorse.news:

Le quattro parole di Riccardo Maino

Dietro ogni grande atleta c’è un motore interiore che detta il ritmo degli allenamenti quotidiani e dei sacrifici. Per l’atleta azzurro, questo motore si riassume in quattro pilastri fondamentali che governano la sua quotidianità, dentro e fuori dalla palestra. Quando gli viene chiesto quale sia la scintilla che alimenta la sua resilienza, la risposta è stata la seguente:

«A me danno una carica incredibile la grinta e la determinazione», ha spiegato il ginnasta, sottolineando come queste due qualità siano imprescindibili non solo per affrontare le gare, ma anche per gestire la vita di tutti i giorni e l’ambito professionale. «Oltre a questo, per me è fondamentale credere e osare. Se io per primo non rischio e non oso fare un tentativo, in quale altro modo potrei mai comprendere se l’ostacolo che ho davanti sia accessibile o meno? Bisogna sempre conservare la massima fiducia in noi stessi e nelle nostre potenzialità. Considero l’uso di questi quattro concetti come una vera e propria lezione di vita».

Quello di Maino è un invito universale a non rimanere nella propria zona di comfort. Il rischio dell’errore viene accettato come parte integrante della crescita, una filosofia che sposta l’accento dal timore di fallire al coraggio di provarci.

Abbattere la paura: l’appello alle nuove generazioni

Un tema centrale nel dibattito sportivo contemporaneo è l’allontanamento dei giovani dall’attività fisica, il rinomato fenomeno del drop-out, con ragazzi spesso frenati dall’ansia da prestazione o dal timore del giudizio altrui.

Una barriera invisibile che si fa ancora più spessa per chi convive con una disabilità o con insicurezze personali. A loro, dall’alto della sua esperienza in maglia azzurra, il ginnasta si rivolge con l’empatia di un fratello maggiore.

«Il mio suggerimento più sincero è quello di bandire ogni tipo di timore», ha esortato l’atleta dal palco della fiera riminese. «Non dobbiamo mai commettere l’errore di imporci dei paletti mentali. Come ripeto spesso a me stesso, le barriere e i confini esistono esclusivamente per essere superati. Invito tutti a praticare sport, ad andare avanti a testa alta, senza alcuna esitazione, armati solo di forza e coraggio».

L’oro in Turchia nato da una caduta: la pedagogia dell’errore

Il momento più alto della carriera di un atleta coincide spesso con una medaglia, ma per l’azzurro il ricordo più prezioso è legato a un imprevisto. Evocando la memoria dell’indimenticabile trasferta mondiale in Turchia, il campione ha descritto l’episodio che ha cambiato radicalmente la sua percezione della competizione.

«Il sogno più bello si è concretizzato in Turchia, durante la prova al corpo libero», ha ricordato con una punta di emozione visibile negli occhi. «A causa di un’imprecisione tecnica, sono scivolato a terra durante l’esecuzione di un salto teso in avanti. Quella caduta, però, mi ha regalato un insegnamento preziosissimo sotto due punti di vista differenti».

Il ginnasta ha poi analizzato i dettagli di quel momento di crisi:

«In primo luogo, mi ha spinto a non mollare la concentrazione e a proiettarmi immediatamente verso gli attrezzi successivi. La seconda lezione è stata l’accettazione dello sbaglio: mi sono detto che ero caduto, che non era la fine del mondo e che si trattava soltanto di un singolo errore di percorso. In quel momento non avevo idea se avrei vinto o meno il titolo mondiale. Poi, quando gli altoparlanti hanno pronunciato il mio nome e cognome proclamandomi campione del mondo, ho avvertito un’emozione indescrivibile, un brivido unico».

È la perfetta sintesi del campione moderno: colui che non si fa definire dall’errore, ma dalla capacità di rialzarsi il secondo successivo.

 

 

 

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