Progettare e coprogettare nell’ambito del Terzo Settore: è il focus del Master targato OPES, erogato dall’Università UNINT – Università degli Studi Internazionali di Roma (partner scientifico), nell’ambito del Progetto AttivAzione, attività realizzata con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Su risorse.news abbiamo approfondito il tema, quanto mai attuale e di interesse, attraverso le voci di due protagoniste, docenti del Master, Sabrina Brutto e Susanna Fontana, valutando l’impatto dell’evoluzione che stanno subendo progettazione e coprogettazione nel sociale e indagando le sfide che il Terzo Settore si trova ad affrontare quotidianamente. Dalla crescita del comparto, alla diserzione dei volontari più giovani, fino ad arrivare alla necessità di acquisire nuove competenze per essere all’altezza di un futuro che vede il Terzo Settore sempre più protagonista.
Master in Progettazione Sociali: le docenti
Abbiamo quindi chiesto alle due docenti di offrire una panoramica generale sull’argomento, in base alle loro competenze e al loro background.
Sabrina Brutto è project manager con esperienza pluridecennale nella stesura e nel coordinamento di progetti afferenti all’area sociale e sociosanitaria. Docente a contratto di sociologia generale con esperienza applicative e docente in master di II livello sui temi afferenti alla progettazione presso Libera Università Maria Santissima Assunta, LUMSA.
Susanna Fontana, invece, è Docente a contratto del laboratorio di europrogettazione presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma, UNINT. Inoltre, ricopre il ruolo di project manager e ricercatrice presso Fondazione FORMIT. Specializzata nella scrittura di proposte progettuali, nel coinvolgimento degli stakeholder, nella raccolta e analisi dei dati, nella costruzione di modelli di foresight in particolare nei settori dell’istruzione, del digitale e dell’imprenditorialità.
Intervista
Progettare nell’ambito del Terzo Settore necessita sempre più di professionalità adeguate e di una formazione specifica, articolata. A che punto siamo in Italia? Quali sono, dal suo punto di vista, le figure e le materie su cui bisogna lavorare per ottenere risultati ancora più tangibili?
Brutto: La progettazione sociale nel Terzo Settore ha compiuto in Italia passi importanti, ma ritengo si possa affermare che si è ancora in una fase di consolidamento. La riforma ha dato impulso a nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato sociale, rendendo evidente quanto la progettazione non possa più essere improvvisata: serve una professionalizzazione reale, che affondi le sue radici in percorsi formativi strutturati e multidisciplinari che abbiano una visione a lungo termine lontana dal progetto immediato che risponde a un bisogno senza una continuità.
I progettisti devono, innanzitutto, saper leggere il contesto e i suoi bisogni così da costruire risposte coerenti e sostenibili. Le figure più efficaci sono, a mio avviso, quelle che sono in grado di coniugare competenze tecniche e capacità di ascolto quindi professionisti in grado di ascoltare i bisogni dei destinatari, ma anche di tradurli in strategie e azioni.
L’esperienza personale in ambito accademico e nel Terzo Settore, mi porta ad affermare che vi sia ancora uno scollamento tra l’ambito formativo e la realtà/quotidianità operativa degli enti: servono percorsi che includano esperienze sul campo, laboratori di co-progettazione, strumenti di valutazione d’impatto e conoscenze legate alla digitalizzazione dei servizi.
È in atto una sfida “culturale” che deve portare a riconoscere la progettazione non come un adempimento, ma come un processo trasformativo, in grado di generare valore per le comunità come pure orientare le politiche pubbliche.
Fontana: In un momento storico in cui le tradizionali fonti di finanziamento per il Terzo Settore non sono più prevedibili e stabili come in passato, la progettazione è diventata la leva principale per la sostenibilità del Terzo Settore. In Italia, anche per via di una pratica decennale legata agli aiuti di stato e alle donazioni, si è un po’ più indietro come diffusione delle competenze chiave legate alla progettazione com’è intesa oggi.
La progettazione oggi si basa principalmente sul modello europeo, che a sua volta è fortemente improntato su approcci anglosassoni e nordeuropei. Per questo motivo, nonostante l’Italia si sia aggiudicata il 26% dei finanziamenti messi a bando dalla Commissione europea dal 2007, è anche vero che i principali beneficiari sono università e pubbliche amministrazioni.
Il Terzo Settore, e per certi versi, anche il settore privato, sono rimasti un po’ indietro. Per colmare questo divario è necessario che si facciano investimenti su profili chiave come grant writer/proposal designer, project manager, MEL – monitoring, evaluation and learning, finance and compliance, ricerca e innovazione sociale, partnership and stakeholder engagement, comunicazione e disseminazione, data and digital (incluse skill sulla GDPR), fundraising e sostenibilità.
Queste competenze sono essenziali non solo per competere con successo per i finanziamenti, ma anche per allinearsi all’approccio europeo, attivare sinergie, rafforzare il proprio network internazionale e replicare modelli di successo sperimentati in altri paesi europei.
Veniamo al ruolo della coprogettazione, invece, che interessa il master da vicino perché rappresenta la parte pratica del corso. Cosa serve per instaurare una sinergia vincente tra le parti (nel caso specifico tra il pubblico e il terzo settore)? In che modo le realtà devono sapersi supportare?
B: Reciprocità, fiducia e corresponsabilità, in linea con quanto previsto dal Codice del Terzo Settore (D. Lgs. 117/2017, in particolare l’art. 55), devono porsi quali colonne portanti di un lavoro comune in cui ciascuno apporti know-how, esperienza e conoscenze all’interno di un dialogo circolare orientato al bene comune.
Solo questo dialogo, che arricchisce reciprocamente, è da ritenersi quale chiave di volta in cui il Terzo Settore, spesso più flessibile e creativo nel trovare soluzioni, può sperimentare approcci nuovi o integrare pratiche meno convenzionali all’interno di una cornice (settore pubblico) però che ha strumenti di pianificazione, valutazione e controllo, per garantire sia coerenza con le politiche pubbliche come pure, e soprattutto, sostenibilità economica degli interventi.
Co-progettare non significa solo scrivere un progetto insieme, una tantum, ma condividere un percorso comune dalla fase di analisi a quella finale della valutazione che sia utile per una continua crescita e un miglioramento grazie a una visione nuova “dell’altro” non da considerare quale vincolo bensì risorsa.
F: La co-progettazione, o co-creation come è conosciuta a livello comunitario, è diventata ormai un modello imprescindibile per progettare. Quando parliamo di sinergia tra cittadinanza ed enti del Terzo Settore, il punto di partenza è un patto chiaro di collaborazione: ascolto attivo non solo consultivo ma orientato alla decisione, obiettivi condivisi, regole trasparenti su ruoli e responsabilità, cura delle asimmetrie informative e di potere, accessibilità linguistica e digitale degli incontri, restituzioni pubbliche periodiche e tutela dei dati personali.
È utile prevedere un percorso con tappe e momenti di verifica, la presenza di una facilitazione neutrale e, quando possibile, piccoli budget partecipativi o rimborsi spese che rendano sostenibile la partecipazione di tutti, in particolare dei soggetti più vulnerabili.
Nel concreto, le comunità portano conoscenze situate, priorità reali, idee e criteri di qualità calati nei contesti; il Terzo Settore mette a disposizione capacità di traduzione tecnica dei bisogni in soluzioni progettuali, metodi di indagine e prototipazione, coordinamento operativo e strumenti per misurare risultati e impatti. Il supporto reciproco si esprime nella codefinizione degli obiettivi e degli indicatori, nel monitoraggio partecipato e in cicli di feedback che permettono di correggere rotta durante l’attuazione.
Questo passaggio è cruciale per trasformare la partecipazione in corresponsabilità, consolidare la fiducia e ottenere esiti che durano oltre la chiusura del progetto, generando valore pubblico e impatto sociale tangibile.
È un dato oggettivo che il valore del Terzo Settore, non solo in termini pratici, ma anche economici per il Paese, cresce di anno in anno. In buona parte perché subentra laddove i servizi del pubblico e delle istituzioni mostrano delle carenze, come nella sanità o nella gestione del sistema educativo.
Parliamo di un fenomeno crescente? E cosa serve al Terzo Pilastro per continuare a offrire in maniera così importante il proprio contributo?
B: Negli anni il Terzo Settore è divenuto un attore strategico poiché si è compresa, finalmente, la sua capacità unica di lettura dei bisogni, anche di quelli emergenti, e la conseguente offerta di risposte flessibili e di prossimità, laddove il sistema pubblico fatica a stare al passo con la complessità sociale, il cambiamento e l’evolversi dei fenomeni.
Questa centralità richiede certamente, per continuare a offrire un contributo significativo, il suo consolidarsi sul piano organizzativo, gestionale e culturale.
Di contro al “Terzo Pilastro” serve un ecosistema che rafforzi il suo ruolo: accesso a finanziamenti stabili, semplificazione normativa, strumenti formativi e manageriali, riconoscimento del ruolo politico e non solo operativo.
Il Terzo Settore non deve sostituirsi allo Stato ma poter co-progettare politiche e soluzioni in un quadro di corresponsabilità. Il suo valore è ormai un fatto consolidato ma, perché questa crescita sia sostenibile e generativa, serve un investimento politico e culturale che lo riconosca come parte integrante dello sviluppo del Paese e non più come attore di secondo piano da “contattare” al bisogno.
F: Sì, è un fenomeno in crescita e con tratti strutturali: il Terzo Settore è sempre più parte integrante del “welfare mix”, non solo perché colma carenze dei servizi pubblici e istituzionali, ma perché coprogetta soluzioni di prossimità, preventive e orientate all’impatto, in contesti segnati da vincoli di bilancio, invecchiamento della popolazione, nuove vulnerabilità e divari territoriali. Questa evoluzione ha rafforzato la sua rilevanza economica e sociale, ma ha anche reso più evidente la necessità di condizioni abilitanti stabili.
Per continuare a offrire un contributo così rilevante servono tre linee d’azione complementari: un quadro di sostegno prevedibile (programmazione pluriennale, tempi di pagamento certi, strumenti contrattuali che valorizzino gli esiti e riducano oneri amministrativi), partenariati solidi con scuole, servizi sociosanitari, enti locali e imprese responsabili basati su coprogrammazione e trasparenza, e un investimento deciso sulla capacità organizzativa degli enti (professionalizzazione, misurazione dell’impatto, competenze digitali e di compliance, cura del capitale umano e del volontariato).
Sul piano economico è cruciale la diversificazione delle entrate — bandi, contratti di servizio, donazioni ricorrenti, quote associative, fee for service, partnership con il privato e, quando adeguati, strumenti di finanza a impatto — inserendo già in fase di ideazione un percorso di sostenibilità che preveda scalabilità, recupero progressivo dei costi e costruzione di riserve. In questo modo il Terzo Settore può passare dalla logica della supplenza a quella della coproduzione di valore pubblico, consolidando risultati che durano oltre la chiusura dei progetti.
In ultimo: un recente studio ha rivelato che in Italia, sebbene cresca il numero di operatori volontari iscritti al servizio civile, stia crollando quello dei giovani possibili volontari senza rimborso proprio perché troppo impegnati, affannati, nel dover rincorrere una stabilità economica e lavorativa, nonostante il peso (riconosciuto) del volontariato a livello curriculare e di crescita professionale.
Si tratta forse di una scarsa diffusione di questo dato? Quali possono essere altri incentivi? Serve una comunicazione diversa?
B: Potremmo indubbiamente parlare di una crisi di valori che riflette un cambiamento delle condizioni di vita e degli approcci delle nuove generazioni ma non dobbiamo scordarci però che molti sono i giovani sensibili alle tematiche sociali. È necessario ripensare il volontariato giovanile non come un’attività marginale o extracurricolare, ma come un’esperienza integrata nei percorsi di crescita, anche lavorativa: incentivi concreti e riconoscimenti tangibili potrebbero essere delle soluzioni (crediti formativi universitari, certificazioni spendibili nel mondo del lavoro, accesso facilitato a borse di studio, esperienze all’estero).
Certamente la precarietà, i lavori intermittenti, i tirocini a volte non retribuiti concorrono a una instabilità economica ma di base credo rimanga una “nostra” impreparazione al rapportarci ai giovani; serve una comunicazione diversa, che sappia parlare loro in modo autentico grazie a storie vere, impatti concreti, testimonianze. Lo step potrebbe essere di comunicare il volontariato come esperienza di empowerment, non solo di altruismo e in questa comunicazione la sinergia privato-pubblico potrebbe rivelarsi strategica.
F: Non è solo un tema di scarsa diffusione del dato: pesano fattori strutturali come precarietà lavorativa, competizione per tirocini e primi impieghi, costo della vita (soprattutto nei grandi centri) e tempi di studio/lavoro più compressi. In questo contesto il volontariato “a costo zero” diventa, di fatto, meno accessibile. Serve quindi passare da una narrativa del lavoro gratuito a un’idea di impegno civico sostenibile, in cui la partecipazione non penalizzi chi ha meno risorse.
Gli incentivi più efficaci sono quelli che abbattono le barriere pratiche: rimborsi per trasporti e pasti, microborse per progetti intensivi, copertura assicurativa, formazione certificata spendibile (ad esempio su sicurezza, first aid, gestione progetti), orari flessibili e formule ibride o episodiche (missioni brevi, microvolontariato, attività da remoto).
Va chiarito il collegamento con opportunità concrete: riconoscimenti formativi, microcredential e open badge, canali preferenziali per tirocini, referenze qualificate, percorsi che, quando appropriato, possano evolvere in posizioni retribuite. Un ruolo importante può averlo anche il mondo del lavoro, con accordi di volontariato sostenuto dall’azienda (permessi dedicati, obiettivi di impatto condivisi).
Sul piano della comunicazione occorre uscire dal registro moralistico e puntare su trasparenza e valore: cosa si impara, quanto tempo serve, quale impatto si genera, quali benefit e tutele sono previsti. Storie e testimonianze tra pari, risultati misurabili e un linguaggio vicino ai diversi pubblici (studenti, neolaureati, lavoratori) aiutano più di ogni slogan.


