Il problema recente di OpenAi ha riposto l’attenzione a quelle tante domande sull’etica dell’intelligenza artificiale. Non dovrebbe essere una novità e in parte dovevamo aspettarcelo: l’etica e la sicurezza di OpenAi, nonché l’uso, ora stanno facendo discutere un po’ tutto il mondo. Tuttavia, ci si è chiesti anche come le persone hanno reagito a questo fatto e che cos’è l’etica associata ad una intelligenza artificiale. Durante la conferenza IntelligentIA sono stati fatti degli interventi sul tema dell’etica, ponendo la domanda: l’intelligenza artificiale ne possiede una?
È in atto una rivoluzione digitale, quello che dovrebbe preoccuparci è l’impatto sociale che sta avvenendo, poiché sta cambiando il modo di vivere, di lavorare, di pensare e delle scelte che si fanno. Insieme alla parte tecnica della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale deve esserci umanità e ragionamento, aspetti che si stanno perdendo lungo la strada. Inoltre è sempre più presente una ricerca di empatia “artificiale” e un assistente digitale a cui si delegano compiti.
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Il prima e il dopo: l’etica dell’intelligenza artificiale e la preoccupazione dietro ad essa
L’IA non può essere lasciata alla sola logica dell’efficienza.
Dietro all’IA c’è una mente umana. Quindi, la domanda se l’etica ne possiede una, non è corretta: l’uomo ha creato e sta continuando a mettere mano sull’intelligenza artificiale. Il valore dell’etica (ossia la riflessione su quello che è giusto e quello che non lo è) è dato dall’uomo. La stessa Tiziana Catarci, professoressa all’Università La Sapienza di Roma e presidente di SIpEIA (Società Italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale) afferma:
“L’etica è fatta dagli esseri umani. Ci sono sistemi molto potenti, sempre più potenti, fanno quasi impressione ad usarli, ma sono sempre sistemi algoritmici per quanto sofisticati, per quanto anche gli stessi progettisti non capiscano alcuni dettagli fino in fondo. Allora il problema dell’etica è emerso da subito, perché esiste nei dati che si trovano in questi sistemi (come le disuguaglianze e le disparità), tutto quello che di brutto produce il mondo degli esseri umani”.
La presidente Catarci sottolinea che il controllo sull’intelligenza artificiale avviene da parte delle grandi aziende, le quali danno sempre meno importanza agli aspetti etici e alle decisioni: “C’è, purtroppo, meno attenzione paradossalmente: da una parte ci sono più strumenti tecnici perché la tecnologia è evoluta, soprattutto per quanto riguarda i controlli; dall’altra c’è meno attenzione da parte degli esseri umani che hanno il potere di decidere”.
Inoltre, ammette che per combattere i bias dell’IA e il controllo: “Bisogna essere più forti nei propri meccanismi cognitivi, nel proprio pensiero critico, nelle proprie capacità decisionali per non essere in balia dell’intelligenza artificiale e di chi la controlla”, aggiungendo poi che “Sviluppare un pensiero critico, avere un pensiero libero e indipendente rappresenta l’unico piccolo barlume di speranza. Quando OpenAi ha firmato subito per le armi completamente autonome, tantissime persone hanno disdetto l’abbonamento. Questo vuol dire che ancora esiste un pensiero indipendente e dei valori umani. E questo noi dobbiamo cercare di coltivarlo”.

La delegazione e l’empatia dell’intelligenza artificiale
Oltre al concetto dell’etica, sorgono altri due quesiti: la delegazione e l’empatia. Prima di arrivare a questo punto bisogna chiedersi per quale motivo l’intelligenza artificiale è nata. La nascita dell’IA è dovuta a molti fattori legati ad un cambiamento di vita nell’uomo, per agevolare le sue attività e non per sostituirlo. L’intelligenza artificiale deve progredire insieme alla società, non deve avere solo la funzione di delegato. Massimo Canducci, Innovation&Strategy Director in Spindox parla di delegazione, nel caso in cui l’intelligenza artificiale venga percepita più efficiente, intelligente e meritevole di fiducia.
Dal co-pilot (come per Microsoft) al co-worker (ad esempio cloud di Google), questi agenti IA accompagnano e gestiscono la nostra vita, sostituendo talvolta la nostra capacità decisionale e di ragionamento. Canducci a tal riguardo dice: “La sensazione è che ogni volta che si delega un compito a una macchina, quel compito a un certo punto smettiamo di saperlo fare. Questo è accaduto anche in passato, per esempio con l’uso dei navigatori, che ormai è una costante. Tendenzialmente le persone non sanno più la strada dove devono andare”.
La delegazione è un punto ambivalente: da una parte è d’aiuto, ma dall’altra atrofizza le capacità umane, anche se lo stesso Canducci afferma: “Pensiamo per esempio al fatto di conoscere diverse lingue: oggi è obbligatorio se vogliamo comunicare con altri che parlano altri lingue. Nel momento in cui avremo tecnologie in grado di fare il traduttore universale, quel tipo di skill probabilmente non servirà più. Allora la domanda che dobbiamo porci: è un male o un bene? È un male perché magari è anche bello imparare delle lingue, ma è anche un bene perché potremo contemporaneamente parlare con tutti, indipendentemente dalla loro lingua. Quindi bisogna bilanciare un po’, in questo caso, i benefici con le cose negative”.
Un altro tema affrontato da Massimo Canducci è l’empatia artificiale. Sempre di più le persone ricercano nell’IA comprensione e ascolto, la conseguenza è che la macchina appare sempre più empatica. L’empatia non è ancora una caratteristica propria dell’intelligenza artificiale, tuttavia, oggi le risposte e le informazioni richieste vengono date in modo da emulare l’empatia umana:
“Quello che accade oggi è che gran parte delle persone in qualche modo stabiliscono una loro tipologia di relazione con la macchina. Questo consente all’essere umano di sentirsi meno solo, anche se la solitudine è una cosa che si compensa con altri esseri umani. Grazie all’IA accade questo oggi: le persone stanno meglio. E poi c’è un altro valore aggiunto, che le macchine sono in grado anche di cogliere degli aspetti, dei dati, che sono indicatori per esempio di depressione o di malattia o di comportamenti non adeguati rispetto al quadro clinico”.





