Il sottile confine tra reale e artificiale: intervista a Michele Franzese sull’impatto dell’IA nella società

Condividi su:

La fantascienza è stata superata. Quello che sembrava impensabile ed immaginabile, come una macchina in grado di dialogare, ragionare, apprendere e fornire all’uomo delle soluzioni, è diventato reale. L’IA, grazie ai modelli linguistici di grandi dimensioni (LMM – Large Multimodal Models), sta trasformando ad una velocità supersonica il nostro mondo. E come ogni rivoluzione, in questo caso immateriale, spaventa o addirittura viene benedetta. In poche parole, divide l’opinione pubblica.

C’è chi sostiene che con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale abbiamo acquistato un biglietto di sola andata per l’inferno o per un mondo in cui tutto è plausibile. Le macchine sono in grado, da una parte, di confondere le menti, facendo sembrare reale ciò che è prettamente artificiale. Dall’altra, entrano letteralmente in campo andando a sostituire l’essere umano in alcune sue mansioni. Le cronache ci raccontano che a Marghera la Invest Cloud, un’azienda internazionale, ha deciso di licenziare 37 dipendenti perché il loro lavoro poteva essere svolto tranquillamente dall’IA, anche con risultati migliori.

D’altro canto, però, non bisogna dimenticare la corrente dei tecnocrati, persone competenti in materia che comprendono la potenzialità e l’impatto economico e sociale di questa nuova frontiera dello sviluppo tecnologico. Per loro, l’IA può essere definita come uno strumento in grado di migliorare la nostra vita. L’esempio più calzante è venuto alla luce durante gli ultimi Giochi paralimpici di Milano-Cortina. Maksym Murashkovskyi, atleta ucraino ipovedente di biathlon, è riuscito a vincere la medaglia d’argento, grazie ad un programma di allenamento pensato e proposto da Chat GPT.

Secondo la dicotomia fotografata da questi due esempi, è lecito porsi una semplice domanda. Ma l’IA è una minaccia o deve essere valutata come un prezioso alleato? Con Michele Franzese, fondatore di IntelligentIA, l’evento sull’intelligenza artificiale e sul suo impatto su persone, imprese e società, risorse.news ha voluto approfondire la questione ed analizzare questa rivoluzione che sta rendendo sottile il confine tra ciò che è reale e ciò che invece è artificiale.

Guarda la video intervista a Michele Franzese

L’IA e il suo impatto tecnologico, sociale ed economico. Risorse.news intervista Michele Franzese

Partiamo dagli esempi di Marghera e di Milano-Cortina, come interpreta questa forte dicotomia tra scenari così opposti? 

Michele Franzese: “Attualmente stiamo assistendo a quella che definirei una vera e propria nevrosi collettiva nei confronti dell’Intelligenza Artificiale. Trattandosi di una tecnologia “disruptive“, è inevitabile che generi effetti dirompenti, sia positivi – come per l’atleta – sia drammatici a livello occupazionale. La criticità principale risiede nell’assenza di normative consolidate. Se un’azienda licenzia 37 persone, si innesca un “effetto domino” che colpisce la catena dei fornitori e trasforma radicalmente funzioni aziendali storiche, come le Risorse Umane. Ciò che spaventa maggiormente è la rapidità inesorabile di questa transizione.

A differenza della Rivoluzione Industriale, metabolizzata nel corso di decenni, oggi stiamo affrontando uno stravolgimento che si consuma in pochi mesi. Questo fenomeno genera una sorta di schizofrenia e un’ansia sociale senza precedenti. Le istituzioni brancolano nel buio e sfugge loro il reale controllo della situazione. Di conseguenza, l’unica arma a nostra disposizione è la formazione: bisogna creare consapevolezza e studiare gli strumenti.

Ha toccato due concetti fondamentali: le “potenzialità” e la “paura”. Ci hai appena illustrato cosa vi ha spinto a realizzare IntelligentIA per cercare di arginare questa nevrosi. Esistono altre dinamiche specifiche che hanno motivato lei e il suo team a dare vita a questo format?

MF: “Sì, vi sono almeno due ulteriori aspetti cruciali. Il primo riguarda la reale implementazione dell’IA nel tessuto aziendale. Molte imprese vorrebbero innovarsi, ma incontrano enormi ostacoli operativi. Un conto è utilizzare l’IA in modo basilare tramite un prompt per compiti semplici, un altro è integrarla organicamente nei processi automatizzati di un’azienda, coordinando il capitale umano con le nuove tecnologie. Si tratta di una sfida sistemica per la quale gran parte delle aziende è oggi impreparata.

Il secondo aspetto è l’urgenza di far convergere i tecnicismi puri con le necessarie riflessioni etiche, morali, di governance e di privacy. Per questo motivo, abbiamo fortemente voluto sul palco professionisti eterogenei: era essenziale dimostrare che l’IA non è una tematica riservata ai soli sviluppatori, ma una rivoluzione a 360 gradi che abbraccia l’essere umano in tutte le sue sfaccettature”.

Il sottile confine tra reale e artificiale: intervista a Michele Franzese sull'impatto dell'IA nella società

Durante la tua due giorni di IntelligentIA, ha provato a sfatare qualche falso mito sull’intelligenza artificiale o a silenziare certi falsi miti? 

MF: “Sì, assolutamente. È stata una cosa naturale e, secondo me, molto importante da fare. Ci sono tanti falsi miti: il primo riguarda proprio il funzionamento dell’intelligenza artificiale. Molti credono che il suo funzionamento corrisponda a un vero e proprio pensiero, quando invece non è così. Certo, non possiamo negare che sia una qualche forma di intelligenza, se consideriamo che etimologicamente “intelligere” significa comprendere.

È chiaro che l’intelligenza artificiale oggi comprende il linguaggio, ovvero gli schemi in esso contenuti, ma ovviamente non ne comprende il senso profondo né il contesto. Non ha una percezione della realtà o delle situazioni: siamo noi a doverle fornire questa percezione. Ritengo quindi che le persone debbano essere informate su questo aspetto: credere al falso mito che questa tecnologia pensi, capisca e faccia tutto da sola è deleterio e crea solo problemi a se stessi.”

Il problema è che l’adozione dell’IA non viene ancora percepita come un processo aziendale

Da quello che ha potuto ascoltare e osservare nella sua esperienza quotidiana, vorrei chiederle: secondo lei, le PMI italiane, non le grandi aziende, sono pronte a investire nell’intelligenza artificiale e a integrarla nei loro processi lavorativi? A che punto siamo in questo ambito?”

MF: “Siamo oggettivamente molto indietro. Il problema è che l’adozione dell’IA non viene ancora percepita come un processo aziendale, ma piuttosto come l’utilizzo isolato di un prompt o di un tool da parte del singolo. L’adozione vera e propria, invece, significa cambiare completamente le regole del gioco. Faccio un esempio: significa ridefinire il ruolo delle persone. Se un dipendente lavora 40 ore e 20 di queste vengono affidate a un processo automatizzato, cosa farà nelle restanti 20 ore? Non resterà con le mani in mano davanti allo schermo, non si inventerà del lavoro dal nulla, e non potrà certo passare il tempo a prendere caffè, perché l’imprenditore non lo permetterebbe.

A tutto questo non siamo ancora preparati, in particolare le PMI non lo sono. Dobbiamo quindi affiancarle per analizzare i processi e capire dove automatizzare, dove velocizzare e dove instaurare un vero e proprio lavoro ibrido tra uomo e macchina. È tutto da costruire, e il rischio che le aziende esitino a investire – pur riconoscendone l’importanza – è dietro l’angolo. Questo accade perché non hanno ancora compreso appieno come l’IA possa renderle più produttive.

Esistono infatti studi che dimostrano come molte aziende che hanno adottato l’intelligenza artificiale non abbiano ancora registrato benefici concreti in termini di produttività. Per me è normale in questa fase iniziale, ma non deve spingere gli imprenditori a tirarsi indietro. Anzi, questo è il momento ideale per riflettere, agire e mettere in campo nuove strategie.”

Il sottile confine tra reale e artificiale: intervista a Michele Franzese sull'impatto dell'IA nella società

Ho letto un’intervista ad Angeleri di AssoSoftware, in cui affermava che l’Italia manca di una visione sull’intelligenza artificiale e che forse abbiamo definitivamente perso il treno. È d’accordo con questa affermazione? Secondo lei, possiamo ancora salire in corsa, c’è tempo per recuperare il gap con gli altri Paesi e il terreno perduto?

MF: “Su questo obiettivamente non sono molto fiducioso, poiché il gap è profondo e rappresenta un solco significativo. Se pensiamo agli investimenti fatti da zone come la Silicon Valley, parliamo di 100 miliardi solo per OpenAI: sono cifre che noi non abbiamo raccolto neanche sui progetti industriali, nemmeno per colossi come la Fiat o la Ford. Si tratta di cifre fuori da qualsiasi logica. Per cui non so se siamo in tempo; non voglio essere negativo e dire in modo assoluto che non lo siamo, ma penso che dobbiamo capire quale può essere il pezzettino alla nostra portata.

Dobbiamo quindi capire se c’è una nicchia – e c’è –, se ci sono degli spazi dove si può dare valore senza inseguire un altro campionato, perché in questo momento quello di OpenAI e di Anthropic è sicuramente un campionato diverso.”

Il tuo osservatorio di IntelligentIA ha dato spazio anche alle startup. Che cosa hanno portato queste realtà innovative?  

MF: “Secondo me hanno portato soprattutto due cose. La prima è un esempio concreto di cosa significa utilizzare l’AI. Molte di queste startup avevano dei tool concreti che risolvevano un problema specifico. Noi abbiamo l’AI general purpose, che è quella orizzontale – come ChatGPT o Claude – che fa tutto; e poi abbiamo un concetto di AI verticale che risolve un singolo problema, che ottimizza un processo o che dà uno spunto diretto e concreto. Avere una ventina di startup nell’evento ci ha sicuramente aiutato a mostrare questo aspetto.

E poi, ovviamente, hanno portato tanto entusiasmo e tanto network: molti imprenditori si sono fermati a parlare con loro.”

 

Oggi dobbiamo valutare attentamente la sostenibilità dell’IA, sia per l’enorme dispendio energetico che richiede, sia per l’impatto dirompente sul mondo del lavoro

Vorrei chiederle: come si concilia l’intelligenza artificiale – che ormai troviamo in ogni app che utilizziamo e che permea la nostra società – con il concetto di sostenibilità?

MF: “È una questione complessa, poiché allo stato attuale le due cose faticano a conciliarsi. Oggi dobbiamo valutare attentamente la sostenibilità dell’IA, sia per l’enorme dispendio energetico che richiede, sia per l’impatto dirompente sul mondo del lavoro. Leggendo le analisi dei media, dei commentatori più critici o degli ambientalisti, emerge chiaramente che una vera sostenibilità è ancora lontana e andrà costruita passo dopo passo.

Dovremo imparare a ottimizzare i modelli per ridurne i consumi, limitando l’uso di sistemi generalisti che sprecano risorse spropositate. Pensiamo allo spreco di utilizzare 5.000 token — l’equivalente energetico di dieci lampadine accese — solo per chiedere un consiglio su una gita al mare o per tradurre la foto del menu di un ristorante. C’è un lungo percorso da affrontare: abbiamo toccato l’apice dell’entusiasmo, ma ora è il momento di fare un passo indietro per distinguere lucidamente i bisogni reali dagli investimenti tecnologici superflui.”

 

La vostra “due giorni” ha visto alternarsi sul palco oltre 50 relatori: c’è stata una frase, o un momento particolare, che l’ha sorpresa? Un concetto che l’ha colpita profondamente e che crede lascerà un segno nel suo percorso professionale, pur essendo lei un profondo conoscitore del settore?

MF: “Gli interventi di valore sono stati molteplici e mi hanno investito con una vera e propria valanga di informazioni e stimoli. Un tema centrale che mi ha profondamente segnato è quello della sovranità nazionale ed europea: sia in termini di gestione dei dati, sia per quanto riguarda la capacità di elaborazione, ambiti in cui l’Europa purtroppo sconta un grave ritardo. Un altro spunto critico ha riguardato la difficoltà di normare un settore così pervasivo. È stato illuminante l’intervento di chi ha analizzato il ruolo dell’IA nei media: l’AI Act europeo, ad esempio, ha tralasciato di regolamentare l’impatto dell’IA sul controllo dell’informazione e sull’opinione pubblica.

Si tratta di una lacuna significativa, considerata l’altissima criticità di queste dinamiche. Il secondo aspetto che mi ha colpito riguarda l’impatto sulla creatività. Da un lato, abbiamo ascoltato registi e artisti comprensibilmente preoccupati e sulla difensiva; dall’altro, ho percepito il grande entusiasmo di quei creativi che vedono nell’IA un vero e proprio superpotere, una risorsa che permette loro di realizzare progetti prima inaccessibili per mancanza di mezzi. È stato affascinante osservare questa continua oscillazione: un vero e proprio “surf” tra l’ansia per l’ignoto e la celebrazione delle nuove vette del potenziale umano.

Considero l’IA a tutti gli effetti un super potere

Prima di concludere questa stimolante intervista, vorrei porle una domanda più personale. Come considera l’intelligenza artificiale? La vede come un superpotere, come un collega di lavoro, o crede ci sia una terza via?

MF:In tutta onestà, oggi la considero a tutti gli effetti un super potere, perché mi permette di realizzare ciò che prima mi era precluso. Ho un passato da musicista: per dieci anni ho suonato pianoforte e chitarra, prima di cambiare strada e limitarmi a suonare “Azzurro” per i miei nipotini. Avevo però molti progetti musicali chiusi nel cassetto, vecchie tracce che avrei voluto sviluppare ma per cui, frenato dai ritmi frenetici del lavoro quotidiano, non trovavo mai il tempo o le risorse. Due giorni fa, proprio grazie all’IA, sono riuscito a pubblicare un piccolo EP di cinque brani su Spotify.

Ho recuperato i miei vecchi frammenti inespressi e l’intelligenza artificiale mi ha aiutato a finalizzarli, abbattendo drasticamente i tempi di produzione. Certo, il risultato non è impeccabile: se avessi trascorso un mese in uno studio di registrazione professionale la qualità sarebbe stata superiore. Ma non avendo a disposizione né il tempo né lo studio, l’IA mi ha permesso di concretizzare un piccolo sogno. Quindi, per darti una risposta secca: è assolutamente un super potere.

Il sottile confine tra reale e artificiale: intervista a Michele Franzese sull'impatto dell'IA nella società

Sappiamo che ha un calendario ricco di appuntamenti, come la Torino Future Week e il ritorno, a settembre, della Roma Future Week. Si tratta di iniziative intrinsecamente legate all’innovazione, un tema che abbraccia sfere cruciali come quella sociale e culturale, ambiti di cui noi di Risorse.news ci occupiamo quotidianamente. Pertanto, le chiedo: quale bilancio traccia di questa prima edizione di IntelligentIA? C’è già in cantiere un nuovo appuntamento, magari in un arco temporale inferiore ai dodici mesi?

MF: “Confermo che siamo in fase di preparazione per la prima edizione della Torino Future Week, in programma dal 25 al 31 maggio. Poi, dal 21 al 27 settembre, tornerà l’appuntamento romano, un momento magico in cui si concretizza il lavoro di un intero anno, in una città che mostra il suo lato migliore discutendo di terzo settore, periferie e rilancio urbano, ben oltre la sola tecnologia.

Per quanto riguarda IntelligentIA, ti confido che, sulla via del ritorno, ho elaborato le mie considerazioni a caldo, interagendo proprio con ChatGPT. L’ho utilizzato come cassa di risonanza per analizzare cosa è andato bene e cosa perfezionare. Giunto a casa, ho maturato la decisione di progettare il prossimo evento. Se tutto procederà come previsto, lo realizzeremo entro il 2026. L’Intelligenza Artificiale richiede un aggiornamento costante, e credo che i tempi non siano ancora maturi per supportare adeguatamente gli imprenditori con cadenza annuale. Sarà una sfida impegnativa, ma siamo determinati a vincerla.”

 

Il mio augurio principale è che l’adozione dell’IA all’interno delle aziende non si riveli troppo traumatica

Cogliendo al volo il suo spunto, le chiedo: quali sono i suoi auspici da professionista e divulgatore per i mesi a venire?

MF: “Ritengo che assisteremo a trasformazioni strutturali significative. Il mio augurio principale è che l’adozione dell’IA all’interno delle aziende non si riveli troppo traumatica. A tal fine, è urgente l’introduzione di una regolamentazione chiara, specialmente in materia di diritto d’autore: permettere a una macchina di sottrarre indebitamente la proprietà intellettuale umana rappresenterebbe una grave stortura sistemica. Contestualmente, nutro grande fiducia nella resilienza della nostra specie, ampiamente dimostrata nel corso dei millenni.

Dovremo far appello a questa stessa resilienza per navigare un’epoca complessa, evitando le derive gemelle del totale sconforto da un lato e dell’esaltazione acritica dall’altro. Nutro speranza, ma ritengo essenziale la proattività: non possiamo limitarci a un’attesa passiva. Il nostro dovere, in sinergia con il lavoro di testate come la vostra, è promuovere una massiccia divulgazione, affinché i cittadini non vengano travolti da uno tsunami tecnologico senza possedere gli strumenti per comprenderlo.”

Il sottile confine tra reale e artificiale: intervista a Michele Franzese sull'impatto dell'IA nella società

Ultimi Articoli

Condividi Articolo