A RiminiWellness 2026 si è parlato anche di responsabilità oltre il gesto tecnico: al centro del dibattito è emerso il tema del safeguarding, la cultura che trasforma la protezione dei minori da obbligo formale a pratica quotidiana. Le nuove norme, il MOG e il ruolo del Safeguarding Officer stanno cambiando il volto dello sport dilettantistico in Italia. Quando un bambino entra in una palestra, in un campo da calcio o in una piscina, i genitori affidano la sicurezza fisica e psicologica dei propri figli all’istruttore. È qui che nasce il safeguarding, quel concetto che sta rivoluzionando il mondo dello sport italiano e che trasforma la tutela dei minori da obbligo burocratico a missione quotidiana.
Proteggere un minore durante l’attività sportiva riguarda non solo la sicurezza fisica durante gli allenamenti, ma è prevenire abusi psicologici, molestie, bullismo, emarginazione, discriminazioni di ogni tipo. Il safeguarding è questa costanza nel vegliare ed è la consapevolezza che gli abusi spesso non esplodono all’improvviso, ma si annunciano con segnali sottili che bisogna saper leggere.
Quindi, quando parliamo di bullismo e molestie nello sport, non stiamo parlando di casi rari ed eccezionali, ma di fenomeni che purtroppo esistono e che danneggiano per sempre la salute psicologica di un giovane atleta, portandolo ad abbandonare lo sport e, in alcuni casi, ad avere difficoltà anche nella vita quotidiana. Per questo la tutela dei minori non può essere un’opzione, ma deve diventare un sistema strutturato con regole chiare, persone designate e responsabilità.
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Strumenti che combattono queste forme di discriminazione: il MOG e il DLgs 231/2001
La strada per arrivare a questa consapevolezza è stata lunga, ma negli ultimi anni i decreti legislativi hanno cambiato per sempre il volto dello sport dilettantistico italiano. Il D.Lgs. 39/2021, art. 16, ha imposto una rivoluzione silenziosa: ogni associazione sportiva deve ora dotarsi di modelli organizzativi e codici di condotta specifici. Si parla di strumenti vivi che devono prevenire molestie, violenza di ogni genere e forma di discriminazione. Il D.Lgs. 36/2021, art. 33, ha introdotto una figura che oggi è diventata indispensabile: il Responsabile della protezione dei minori (Safeguarding Officer), colui che deve vigilare e contrastare abusi fisici e psicologici, incluso il bullismo e il cyberbullismo.
Ruoli fondamentali in questo sistema sono ricoperti dal MOG (Modello Organizzativo e di Gestione) e dal Codice di Condotta. Il MOG rappresenta la mappa che guida allenatori, dirigenti e volontari su come intervenire concretamente in determinate situazioni. Ogni associazione che lo adotta comprende che proteggere i minori significa creare un ambiente per una crescita sana, liberi dalla paura. Tuttavia, è presente un’altra dimensione che tocca la responsabilità stessa dell’associazione ed è qui che entra in gioco il DLgs 231/2001. Questo decreto ha introdotto un principio che ha fatto tremare molti dirigenti: un’associazione può essere sanzionata per reati commessi dai propri amministratori, dipendenti o collaboratori nell’interesse dell’ente. Sembra una minaccia, ma in realtà nasconde un’opportunità enorme.
L’associazione può evitare sanzioni se dimostra di aver adottato ed efficacemente attuato un MOG ex D.Lgs. 231. Questo modello deve essere affidato a un Organismo di Vigilanza con autonomi poteri di controllo, creando una rete di responsabilità. Il CONI ha colto questa visione con la Delibera della Giunta Nazionale del 25 luglio 2023, adeguando le politiche di Safeguarding agli articoli 33 e 16. Da quel giorno, le associazioni sportive dilettantistiche affiliate non hanno più scuse, devono pubblicare sui siti istituzionali il Regolamento Safeguarding Policy, le Linee Guida e i modelli organizzativi.
Safeguarding Officer e l’art.5 dei Principi Fondamentali CONI
L’art. 5, comma 2, dei Principi Fondamentali CONI chiarisce con precisione cosa deve fare il sodalizio: non può limitarsi a copiare modelli standard trovati in rete, ma deve predisporre una preventiva valutazione dei rischi specifica per la propria realtà; e, inoltre, deve redigere il MOG entro 12 mesi dall’adozione delle linee guida dell’organismo affiliante, garantendo che il Safeguarding Officer sia effettivamente operativo, non solo nominato sulla carta. Infine, deve pubblicare tutti i documenti sul sito istituzionale, rendendo trasparente il proprio impegno verso le famiglie.
Il Safeguarding Officer diventa così il cuore operativo di tutto il sistema, vigilando attraverso strumenti di tutela e prevenzione e intervenendo tempestivamente su segnali di disagio. Inoltre, deve avere accesso al casellario giudiziale per verificare l’idoneità di chi lavora con i minori, diventando la garanzia che solo persone preparate e affidabili entrino in contatto con i bambini.
Sport4Rights: un progetto che educa gli adulti per proteggere i minori
Tuttavia, c’è chi sta già andando oltre, trasformando questi obblighi in un vero e proprio cambio di paradigma culturale. Francesco Raganelli di “Terre Des Hommes“, un’associazione che opera in 23 paesi e si occupa di diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, racconta una storia diversa dello sport italiano. Dal suo progetto Sport4Rights emerge una verità scomoda: molte società sportive, specialmente le realtà più piccole che vivono di volontariato, stanno affrontando la nuova normativa come un ennesimo carico burocratico.
Scaricano un modulo proforma fornito dalla federazione, inseriscono i propri dati e pensano di essere in regola. Ma quando si chiede loro chi sia il Safeguarding Officer o quali siano le policies interne, spesso non sanno rispondere. Fino a quando non succede qualcosa, e allora ci si accorge di non avere idea di come gestirla.

Raganelli propone una rivoluzione: educare gli adulti per proteggere i minori, perché l’allenatore occupa una posizione privilegiata, a metà tra genitore e insegnante, senza la formalità della scuola né l’imbarazzo tipico dell’adolescenza nel raccontarsi con i genitori. È un contesto privilegiato dove l’allenatore può accorgersi di segni di abuso che a scuola nessuno vedrebbe.
Non si chiede agli operatori di diventare psicologi, ma di diventare antenne per intercettare fenomeni di disagio, esclusione, bullismo e persino violenza domestica. La sfida è culturale, non solo normativa. “Si è sempre fatto così, io sono cresciuto così, mi sono allenato così e sto ancora qui” è la risposta che si sente più spesso quando si propongono modelli di allenamento diversi. Tutto può cambiare, tutto può migliorare, serve formazione e una vera rivoluzione culturale.
Per questo Terre Des Hommes ha lanciato Sport4Safe, un progetto basato su Intelligenza Artificiale con un tutor disponibile 24 ore su 24. Se si opera con serietà, la safeguarding non diventa soltanto un adempimento formale, ma una grande opportunità per costruire fiducia con le famiglie. E c’è di più: il benessere degli atleti sta emergendo sempre più come una leva fondamentale per migliorare la prestazione. La gestione dello stress, il rapporto con il corpo, soprattutto in adolescenza, sono aspetti che contribuiscono a tenere i ragazzi all’interno delle società sportive.
Verso una comunità che protegge il futuro
Lo sport è sostenibile quando protegge. Non possiamo continuare a dire che lo sport è un contesto trasversale, privilegiato per l’educazione e la crescita dei ragazzi, senza far sì che ne sia veramente all’altezza. Durante l’adolescenza molti ragazzi e ragazze abbandonano lo sport e tale scelta è particolarmente evidente tra le giovani, che spesso abbandonano a causa del rapporto con il proprio corpo in una società che promuove canoni estetici estremamente rigidi.
Nello sport, come nella vita, la vera vittoria non è il trofeo appeso al muro ma la certezza che ogni bambino, ogni giovane sia protetto, ascoltato e valorizzato. Quando un’associazione sportiva comprende questo messaggio, diventa molto più di un luogo di allenamento: diventa una comunità che protegge il futuro. E quando la tutela dei minori converge con l’obiettivo della vittoria, si crea una doppia conquista per l’atleta, per la società, per le famiglie, per la comunità educante. Una trasformazione culturale e sociale che parte dallo sport ma diventa elemento centrale per vivere bene insieme.





