Come “Union Town”, il docu-film presentato al Festival di Venezia, racconta la riscossa dei lavoratori e il nuovo ruolo del Terzo Settore

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Come "Union Town", il docu-film presentato al Festival di Venezia, racconta la riscossa dei lavoratori e il nuovo ruolo del Terzo Settore

All’83esima edizione del Festival di Venezia il documentario di Barbara Kopple, “Union Town”, ha acceso i riflettori sulle nuove lotte per i diritti. Un’opera che costringe a guardare oltre l’illusione della gig economy, il lavoro a chiamata e senza tutele guidato dagli algoritmi, mostrando come associazioni e reti civiche stiano diventando il vero scudo per i lavoratori invisibili.

La pellicola segue la quotidianità di un gruppo di ciclofattorini e magazzinieri impiegati nell’indotto logistico di una grande metropoli. La cinepresa riprende i lavoratori tra turni estenuanti dettati dalle notifiche di un’app, pause in mezzo alla strada e account disattivati senza preavviso da un sistema automatizzato.

Il punto di rottura arriva con l’ennesimo taglio dei compensi: è in questo momento che i protagonisti, superando la competizione e l’isolamento iniziale, iniziano a incontrarsi fuori dai centri di smistamento. Con il supporto di alcuni attivisti di uno sportello sociale di quartiere, danno vita a una rete clandestina di mutuo soccorso e a un comitato spontaneo, trasformando la loro vulnerabilità in un’azione collettiva e organizzata.

L’opera ci mette dunque di fronte alla realtà di un mondo del lavoro atomizzato, ricordandoci che la vera innovazione non risiede nell’algoritmo che smista i turni, ma nella ostinata rinascita della solidarietà dal basso.

Due volte premio Oscar e storica voce del cinema civile americano, Kopple non è nuova al racconto delle lotte operaie. Non ci sono più le grandi fabbriche metallurgiche del Novecento, ma le strade metropolitane, i centri logistici di periferia, le piattaforme di delivery.

Il documentario fotografa la solitudine strutturale del lavoratore contemporaneo, ma soprattutto documenta la sua reazione: la costruzione di nuove reti di mutuo soccorso che sfidano la frammentazione imposta dal mercato. La narrazione visiva della regista trova precisa corrispondenza nella concretezza delle statistiche internazionali e nazionali.

Secondo gli ultimi report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), nell’Unione Europea i lavoratori gestiti direttamente da piattaforme digitali e algoritmi hanno ormai superato i 28 milioni, una platea iper-frammentata in cui l’accesso alle tutele tradizionali è pressoché nullo. A livello globale, l’ILO evidenzia come il fenomeno dei working poor coinvolga oltre 240 milioni di persone: lavoratori che, pur avendo un impiego a tempo pieno, vivono sotto la soglia di povertà relativa a causa di salari insufficienti e contratti atipici.

La radiografia Istat del contesto italiano

Guardando in casa nostra, i dati dell’Istat confermano la gravità della situazione nel Bel Paese. La povertà assoluta colpisce circa l’8,5% degli individui residenti (pari a oltre 5,6 milioni di persone), ma l’incidenza sale drammaticamente fino al 12% tra i nuclei familiari la cui persona di riferimento è un operaio o un lavoratore assimilato. A questo si somma una piaga strutturale: oltre il 57% del lavoro a tempo parziale in Italia è “involontario”, subito cioè da lavoratori che vorrebbero un impiego a tempo pieno ma non lo trovano.

L’impatto del Terzo Settore

Sul fronte della risposta sociale, la fotografia Istat sul non-profit censisce in Italia oltre 360.000 istituzioni attive, capaci di mobilitare 4,6 milioni di volontari e circa 900.000 dipendenti. Un esercito di prossimità che negli ultimi anni sta registrando un incremento netto degli interventi diretti a tutela dei diritti del lavoro e del sostegno al reddito.

È proprio in questa svolta che Union Town smette di essere “solo” un documentario e diventa un mezzo per comprendere le mutazioni in atto nel sociale. Il film mostra un volontariato che ha cambiato volto: le associazioni non si limitano più a fare beneficenza o a distribuire pasti caldi, ma scendono in strada per difendere concretamente i diritti dei lavoratori.

Comitati cittadini, associazioni di promozione sociale, ONG e sportelli di quartiere si stanno trasformando in presidi operativi di tutela attiva. Sono loro, oggi, a fornire assistenza legale ai ciclofattorini e ad altre figure precarie, ad organizzare casse di resistenza per i lavoratori della logistica, creando comunità laddove il modello economico produce isolamento.

La lezione che arriva dalla Mostra di Venezia è potente nella sua semplicità: il lavoro non è un pacchetto di dati processabile da un algoritmo, ma carne, tempo e dignità. Il cinema civile di Barbara Kopple e i dati del settore dimostrano che i diritti non nascono grazie a concessioni aziendali, ma si ricostruiscono dal basso, passo dopo passo.

Foto Copertina: Riconoscimento Editoriale Shutterstock / ID Foto: 734070232 / Autore: nrqemi

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