“Fiumi fondamentali come il Danubio, il Reno e la Garonna stanno scomparendo sotto i nostri occhi”, lo ha detto Ursula von der Leyen durante il discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento europeo a Strasburgo, lo scorso 16 settembre. E il punto sul clima è di una portata enorme.
Il mondo che conosciamo, che diamo per scontato, potrebbe spegnersi, sgretolarsi, da un momento all’altro; eppure, nonostante la potenza di queste parole, il tema spesso passa in sordina. Quasi come se la fine fosse una naturale evoluzione degli eventi, impossibile da contrastare. C’è la percezione che anche le misure urgenti, gli obiettivi strategici non siano, ormai, che un cerotto su un emorragia inarrestabile.
Alla fine, alla scomparsa, il mondo ci è arrivato ignaro e consapevole: da una parte, all’essere umano non sembra possibile che la sua casa di sempre e da sempre smetta di essere, semplicemente perché è sempre esistita, è sempre stata lì con le sue foreste, i suoi mari, i laghi, i fiumi, i boschi, le paludi e la sua popolazione animale. Un testamento perpetuo, un lascito inossidabile.
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Un impatto devastante
Dall’altra la consapevolezza di aver dilapidato e distrutto ecosistemi, di aver messo in moto un meccanismo di distruzione da cui non si torna indietro. Una presa di coscienza collettiva che serve a poco, viste le 35 mila morti registrate in Europa, durante l’estate appena passata, a causa delle temperature troppo elevate.
“Le fiamme sono divampate dalle montagne dell’Irlanda alle isole della Grecia e della Croazia” ha detto la Presidente della Commissione Europea ripercorrendo gli eventi che hanno caratterizzato le giornate dei mesi estivi. “Facendo un passo nelle Alpi – ha proseguito – gli antichi ghiacciai si ritirano ogni giorno sempre di più. L’impatto di tutto ciò è semplicemente devastante: 660 000 ettari rasi al suolo. Circa 12 milioni di tonnellate di raccolti andati perduti”.
Come se non bastasse “tutto questo è solo un assaggio. Questi sono stati i mesi estivi più caldi di sempre, ma probabilmente i più freschi degli anni a venire. La scienza è chiara. L’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto a quello globale”.
Di fronte a uno scenario tanto buio, da potersi definire apocalittico, come risponde l’UE? von der Leyen sostiene che ci si dovrà adattare e nel frattempo “imparare lungo il percorso”. La resilienza, in effetti, è stata più volte citata durante il discorso. Bisognerà, anche, “mantenere la rotta verso gli obiettivi climatici”; dunque sarà necessario anche continuare a combattere.
Poi la proposta: l’istituzione di una “Climate Insurance Alliance”
Un’alleanza, dunque. Un collettivo unito per davvero, non solo sulla carta, un fronte comune che deve agire. L’obiettivo? Contrastare i fenomeni meteorologici estremi, nel mentre, congiuntamente, ci si attiene ad obiettivi e si mettono in pratica pacchetti e tassazioni.
Salute, economia e territori devastati
Il punto è che lo sguardo deve essere rivolto al futuro, ma anche al presente. Perché le vite perse, le economie messe in ginocchio, la sanità al collasso e i territori devastati sono conseguenze tangibili, vere, attuali, e non fanno parte di uno scenario futuro.
Stando a quanto riferisce uno studio condotto da Triodos Bank “Le principali ripercussioni del caldo sul PIL dell’UE sono la riduzione della produzione agricola e l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la limitazione della produzione energetica e l’aumento dei prezzi dell’elettricità, le interruzioni dei trasporti e l’aumento dei costi di trasporto, nonché la riduzione della produttività del lavoro. L’impatto complessivo sul PIL dell’UE nel 2026 è stimato intorno al -1%”. Tradotto? Un buco di 180 miliardi di euro.
Quindi, c’è ancora tempo?
Tra i principali obiettivi dell’UE, relativi alla questione climatica, lo ricordiamo, c’è da raggiungere: entro il 2030 la riduzione delle emissioni di gas serra (di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990); entro il 2040 il taglio del 90% delle emissioni nette; ed entro il 2050 l’azzeramento delle emissioni nette per raggiungere la neutralità climatica.
Vanno considerati, come già anticipato, anche pacchetti come il Green Deal europeo, che intende rendere sostenibile l’economia dell’Unione; ma anche l’EU ETS (ovvero sia, il mercato del carbonio), cioè il sistema che impone alle industrie inquinanti di acquistare quote per le proprie emissioni.
La prima data a cui bisogna guardare è quindi il 2030. Tra soli tre anni. In pratica, il tempo che il Climate Clock stima come ultimo prima di arrivare a un punto di non ritorno. L’orologio climatico internazionale misura il carbon budget, ovvero la quantità massima di CO₂ che l’umanità può emettere prima di arrivare a sforare la soglia critica di 1,5 °C.
Ecco, come in In Time (pellicola cinematografica del 2011 in cui i protagonisti nascono con un contatore sul braccio che segna 25 anni e scorre alla rovescia a partire dal primo secondo di vita. Un tempo che, inoltre, è anche valuta: la ricchezza, nel lungometraggio con Justin Timberlake, si misura infatti in minuti), tutti corriamo verso un tempo, prezioso, che inesorabilmente fugge via.
E quindi le risorse…
Nella lettera di intenti, la Presidente è stata chiara sulla questione risorse, non solo nel ribadire un’Europa indipendente, il cui destino “deve rimanere nelle mani degli europei”, ma ha anche aggiunto che “particolare attenzione sarà dedicata ai prezzi dell’energia, raddoppiando inoltre il nostro impegno a favore di un’energia pulita, sicura, prodotta internamente e a prezzi accessibili […] Data la situazione attuale siamo pronti ad adottare, se necessario, misure di emergenza”.
Ambizione, necessità e poco tempo a disposizione. Tutto da perdere, tutto da guadagnare.
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