Istruttori qualificati e vivai protetti: la visione di Alessio Cerci sul calcio italiano

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Istruttori qualificati e vivai protetti: basta per salvare il calcio italiano? La risposta di Alessio Cerci a Risorse.news

Ha trascinato il Torino in Europa nella storica stagione 2013-2014 insieme al suo compagno di reparto Ciro Immobile. In quegli anni lo si poteva considerare, senza troppi dubbi, il miglior esterno mancino in Italia, tanto che la sua abitudine di cercare la porta accentrandosi dalla fascia destra gli era valsa il paragone con Arjen Robben. 

Oggi, Alessio Cerci ha svestito i panni del contropiedista per indossare quelli di guida sportiva. Come testimonial della Lega Calcio a 8, l’ex azzurro ha scelto di mettere la propria esperienza al servizio dei più giovani, condividendo non solo insegnamenti tecnici, ma soprattutto quei valori che permettono a un atleta di crescere dentro e fuori dal rettangolo verde.

In un momento storico in cui il calcio italiano si interroga profondamente su se stesso, complici le ripetute e dolorose mancate qualificazioni della Nazionale ai Mondiali, l’analisi di chi ha calcato i palcoscenici internazionali diventa uno strumento più che prezioso. 

Ripartire dalle basi: il modello Roma e i vivai

Alla domanda su quali siano le fondamenta da cui l’Italia debba ripartire per superare questo stallo, l’ex attaccante non ha dubbi: la risposta è alla base:

«I problemi sono molti, ma bisogna sicuramente ripartire dai nostri vivai e dai giovani», spiega Cerci ai microfoni di Risorse.news. L’obiettivo deve essere quello di tornare a coltivare il talento in casa, un’arte in cui storicamente l’Italia eccelleva.

Cerci porta come esempio virtuoso l’ambiente in cui lui stesso è cresciuto calcisticamente: «Il settore giovanile della Roma, da cui provengo, ha sempre tirato fuori grandi talenti. Dobbiamo ricominciare a lavorare con i nostri ragazzi partendo dai bambini più piccoli. Significa, in sintesi, tornare a investire su noi stessi».

Il nodo cruciale: istruttori qualificati per insegnare la tecnica

Il divario tra il passato e il presente è netto. Cerci, che ha fatto parte della spedizione azzurra ai Mondiali in Brasile nel 2014, ricorda come un tempo il sistema italiano fosse una bottega inesauribile di fuoriclasse. Un’epoca in cui si era “abituati benissimo“, ci dice, potendo contare su generazioni di fenomeni che andavano da Maldini e Nesta fino a Totti e Del Piero.

Oggi, con un livello generale che si è abbassato e una palese difficoltà nel produrre nuovi talenti, il problema non risiede nel DNA dei ragazzi, ma negli strumenti che gli vengono forniti. La vera soluzione, secondo Cerci, è di natura strutturale e didattica

L’ex giocatore sottolinea l’urgenza di investire non solo sugli impianti, ma soprattutto sulla formazione di chi allena: «È fondamentale investire sugli istruttori delle giovanili. Far capire al bambino il gesto tecnico è essenziale, e per impararlo c’è bisogno di tecnici preparati, capaci di mostrare quel gesto direttamente sul campo». Una chiamata alle armi per le società: servono maestri di calcio, prima ancora che allenatori tattici.

Alessio Cerci durante l’intervista rilasciata a Risorse.news

Guardare oltre confine: la lezione della Spagna

La soluzione per il calcio italiano passa anche dalla capacità di guardare fuori dai propri confini con umiltà, imparando da chi, in questo momento, sta dominando la scena della formazione giovanile. Avendo militato nella Liga spagnola con la maglia dell’Atletico Madrid, Cerci ha potuto toccare con mano un sistema diverso.

Se i club iberici riescono a lanciare con continuità talenti cristallini come Pedri o Lamine Yamal, non è frutto del caso. «In questo momento la Spagna è molto avvantaggiata», ammette l’ex azzurro, «e noi dobbiamo copiare un pochino la loro metodologia. Evidentemente, a livello metodologico sono più avanti di noi. Dobbiamo imparare dai nostri errori e, allo stesso tempo, imparare da chi ha dimostrato di saper creare questi campioni».

Meno alibi e più programmazione, dunque. La ricetta di Alessio Cerci per il calcio italiano non prevede scorciatoie o riforme miracolose dall’alto, ma un ritorno al lavoro sul campo, partendo dalle basi, dagli istruttori e dai bambini. Un percorso lungo, ma l’unico in grado di riportare l’Italia dove merita di stare, e speriamo il più presto possibile.

 

 

Foto copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstco / ID Foto: 337598513 / Autore: Paolo Bona

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