Durante le ultime settimane ha tenuto banco tra i media nostrani e internazionali il caso Harvard. C’è un corso, Humanities 10, nato nel 2008, in cui l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non è contemplato. Gli studenti leggono i grandi classici della letteratura integralmente, senza affidarsi ai riassunti generati dall’AI, si confrontano con colleghi e docenti e producono testi di proprio pugno, allenando la scrittura senza scorciatoie.
A balzare agli onori della cronaca non è certo stata la struttura del corso quanto il fatto che per l’anno 2026 Hum10 (è così che le ragazze e i ragazzi chiamano l’insegnamento) ha registrato un boom di iscrizioni, specificatamente il 50% in più rispetto agli anni precedenti. Alla classe è previsto l’accesso di 90 studenti: sono pervenute oltre 180 candidature. Di per sé potrebbe rappresentare solo una crescita percentuale dettata dall’autorevolezza dell’iter formativo, in realtà c’è una motivazione più profonda e che riguarda l’AI.
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AI-free, il caso Harvard non è isolato: cosa sta accadendo nelle Università Statunitensi
Pare, stando ai sondaggi somministrati sul posto, che molti abbiano scelto Humanities 10 proprio perché è un corso AI-free. Una piccola rivoluzione, pensando ai tempi che corrono, che però non è limitata al caso Harvard. Sebbene l’Università più prestigiosa del mondo faccia notizia da sola, negli USA sono numerosi gli istituti, anche dell’Ivy league, che hanno scelto di proporre corsi in cui non è previsto, anzi è bandito, l’impiego dell’AI e, sorpresa, ai giovani piacciono molto.
L’University of Chicago ha comandato un divieto totale in tutti i corsi del suo prestigioso “Core” di Scienze Sociali. Vale a dire che, all’interno di queste classi, i dispositivi elettronici – anche banalmente gli smartphone – non sono ammessi. Studentesse e studenti devono quindi sforzarsi di leggere testi cartacei, prendere appunti a mano e partecipare a dibattiti vis a vis per preservare il pensiero critico ed evitare che l’IA si sostituisca a loro.
Le Scuole di Legge di Berkeley e Columbia vietano agli avvocati di domani di servirsi dell’AI per produrre elaborati e studiare utilizzando scorciatoie.
Altri atenei, come Princeton, Brown e Georgetown, hanno invece messo un veto che viene applicato al momento delle ammissioni: zero intelligenza artificiale nei saggi di presentazione, nei famosissimi Application Essays.
Infine, i casi del Boston College e della Cornell dove i docenti hanno imposto a sé stessi e agli studenti un ritorno al passato che riguarda l’utilizzo di carta e penna. Si è registrato infatti un aumento del 40% nelle vendite dei “Blue Books” (per chi non lo sapesse, si tratta dei tradizionali libretti cartacei usati storicamente negli USA per le prove d’esame scritte), in barba a tablet di ultima generazione e pc.
Un fenomeno che ha interrogato anche la Silicon Valley
Il dibattito è entrato anche negli uffici dei colossi della Silicon Valley, ma a che titolo? È presto detto. A partire dal 2027, le istituzioni educative americane avranno la possibilità di effettuare un opt-out completo dai sistemi di intelligenza artificiale di Google. Che, semplificando, significa: le scuole di primo e secondo grado dovranno rinunciare ai servizi AI di Google, compreso il motore di ricerca, a meno che i dirigenti non ne richiedano l’accesso per motivi specifici. Ad annunciarlo è stato proprio Google attraverso i propri canali ufficiali, spiegando:
“Riteniamo che le scuole debbano avere il controllo sull’intelligenza artificiale nelle loro classi e che sia opportuno fornire agli amministratori strumenti che li aiutino a gestirne l’utilizzo. Dopo aver ascoltato scuole, insegnanti, ricercatori di spicco e responsabili politici, stiamo aggiornando il nostro approccio ai controlli per Gemini, Gemini Notebook, Gemini in Classroom e Google Search. L’accesso a questi prodotti sarà completamente disabilitato per gli account degli studenti delle scuole primarie e secondarie fino a quando gli amministratori scolastici non lo riattiveranno esplicitamente.
Nei prossimi mesi condivideremo con le scuole maggiori dettagli, prima dell’introduzione delle modifiche, in modo che abbiano il tempo di prepararsi e garantire una transizione senza intoppi. Il nostro obiettivo è semplice: fornire ai dirigenti scolastici il controllo e la sicurezza necessari per utilizzare i prodotti basati sull’intelligenza artificiale in classe, secondo le loro esigenze“.
Un passo significativo considerando la fonte da cui arriva l’input.
Un utilizzo etico e consapevole
Demonizzare lo strumento AI non è certo il mondo per affrontare le criticità dettate dalla sua implementazione nello studio o nel lavoro; tuttavia, i processi avviati dalle università americane sono tutt’altro che severi o spropositati. Studentesse e studenti avvertono il bisogno di fare affidamento sulle proprie competenze, di non perdere l’allenamento vivo e umano del cervello, prima di approcciarsi allo strumento digitale. Almeno questo è quanto emerge dai sondaggi a cui hanno risposto. Una presa di coscienza collettiva che, in qualche modo, indica la volontà di fare un’esperienza, quella digitale, con la massima consapevolezza.
Urge dunque capire come utilizzare l’AI in maniera etica e con cognizione. Non una regressione, ma una convivenza che favorisca l’equilibrio. Anche nel nostro Paese le proposte non mancano. Negli atenei, se ci si attiene al mondo scolastico, tuttavia, non sono ancora emersi casi conclamati come quelli registrati nelle università americane, ma comunque viene richiesto a studentesse e studenti di fare uso dell’AI con estrema cautela e di dichiararlo con trasparenza.
Tra le realtà che possono contribuire a generare una nuova consapevolezza c’è OPES aps che ha realizzato, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (nell’ambito dell’avviso 3/2024 per il finanziamento di progetti di rilevanza nazionale, riguardanti esclusivamente le aree di intervento prioritarie aventi ad oggetto l’IA, ai sensi dell’art.72 del d.l. 3 luglio 2017, n’117. – Anno 2024), in collaborazione con ASI, ENDAS, CiaoLab, MODAVI, CPD, MOIGE, associazione Piergiorgio Frassati, Eurosport, Digital Transformation Institute ETS, Fondazione Educatorio della Provvidenza, e Fondazione OMI, un progetto dal titolo FuturoPresente.
L’obiettivo dell’iniziativa è favorire un approccio integrato e responsabile rispetto all’intelligenza artificiale per controllarne gli impatti distorsivi e discriminanti nei diversi ambiti della società. In questo caso è il Terzo settore che può svolgere un ruolo essenziale di guida e supporto nei luoghi e negli spazi della sua azione sociale.
Il progetto si rivolge per lo più ai giovani cercando di fornire loro gli strumenti per approcciare la materia nella maniera più congrua possibile. È previsto che vengano fornite loro delle linee guida, ma non con il metodo classico: saranno, infatti, divulgate sul web in forma gamificata e interattiva per garantire ampia diffusione e maggiore facilità di fruizione.





