Quanto conta il Terzo Settore per la ripresa sociale: i dati del Rapporto Sussidiarietà e… sviluppo sociale

Il Rapporto 2021/2022 Sussidiarietà e… sviluppo sociale, realizzato dalla Fondazione Sussidiarietà in collaborazione con l’Istat, indaga “la relazione tra cultura sussidiaria e perseguimento di un sistema sostenibile”, ovvero si pone l’obiettivo, attraverso l’analisi dei dati – forniti dall’istituto di statistica italiano -, di comprendere quanto la sussidiarietà contribuisca al benessere collettivo. Il Rapporto, inoltre, specifica che le attività del Terzo Settore hanno un ruolo non di poco conto nell’inserimento nel mondo del lavoro; rileva inoltre l’importanza del non-profit in fasi delicatissime per le società quali quelle che si sono attraversate durante la pandemia da Covid-19 e, più recentemente, con il conflitto in Ucraina.

C’è un filo rosso che lega l’ultimo rapporto con quelli degli anni precedenti – 2017/2018 Sussidiarietà e… giovani al Sud; 2018/2019 Sussidiarietà e… PMI per lo sviluppo sostenibile; 2019/2020 Sussidiarietà e… finanza sostenibile e nel 2020/2021 Sussidiarietà e… lavoro sostenibile: osservare in maniera scientifica se effettivamente il mondo va nella direzione indicata dalla Nazioni Unite sui temi di inclusione sociale, maggiore equità e nuove opportunità. Tutti elementi che fanno parte dell’Agenda 2030.

Cresce il Terzo Settore in Italia: un importante deterrente per frenare l’aumento delle disuguaglianze sociali

Come anticipato, le attività legate al Terzo Settore favoriscono l’inserimento nel mondo del lavoro. Ciò significa che esserne parte attiva e quindi seguire programmi di formazione, rendersi volontari e impegnarsi nelle attività culturali va ad ampliare le possibilità occupazionali per ogni fascia di età. Di seguito, alcuni numeri utili a comprendere quanto effettivamente l’universo del Terzo Settore abbia un peso specifico sul territorio nazionale. Sono 375 mila le istituzioni – circa il 25% in più in un solo decennio, specifica il Rapporto. Inoltre, la produzione che fa capo al non profit si attesta sia di 80 miliardi di euro; in parole povere, il 5% del PIL.

Ne fanno parte 900 mila persone, di cui il 70% di genere femminile; a ciò si aggiunge che la conta dei volontari sale a quattro milioni in tutta Italia. Facendo un passo indietro, vediamo come nel 2019 il numero di dipendenti nel non profit era di 862 mila persone, quindi 145 dipendenti ogni 10 mila abitanti.

Sul piano fiscale, si evince dall’indagine, che assume un ruolo sempre più popolare il 5×1000 dell’Irpef destinato agli enti del Terzo Settore. In dieci anni le erogazioni sono andate a crescere del 61% (tradotto in numeri: 520 milioni di euro all’anno); sono 15 milioni i contribuenti italiani che vanno ad assegnare il 5×1000. Chiudiamo la lunga carrellata di dati fornendo l’ultimo: gli enti che ne beneficiano sono 73 mila, ossia circa il doppio rispetto a dieci anni fa.

Parlano i numeri

È importante approfondire l’apporto di questo tipo di attività perché nel nostro Paese, ma nel mondo in generale, cresce e si consolida un trend negativo riguardante le disuguaglianze. Di certo gli avvenimenti degli ultimi due anni hanno fortemente contribuito all’allargamento della forbice, ma il processo era in atto già prima che il Covid-19 condizionasse le nostre vite e prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina.

Per chiarire quanto la situazione si sia aggravata ci rifacciamo al Rapporto Oxfam 2022 in cui si attesta che, banalmente, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. In cifre: “l’1% più ricco detiene più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone”. Le persone che vivono in una condizione di povertà estrema sono 263 milioni. In Italia il 27,3% della popolazione è a rischio povertà, il che significa che quasi due milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, larga parte di queste si trova al Sud della Penisola.

Ciò serve a traghettarci verso una inevitabile conclusione: se non si interverrà in tempi brevi, avremo conseguenze sociali disastrose.

Come e quanto incide il Terzo Settore?

Come può quindi incidere la crescita del Terzo Settore su un quadro così desolante? Il Rapporto Sussidiarietà e… sviluppo sociale evidenzia che le attività che compongono il non profit si sviluppano su diversi livelli e abbracciano mondi disparati: ambiente, assistenza sociale e protezione civile, filantropia, sport, socializzazione e così via. Tali realtà possono avere forme giuridiche diverse, così come le mission, ma tutte, in un modo o nell’altro, contribuiscono al benessere sociale.

Quanto alla distribuzione territoriale, la concentrazione massima si ha in Trentino Alto Adige – rispetto al rapporto presenza territoriale/abitanti -; decresce la concentrazione andando verso il meridione: si trova in Campania il tasso di incidenza più basso.

Per quanto riguarda gli ambiti di competenza, un terzo delle realtà opera in ambito sportivo, il 16% in quello culturale, il 14% in attività ricreative e il 9% in quello dell’assistenza sociale. Il restante 25% è un mix di altre attività. Tuttavia, il settore dove si registrano maggiori volumi di occupazione è quello dell’assistenza sociale con più del 37% delle unità impiegate.

PNNR e Terzo Settore

Tenuto conto quindi del quadro generale, il Rapporto restituisce anche una riflessione sui fondi del PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il Terzo Settore. Per la “missione cinque”, dedicata a Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo Settore, sono previste risorse da assegnare per 11,22 miliardi di euro. Gli investimenti si rivolgono principalmente al sostegno delle persone vulnerabili, alla casa come diritto e allo sport come fattore di inclusione sociale. Inoltre, si guarda anche a riforme volte alla disabilità e alla rigenerazione urbana così da intervenire in situazioni di emarginazione e degrado sociale.

In sintesi, il tema principale è constatare quali siano le realtà e le misure attuabili e più urgenti da applicare per ridurre le disuguaglianze e favorire l’inclusione.

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