Iran e diritti umani: “Jin, Jîyan, Azadî” non uno slogan, ma un monito per l’umanità

Il mancato rispetto dei diritti umani annichilisce la libertà, annienta la vita, spegne qualsiasi possibilità di coesione, condivisione e comprensione. Tre “c” che dovrebbero far parte della quotidianità di ognuno di noi. Entriamo così, in medias res, perché l’argomento richiede concretezza.

Alcune settimane fa, Roberta Metsola, Presidente del Parlamento Europeo, ospite di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa, ha posto l’accento sulla questione, esprimendosi in maniera netta e definendo i protagonisti del nostro tempo come: “una generazione di ‘me me me’ e non ‘noi noi noi’”, sottolineando anche quanto il silenzio o l’indifferenza verso determinate criticità sia rovinoso.

A tal proposito, invitata dal conduttore a offrire un giudizio verso i regimi non democratici, con particolare riferimento a ciò che sta accadendo in Iran, Metsola ha aggiunto: “Siamo in Europa, diamo per scontata la democrazia, la libertà. Ma migliaia di donne, anche uomini, in Iran stanno rivendicando. Quelle donne sono coraggiosissime e noi dobbiamo essere accanto a loro. Ho rifiutato l’invito ai Mondiali in Qatar. In Parlamento Europeo abbiamo preoccupazioni sullo stato di diritto e sui diritti umani. Dobbiamo sensibilizzare sul tema”.

Serve, allora, parlarne e non tacere di fronte alla violazione di diritti fondamentali.

Da questi presupposti prende il via l’indagine internazionale dell’Onu sulla repressione che condiziona l’Iran da tre mesi.

Iran e diritti umani: la storia di Mahsa Amini

Facciamo un passo indietro, perché per comprendere appieno la decisione dell’ONU è necessario conoscere i fatti.

Tutto è iniziato lo scorso 13 settembre 2022, quando Mahsa Amini, una donna curda iraniana, è stata arrestata dalla polizia morale. Come riporta Amnesty International, i testimoni oculari della vicenda hanno affermato di aver visto le autorità maltrattare e picchiare Amini in maniera violenta. La donna è stata trasferita a Vozara, un centro di detenzione di Teheran. Tuttavia, alcune ore dopo, è stata portata d’urgenza all’ospedale: era in coma.

Mahsa Amini è morta dopo tre giorni.

La sua scomparsa ha portato milioni di persone a invadere le strade della città, ma le manifestazioni di solidarietà sono state numerose in tutto il mondo.

Per dovere di cronaca, aggiungiamo che sin da subito le autorità e le istituzioni locali hanno affermato che Amini non sarebbe morta per le percosse, ma a causa di problemi di salute presenti ancor prima che venisse arrestata. Tant’è che, circa trenta giorni dopo l’accaduto, la tv di Stato ha divulgato il contenuto del referto redatto dal medico legale. Mahsa Amini non è stata colpita alla testa, né agli altri organi vitali. È morta a causa delle conseguenze di un intervento chirurgico affrontato all’età di otto anni.

La famiglia ha invece ribattuto che la donna non aveva problemi di salute ed è in attesa del referto medico completo.

Resta da chiarire il trauma cranico accertato. La dinamica raccontata dalla tv di Stato è la seguente: a causa di un disturbo dell’asse ipotalamo-ipofisario e per i medicinali somministratele, Amini avrebbe perso i sensi e battuto la testa.

Due versioni quelle fornite dai testimoni oculari e dalle autorità iraniane che non si incontrano mai, in nessun punto. L’unico elemento comune è il velo. Masha Amini è stata avvicinata dalla polizia morale perché non indossava il velo nel modo corretto.

Torniamo così alle parole di Roberta Metsola: non bisogna dare la libertà per scontata. Perché la vicenda di Amini non ha aperto un caso, ma ha fatto tremare la terra in un periodo storico di grande dolore e incertezze.

Il racconto di Alessia Piperno

Le donne e gli uomini scesi in piazza per manifestare si sono assunti un rischio importante. La voce femminile intende rivendicare la libertà, quell’autonomia che da sempre è stata loro negata.

Negare a qualcuno la parola, l’indipendenza e l’autodeterminazione, significa violare i diritti umani. Ciò che è accaduto successivamente non fa che confermare l’importanza della protesta imbastita; il regime ha iniziato una repressione forte, inarrestabile che ha portato alla prigionia e alla morte di altre persone.

In proposito, una testimonianza diretta è arrivata da Alessia Piperno, travel blogger romana. La donna era in Iran ancor prima che tutto avesse inizio. Come ha raccontato tramite un post Instagram, si era ritrovata a visitare un ex luogo di detenzione, il carcere di Ebrat: “‘Le urla dei prigionieri si sentivano per tutta la prigione’. Così mi raccontò la mia guida.

In qualche modo sembrava come se quelle grida fossero ancora scolpite nei muri e che viaggiassero tra quei corridoi. ‘Esistono ancora prigioni così in Iran?’. Domandai alla mia guida. Lui sospirò. ‘Purtroppo sì, la prigione di Evin, che si trova proprio nella parte nord di Teheran’. Sentii i brividi corrermi su tutto il corpo, senza lontanamente immaginare che 21 giorni dopo, sarei stata anche io, una detenuta, proprio in quella prigione”.

Alessia Piperno è stata reclusa per 45 giorni. Poi è tornata in Italia, ha riabbracciato la sua famiglia, ha riacquistato la propria libertà. O meglio: “La mia mente ora vive un po’ così, tra sorrisi, in un letto soffice, un piatto di pasta e tra delle mura bianche dove le urla non cessano mai e dove l’aria si respira per 5 minuti, due volte a settimana”. Anche Piperno, dopo ciò che ha vissuto, sostiene a gran voce l’importanza di non dare per scontata la libertà e di combattere al fianco di donne e uomini che non possono contare sulla stessa nostra fortuna.

M.H. Iran e “Jin, Jîyan, Azadî” (Donna, Vita, Libertà): il commento di una donna curda che vive in Italia

Noi di Risorse.News abbiamo raggiunto, inoltre, una donna curda iraniana che vive in Italia da diversi anni. Per ragioni di riservatezza, riportiamo solo le iniziali e non il nome e il cognome per esteso.

M.H. ama l’arte e la bellezza, in ogni sua forma. Ha un profondo legame con la sua cultura d’origine: la indaga, la studia e la esplora da sempre, anche e soprattutto adesso che si trova lontana dal suo Paese. Lavora molto e crede fortemente nella sua indipendenza.

Quando le abbiamo chiesto una testimonianza, un commento su quanto accade in Iran, ha risposto con entusiasmo, felice che si accendano i riflettori su una questione tanto delicata quanto complessa.

Dapprima, ha contestualizzato la morte di Mahsa Amini: “La ventiduenne curda è stata fermata dalla polizia morale mentre si recava a Teheran con il fratello, soltanto perché indossava ‘il velo, a parere dei funzionari, in maniera non adatta’, ed è stata uccisa a colpi in testa senza alcuna inchiesta da parte della polizia fino ad oggi”. Un commento lucido, che non ammette incertezze.

M.H. ha proseguito: “La domanda è: il vestito che indossava davvero non rientrava nella norma per le donne del Paese? Lei indossava il velo in modo appropriato, rispetto alla maggior parte delle ragazze che vivono nella Capitale. I colori del suo abbigliamento erano scuri. La scelta di colore e la lunghezza del manteau erano in contrasto con la sua cultura curda, ma i dettagli sul modo di vestire ci fanno capire che era attenta e riflessiva nel suo tour di Teheran, la città che alla fine per chi non vi è cresciuto pecca di disonore. In generale, le donne curde, soprattutto quelle di Saghez (la sua città), vestono con colori molto vivaci e portano il velo trasparente, perché per la loro cultura i capelli delle donne sono sacri. Voglio ricordare che c’è uno slogan curdo che recita: Jin, Jîyan, Azadî (Donna, Vita, libertà). Ecco”.

Il focus di M.H. sui diritti

Le conseguenze della violenza subita (da Amini, ndr) questa volta hanno rappresentato un vero e proprio campanello d’allarme per tutte le donne iraniane che, già prima di allora, non condividevano l’assurdità delle norme anti-donna del Paese e in particolare il mancato rispetto dei diritti fondamentali che una donna invece si aspetta dalla società”.

Ha aperto poi una lunga riflessione sulle limitazioni imposte alle donne quotidianamente; quelle che, dal suo punto di vista, addizionate agli ultimi avvenimenti, hanno portato a una “Rivoluzione Femminile”.

Ci ha raccontato: “Certo, l’Iran di oggi è un Paese autonomo, sotto le varie sanzioni applicate a livello internazionale”. Poi si focalizza su un aspetto importante, di contesto, volto a chiarire l’impostazione del nucleo familiare e della posizione della donna rispetto ad esso e alla società: “La gestione, anche economica, della famiglia richiede il sostentamento non solo della coppia ma anche degli altri membri sin dalla giovane età fino a che si arriva alla laurea. Per cui la cooperazione all’economia e anche alla società a volte dà più peso alla figura della donna che a quella degli uomini. Ciò premesso, si comprende che l’attività delle donne in Iran non è assolutamente inferiore a quella di altri Paesi, ma nonostante ciò è necessario riportare alcuni assurdi vincoli ‘di abbellimento’ a cui devono sottostare quando si presentano al pubblico”.

I vincoli per le donne in Iran

Poi li ha elencati: “Fumare per strada; indossare abiti che arrivano al ginocchio con maniche lunghe; indossare il velo in modo coprente, e in ambito scolastico si deve indossare il Maghne che copre il cento per cento dei capelli sia davanti che dietro (dalle scuole elementari), anche se per l’Islam la regola vale dai 9 anni. Inoltre, non è consentito baciarsi in pubblico, le donne non possono viaggiare con un uomo senza avere legami familiari di primo livello e non possono chiedere il divorzio.

E, infine, non possono lasciare il Paese senza il permesso del padre e, dopo il matrimonio, del marito. Per quanto riguarda un aspetto più prettamente tecnico, i danni economici pagati alle donne in caso di incidente sono un terzo di quelli pagati a un uomo”.

Sulle proteste in atto nel suo Paese: “Oggi in Iran, a distanza di oltre due mesi, è in corso un movimento di protesta che unisce tutte le anime del Paese, uomini e donne di diverse generazioni. Il movimento, a mio avviso, consiste proprio in una rivoluzione contro il dogmatico regime islamico che, iniziato 80 giorni fa con una manifestazione per chiedere la libertà di portare il velo, dopo pochi giorni ha assunto la forma di un’azione di pressione contro il governo islamico e nessuno chiede più un miglioramento della struttura governativa, ma piuttosto la assoluta democrazia del Paese.

Iran, “Non c’erano mai state manifestazioni così estese e di lunga durata”

Infatti, tra le proteste avvenute durante i 43 anni di dittatura degli Ayatollah, è la prima volta che in tutte le regioni e città del Paese iniziano manifestazioni estese e di lunga durata. Nonostante le varie messinscena che il Sepah mette in atto per mettere paura ai protestanti, non è trascorso un solo giorno senza manifestazioni. Secondo la testimonianza della mia famiglia in una città curda, il numero di militari governativi giornalieri è superiore a quello della gente normale che abita le strade.

La difficoltà per gli iraniani nel capire chi è autorizzato a sparare è che alcuni soldati vestono normalmente (Basiji). Le difficoltà, secondo me, di tenere acceso il fuoco della rivoluzione sono da ricercarsi nel fatto che il governo ha messo nel mirino i Curdi e i Baluci, proprio i popoli che sostengono la frontiera del Paese e che dalla rivolta del ’79 sono sempre stati sottoposti a pressioni interne ed esterne e nello sciopero generale che non è sostenuto a tutti i livelli della società, c’è il rischio che si venga minacciati o arrestati. 

“Cosa ho vissuto durante la mia infanzia”

M.H. ha concluso ripercorrendo le strade della memoria, indagando a fondo tutte quelle azioni e quei gesti che hanno condizionato il suo modo di vivere, sin da bambina: “Le mie sofferenze personali di ragazza iraniana nata dopo la guerra Iran-Iraq, proprio quando il regime degli Ayatollah aveva ancora dieci anni, le ricordo bene: i vestiti che per obbligo dovevamo indossare a scuola già alle elementari, non eravamo nemmeno libere di scegliere i colori. Avevamo tre scelte, nero, marrone e blu notte. Oltre a ciò, un certo velo che praticamente copriva tutta la testa e la parte superiore del corpo, in realtà andare a scuola e frequentarla diventava già un incubo.

Dovevamo iniziare la giornata con canti per Khomeini e per la forza della Repubblica islamica. Molti di noi, che non erano cresciuti in una famiglia religiosa, dovevano fingere di essere credenti. A 9 anni a noi femmine veniva fatta una festa per annunciare la nostra maturità religiosa. Quindi, da quell’età per la legge dell’Islam una ragazza diventa adulta; per i maschi, invece, accade a 15 anni. Crescendo in una città curda ho avuto diversi concetti da scoprire. La guerra e le città curde e il loro popolo sono sempre stati una forza da combattere senza badare alle altre esigenze. In pratica i curdi, soprattutto le donne curde, imparano fin da piccoli a difendersi e a combattere”.

Difendersi e combattere non solo per la libertà, ma per badare e quelle altre “esigenze” che fanno parte della vita, della normalità. Il racconto di M.H. consente di aprire una piccola finestra su un mondo – che chi è nato e cresciuto in Occidente difficilmente potrà comprendere a fondo -, una possibilità di empatizzare con una realtà lontana, forse troppo.

L’ONU apre un’indagine

L’ONU, o meglio, il Consiglio dei Diritti Umani dell’Organizzazione, ha aperto quindi un’inchiesta internazionale sulla repressione attuata dall’Iran nei confronti delle migliaia di persone in protesta dopo la morte di Mahsa Amini. La decisione è arrivata a seguito di atti che l’ONU ha ritenuto inaccettabili. I dati forniti durante l’incontro in cui si è deciso di procedere con l’inchiesta, determinano che oltre 14mila persone, tra cui anche bambini, sono state arrestate e sottoposte a violenze non necessarie.

Volker Türk, l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, ha rimarcato: “Per decenni, le donne e le ragazze sono state ostacolate da una discriminazione pervasiva, nella legge e nella pratica. E, in assenza di canali efficaci per esprimere le loro preoccupazioni, i timori e la frustrazione si sono moltiplicati. Le persone sono diventate disilluse in assenza di prospettive di riforme reali. Così sono scese in piazza”.

“Smettere di usare la violenza”

Türk ha poi esplicitamente chiesto alle autorità: “di smettere immediatamente di usare la violenza e le molestie contro i manifestanti pacifici e di rilasciare tutti gli arrestati per aver protestato pacificamente, nonché per imporre una moratoria sulla pena di morte. Le società sono in continua evoluzione e cambiamento. Nessuna società può essere calcificata o fossilizzata in momento unico. Tentare di farlo, contro la volontà della sua gente, è inutile. Esorto coloro che detengono il potere in Iran a rispettare pienamente le libertà fondamentali di espressione, associazione e riunione”.

Evoluzione e cambiamento: parole eterne e infinite che determinano la storia in quanto tale, l’esistenza dell’essere umano, delle persone. La stessa evoluzione e lo stesso cambiamento che hanno permesso, passo dopo passo, di legittimare in maniera indiscutibile e indissolubile i diritti umani.

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