Intelligenza artificiale: quanto rischiano cinema, giornalismo e scrittura creativa

Bisogna prenderne atto: il futuro è arrivato e parla una lingua fatta di codici e algoritmi. L’intelligenza artificiale si sta insinuando in ogni aspetto della quotidianità; dal lavoro alla famiglia, passando per lo svago.

L’opinione pubblica, sul tema, è divisa a metà: da una parte coloro che accolgono favorevolmente il progresso riconoscendogli l’opportunità di determinare una realtà nuova, magari anche più inclusiva. Dall’altra si trova chi sostiene che l’IA sia un passo nel vuoto, un cambiamento spaventoso che non favorirà una crescita, ma che ben presto porterà il fattore umano a essere considerato obsoleto. C’è forse anche una terra di mezzo, quella popolata da chi osserva il cambiamento senza disegnare ipotetici scenari futuri, in un senso o nell’altro. 

Il punto, però, è che l’intelligenza artificiale è già viva. Non sappiamo quanto potrà essere determinante tra due, dieci o trent’anni, ma allo stato attuale le riflessioni sul tema si sprecano. 

Tra i numerosi dibattiti che popolano i social e i media ce n’è uno che riguarda i lavori creativi. In particolar modo, nelle ultime ore, l’attenzione è stata rivolta al ruolo che l’IA ricopre e ricoprirà nei settori cinematografico, dell’informazione e dell’editoria. 

Intelligenza artificiale e cinema

Il 30 agosto ha avuto inizio l’80esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Uno degli eventi più attesi da parte del comparto. Tuttavia, quest’anno, numerose star del parterre hollywoodiano non prenderanno parte alla kermesse a causa dello sciopero che si protrae ormai da quasi due mesi. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mondo cinematografico è uno degli argomenti che alimenta lo sciopero. 

In breve, gli attori, ma non solo, ritengono che l’IA rappresenti una minaccia concreta per la loro professione poiché in grado di riprodurre suoni e immagini, rendendo così la loro presenza sul set praticamente vana e sterile. La richiesta è, per l’appunto, regolamentare l’utilizzo dell’IA, considerando che il deep fake potrebbe letteralmente sostituire l’attore in una pellicola. Sono diversi i casi già documentati in cui le produzioni hanno richiesto agli attori di poter scansionare i loro volti e pagare loro solo una giornata di lavoro. 

Ne ha parlato anche Alberto Barbera, direttore dell’80esima Mostra del Cinema di Venezia, durante un’intervista rilasciata a IlGiornale che ha riferito: “se l’IA non sarà regolamentata potrebbe sostituire molti dei mestieri legati al cinema. È fondamentale trovare un equilibrio e delle regole per l’utilizzo di questa tecnologia, altrimenti rischiamo di perdere l’essenza stessa del cinema.”

Intelligenza Artificiale tra editoria e giornalismo: l’IA generativa è addestrata per sostituire gli scrittori?

Il discorso vale anche per il mondo editoriale. Chat GPT, Bard di Google o altre IA generative possono davvero sostituire gli scrittori? Sul tema si è espresso Stephen King. In un lungo articolo pubblicato su The Atlantic, la medesima testata che solo alcuni giorni fa ha condiviso un pezzo su come le opere di alcuni scrittori, tra cui Elena Ferrante e lo stesso King, siano state utilizzate per addestrare l’IA, l’autore da milioni di copie ha spiegato di non essere preoccupato in quanto allo stato attuale questo tipo di tecnologia ancora non è in grado di essere creativa. 

Tuttavia, aggiunge King, potrebbe diventarlo se fosse senziente: “La memoria dei computer è così grande che tutti i miei romanzi potrebbero stare in una chiavetta. Ma c’è da chiedersi se la somma valga più delle parti. Per ciò che ho avuto modo di vedere, la risposta è ancora no. La creatività non può esistere senza che l’IA sia senziente. Se questo sarà possibile in futuro, allora anche la creatività con l’intelligenza artificiale potrebbe essere possibile. Considero questa eventualità con un certo terribile fascino”.

Il caso New York Times

Si arriva poi al caso New York Times. Il noto quotidiano statunitense ha, nelle ultime ore, deciso di bloccare il web crawler a OpenAi, ovvero la società madre di ChatGPT, per i contenuti dell’archivio. Questo perché l’accesso all’archivio determinerebbe una crescita esponenziale dell’IA generativa; grazie all’archivio ChatGPT potrebbe addestrare i propri algoritmi a riprodurre parole, concetti e fornire informazioni violando anche il copyright che copre gli articoli redatti e pubblicati dal quotidiano. 

L’NPR, ovvero la National Public Radio, in merito ha spiegato: “Una delle principali preoccupazioni del Times è che ChatGPT stia diventando un concorrente diretto del giornale creando un testo che risponda alle domande sulla base dei resoconti e degli scritti originali dello staff del giornale”.

L’amministratore delegato del Times, Meredith Kopit Levien, ha senza mezzi termini riferito che lo scambio di valore deve essere “equo per il contenuto che è già stato utilizzato e il contenuto che continuerà ad essere utilizzato per addestrare i modelli”.

Anche altre testate si interrogano su quanto possa rappresentare effettivamente un pericolo l’IA generativa. Un delegato dell’agenzia britannica Reuters ha chiarito: “La proprietà intellettuale è la linfa vitale della nostra attività, è fondamentale proteggere il copyright dei nostri contenuti”.

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