Anziani fragili, arriva il primo Piano nazionale: la sfida ora è costruire una presa in carico davvero integrata

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Approvato dal Cipa il primo Piano nazionale per gli anziani fragili e non autosufficienti. Punti Unici di Accesso, valutazione multidimensionale e progetti assistenziali individualizzati al centro di un nuovo modello che punta a superare la frammentazione degli interventi.

Il sistema italiano di assistenza agli anziani non autosufficienti prova a cambiare passo. Il Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana (Cipa), riunito a Palazzo Chigi, ha dato il via libera al primo Piano nazionale per gli anziani fragili e non autosufficienti.

La riunione è stata presieduta dalla viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci e ha visto la partecipazione della ministra Marina Calderone e dei rappresentanti dei Ministeri e delle Amministrazioni competenti.

Il Piano rappresenta uno dei pilastri del “Patto per la Terza Età”, previsto dalla legge delega 33/2023, e nasce con l’obiettivo di rafforzare il sostegno alle persone anziane non autosufficienti che hanno compiuto 70 anni e alle loro famiglie.

Ma il punto più interessante non riguarda soltanto l’entità delle risorse o l’introduzione di nuovi strumenti. Il Piano prova infatti a intervenire sulla modalità stessa con cui viene costruita la risposta ai bisogni della persona anziana.

Piano nazionale per gli anziani fragili: dal servizio alla presa in carico

Il modello delineato dal Governo mette al centro una maggiore integrazione tra assistenza sanitaria e sociale.

Uno degli snodi fondamentali saranno i Punti Unici di Accesso (Pua) collocati nelle Case di Comunità. L’obiettivo è offrire alle persone e alle famiglie un luogo riconoscibile al quale rivolgersi per orientarsi all’interno di un sistema che, fino ad oggi, è spesso caratterizzato dalla presenza di competenze, servizi e procedure distribuiti tra soggetti differenti.

Il percorso dovrebbe partire proprio dal Pua.

Qui l’anziano potrà essere sottoposto a una valutazione multidimensionale da parte di un’équipe specializzata. Quando emergerà una condizione di non autosufficienza, sarà possibile predisporre un Progetto assistenziale individualizzato (Pai).

Il Pai dovrà individuare gli obiettivi assistenziali, gli interventi necessari e le professionalità coinvolte, costruendo attorno alla persona un percorso integrato, coordinato e continuativo.

È un passaggio importante sul piano culturale: non si parte più soltanto dalla singola prestazione da erogare, ma dal bisogno complessivo della persona.

La famiglia resta dentro il sistema

La riforma riguarda naturalmente l’anziano, ma coinvolge direttamente anche chi quotidianamente si prende cura di lui.

La non autosufficienza, infatti, raramente rimane confinata al rapporto tra cittadino e servizio pubblico. Entra nelle case, modifica l’organizzazione familiare, incide sul lavoro dei caregiver e può determinare situazioni di forte isolamento sociale.

Per questo la costruzione di un progetto individualizzato può rappresentare un elemento decisivo: conoscere i bisogni della persona significa anche comprendere il contesto familiare e sociale nel quale quella persona vive.

La ministra Calderone ha sottolineato proprio la necessità di rafforzare le politiche di assistenza e cura davanti a una popolazione che invecchia, definendo la riforma una sfida per il futuro e un investimento sul benessere delle persone e delle famiglie.

Terzo settore e territorio: il vero banco di prova

Ed è qui che il Piano apre una questione che va oltre l’organizzazione dei servizi pubblici.

Nella costruzione del Piano, secondo quanto sottolineato dalla viceministra Bellucci, sono stati coinvolti sindacati, enti del Terzo settore, categorie professionali e comunità scientifiche.

Il riconoscimento di questo contributo è particolarmente significativo perché la presa in carico della fragilità non può essere costruita esclusivamente attraverso la dimensione sanitaria.

Una persona anziana può avere bisogno contemporaneamente di cure, assistenza domiciliare, supporto sociale, accompagnamento, contrasto alla solitudine, attività di socializzazione e sostegno alla famiglia. Sono bisogni che attraversano competenze diverse e che richiedono una capacità di coordinamento territoriale.

È proprio in questo spazio che il Terzo settore può assumere un ruolo importante: non come semplice soggetto chiamato a erogare servizi per conto delle amministrazioni, ma come componente di una rete territoriale capace di intercettare la fragilità prima che diventi emergenza.

Il Piano sarà davvero innovativo se cambierà il modo di lavorare insieme

Il primo Piano nazionale per gli anziani fragili e non autosufficienti introduce un principio che, sulla carta, appare semplice ma nella pratica è tutt’altro che scontato: la persona dovrebbe essere presa in carico nella sua complessità e non essere costretta a ricomporre da sola i pezzi del sistema.

È probabilmente questa la vera sfida della riforma.

Il Pua può diventare un autentico punto di accesso soltanto se dietro quello sportello esisterà una rete capace di comunicare. La valutazione multidimensionale sarà efficace soltanto se produrrà decisioni condivise. Il Pai avrà valore soltanto se sarà realmente attuato e aggiornato nel tempo.

E soprattutto, l’integrazione tra sociale e sanitario non può rimanere una formula contenuta nei documenti di programmazione.

Richiede professionalità, interoperabilità, coordinamento tra istituzioni, continuità assistenziale e una forte capacità dei territori di lavorare in rete.

In questo scenario, le Case di Comunità possono rappresentare un’infrastruttura importante, ma non sono sufficienti da sole. La vera innovazione sarà determinata da ciò che accadrà attorno ad esse: dai Comuni alle Aziende sanitarie, dai servizi sociali alle organizzazioni del Terzo settore, fino alle reti familiari e di comunità.

C’è poi un’altra questione decisiva: la capacità dei territori di trasformare gli indirizzi nazionali in servizi concreti.

L’Italia non è un territorio omogeneo. Le condizioni demografiche, la disponibilità di servizi, la presenza di professionisti e la capacità amministrativa possono essere molto diverse da una realtà all’altra. Il rischio, quindi, è che un modello nazionale produca risultati differenti proprio in base al territorio nel quale una persona anziana vive.

Per questo il successo del Piano non si misurerà soltanto contando le risorse stanziate o i Pua attivati.

Si misurerà soprattutto attraverso una domanda molto più concreta: quanto sarà diventato più semplice, per una persona anziana fragile e per la sua famiglia, ottenere una risposta coordinata ai propri bisogni?

È su questo terreno che il Piano nazionale per gli anziani fragili dovrà passare dalla programmazione alla realtà.

Perché invecchiare non dovrebbe significare imparare a orientarsi tra uffici, servizi e competenze diverse. Dovrebbe significare poter contare su una comunità capace di riconoscere la fragilità e di costruire, intorno alla persona, una risposta che non lasci nessuno solo.

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