In una splendida canzone d’altri tempi, La folle corsa di Lucio Battisti, il correre viene innalzato a potente metafora della vita: un tragitto continuo fatto di scelte, di bivi, di ostacoli imprevisti e di traguardi da conquistare. A San Patrignano, però, correre non è soltanto una questione di movimento. Può diventare un modo per ritrovare sé stessi, imparare a stare nella fatica e, soprattutto, costruire un nuovo rapporto con gli altri e con la propria vita.
È quanto emerge con forza dalle parole di Antonio Boschini, referente terapeutico della Comunità, già intervistato da Risorse.news durante la tre giorni della Viterbo Half Maratho. Una storia, quella tra San Patrignano e la corsa, che affonda le proprie radici ormai lontano nel tempo e che ha dato vita al “San Patrignano Running Team“, una squadra nata dall’esperienza personale dello stesso Boschini e diventata progressivamente parte della vita della Comunità.
Indice articolo
L’inizio di una storia nata per caso
L’avventura agonistica del San Patrignano Running Team non è scaturita da un progetto pianificato a tavolino, ma dal fortuito incontro di passioni condivise nelle prime ore del mattino. Boschini, già intervenuto ai nostri microfoni (l’intervista è disponibile più in basso), ripercorre con emozione le origini della squadra, nata in modo del tutto spontaneo circa vent’anni fa:
«L’idea è nata perché io avevo iniziato a correre, diciamo, vent’anni fa. Correndo così per i fatti miei la mattina a San Patrignano, dove ero già medico, incontravo ogni giorno un gruppo di ragazzi. Anche d’inverno, alle 5 di mattina, con il buio e con il ghiaccio, vedevo questo gruppo che correva. Siccome c’era già la squadra di calcio e c’era quella di pallacanestro, mi sono detto: perché non ci alleniamo insieme?»
Da quell’intuizione è scaturito un percorso strutturato e di altissimo valore umano. Con il supporto di allenatori qualificati, il gruppo ha preso forma fino alla nascita ufficiale della squadra. La prima grande sfida su strada è arrivata nel 2006 con la partecipazione alla Maratona di Venezia. Da quel momento, le maglie della Comunità hanno iniziato a solcare le strade delle competizioni più prestigiose al mondo, inclusa la celebre Maratona di New York — affrontata anche a scopo benefico per la raccolta fondi —, oltre alle storiche tappe di Roma e di numerose altre città.
Oggi la squadra agonistica conta un centinaio di atleti tra uomini e donne, ma la passione per il podismo coinvolge un bacino interno ben più ampio, tanto che passeggiare nella struttura nel tardo pomeriggio regala uno scenario sorprendente. «Se tu vieni a San Patrignano verso le 5 o le 6, vedi duecento o trecento persone che corrono: sembra di essere a Central Park», racconta Boschini, spiegando che i ragazzi sfruttano «un percorso verde di cinquantacinque chilometri, un po’ in salita e un po’ in discesa».
Riscoprire il piacere puro grazie all’attività motoria
La pratica del podismo si inserisce all’interno di una filosofia pedagogica radicata, in cui l’attività sportiva globale costituisce un pilastro insostituibile per contrastare meccanismi della dipendenza. Boschini spiega infatti come la sostanza stupefacente alteri irrimediabilmente la naturale percezione della gratificazione: «Il problema della dipendenza è che hai disimparato a provare piacere per qualsiasi cosa. L’unica cosa che ti provoca piacere era la droga».
L’attività motoria rappresenta quindi il primo, fondamentale passo verso la guarigione del sistema nervoso, poiché lo sport «è una delle attività in cui uno trova più immediatamente gratificazione». Diventa l’ancora di salvezza più naturale per il cervello, «quello più immediato, quello più facile a cui ci vogliamo aggrappare, ed è sicuramente la prima cosa a cui uno si aggrappa».
Visualizza questo post su Instagram
Un ponte verso il reinserimento sociale
Un ulteriore elemento chiave emerso nell’intervista riguarda l’utilità pratica del running nel momento più delicato in assoluto per un ospite: la fine del programma terapeutico e il ritorno alla società civile. La fase del reinserimento nasconde insidie notevoli, prima fra tutte la solitudine e il rischio di riallacciare i contatti con vecchie amicizie nocive.
In questo scenario, la passione per la corsa diviene un formidabile scudo protettivo per l’inclusione. Boschini sottolinea infatti quanto «la corsa sia utile anche quando qualcuno si reinserisce», proprio perché sgrava i ragazzi dal peso di dover costruire una rete sociale sana partendo da zero: «Non devi ritrovare i vecchi amici e non devi fare fatica a trovarne di nuovi. Se hai la passione del running, quando esci, in qualsiasi città trovi un’associazione di running: ti puoi già iscrivere e ti crei amicizie sane».
Appartenere alla grande famiglia dei runner permette quindi di inserirsi istantaneamente in un ambiente positivo, fondato su stili di vita salutari, supporto reciproco e valori puliti. La corsa cessa di essere soltanto un’attività terapeutica confinata all’interno di San Patrignano e si trasforma in un ponte solido verso il mondo esterno: un ponte fatto di sudore, di respiri profondi e di passi cadenzati verso una nuova, bellissima vita.
Lo sport come strumento di recupero per i ragazzi di San Patrignano
Non solo corsa però. Per la Comunità lo sport è uno strumento essenziale nel percorso di recupero: ogni anno si praticano oltre centomila ore di attività fisica, coinvolgendo regolarmente più di mille dei milleduecento ospiti in discipline come calcio, volley, nuoto e podismo. Oltre ai tornei interni, la Comunità vanta rappresentative iscritte a campionati agonistici ufficiali.
Eppure, ogni disciplina ha il suo linguaggio. Mentre gli sport di squadra si concentrano sull’interazione, insegnando «il gioco, il divertimento, le regole» e le dinamiche di gruppo, il podismo possiede, secondo Boschini, peculiarità uniche, poiché il confronto avviene in primo luogo con se stessi.
Affrontare allenamenti lunghi «di 15-20 chilometri non è facile», spiega il referente terapeutico, sottolineando come questa pratica costringa a «lavorare sulla capacità di resilienza, di poter resistere alla fatica». È uno sforzo che va ben oltre la pura meccanica muscolare: «Al di là degli allenamenti», aggiunge Boschini, «l’attività fisica del running io la vedo come una forma di meditazione». Mentre le gambe macinano chilometri, la mente dei ragazzi impara a silenziare il rumore di fondo dei pensieri distruttivi, a tollerare la sofferenza temporanea e a riordinare le idee. La gestione della fatica durante una corsa lunga diventa così l’esatta rappresentazione della loro corsa verso la rinascita.
Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID Foto: 2753690639 / Autore: Studio Romantic





