Universitari in cerca di un alloggio, a Milano una soluzione arriva dal Terzo Settore

La bolla è scoppiata lo scorso maggio quando Ilaria Lamera, una studentessa ventitreenne del Politecnico di Milano, ha piantato una tenda in Piazza Leonardo Da Vinci per protestare contro il caro affitti. La sua iniziativa, silenziosa e spontanea, ha fatto talmente clamore che anche l’opinione pubblica ha iniziato a considerare il fenomeno da un punto di vista sociale e generazionale. La storia della giovane di Alzano Lombardo, che per principio aveva rifiutato proposte di affitto di una stanza a 700 euro, spese escluse, era la stessa di migliaia di altri coetanei che avevano o hanno deciso di studiare lontano da casa.

In pochi giorni, lungo tutto lo Stivale, i fuori sede hanno iniziato ad emulare il gesto di Ilaria Lamera. Da una, le tende da campeggio sono aumentate fino a diventare centinaia e poi migliaia. Fuori dalle facoltà e dai rettorati sono spuntati dei presidi. I laureandi hanno iniziato a far sentire la loro voce, rivendicando il diritto allo studio e ad avere un alloggio.

Nella tarda primavera del 2023, l’Italia non ha scoperto solo la speculazione sui contratti di locazione nelle principali città universitarie, ma anche la mancanza di posti letto nelle residenze universitarie pubbliche. Un problema che è sicuramente più sentito nei principali poli universitari. A Milano, Roma, Torino, Bologna e Napoli, infatti, si concentrano il 40% delle immatricolazioni nazionali alle triennali ed il 48% delle iscrizioni alle magistrali.

studenti affitti
La protesta degli studenti fuori dal Rettorato dell’Università di Roma La Sapienza. La prima forma di contestazione silenziosa e pacifica è stata fatta da una studentesse di 23 anni del Politecnico di Milano.

Milano, città universitaria gettonatissima

La situazione più grave si vive nel capoluogo lombardo. In una città che annovera 1.362.000 abitanti, gli studenti universitari, senza considerare i 60.000 fuori corso, sono 130.000. Ovvero, un decimo della popolazione. Nonostante tre corsi di studio su quattro siano a numero chiuso, Milano rimane gettonatissima. È la città che, oltre ad offrire un ampio ventaglio formativo di assoluto livello, permette ad un giovane di inserirsi con più facilità nel mondo del lavoro. La domanda cresce di anno in anno e, di conseguenza, i prezzi delle case e degli affitti schizzano vertiginosamente in alto. Studiare all’ombra della Madonnina è diventato un lusso che non tutti possono permettersi.

Il Terzo Settore propone una soluzione

In attesa che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza implementi il numero di posti letto per gli studenti universitari fuori sede, portando la dotazione complessiva nazionale ad oltre 100.000 posti entro il 2026, e che le Regioni ed i Comuni interessati dialoghino per tamponare il problema, a Milano il mondo dell’associazionismo sta facendo la sua parte. MeglioMilano, associazione non-profit fondata da Automobile Club Milano, ConfCommercio (Milano, Lodi, Monza e Brianza) e Camera di Commercio Milano e sostenuta da soci come Università degli Studi di Milano Bicocca, Università Commerciale Luigi Bocconi, Accademia di Belle Arti di Brera, NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), Università Cattolica del Sacro Cuore, IULM, Università degli Studi di Milano e Politecnico Milano, ha avviato un progetto di coabitazione intergenerazionale che unisce studenti universitari ed anziani residenti. Magari non sarà risolutivo o capace di rispondere all’enorme richiesta, ma funziona ed ha anche una certa valenza sociale. Da una parte permette ad uno studente di trovare una sistemazione a cifre modiche (il contributo per partecipare alle spese di casa è inferiore alle 300 euro mensili); dall’altra, invece, consente ad anziani autosufficienti o a nuclei famigliari di non restare soli e di rendersi utili alla risoluzione di un problema sociale.

Il progetto di MeglioMilano

La particolarità del progetto “Prendi in casa… uno studente” è che non è stato sviluppato a seguito dell’iniziativa di Irene Lamera, bensì risale al 2004. Sono ben 19 anni che MeglioMilano interviene per migliorare la qualità della vita dei fuori sede, creando questo circolo virtuoso tra i giovani universitari e i residenti. Il tema del caro affitti e della mancanza di posti letti per gli universitari, insomma, è atavico.

 

Per capire meglio come opera l’associazione non-profit lombarda, risorse.news ha intervistato Monica Bergamasco, responsabile dei progetti di Meglio Milano.

 

Credo che “Prendi in casa… uno studente” sia una sorta di best practice da parte della vostra associazione. Intervenite per fornire una soluzione ad un’esigenza, come quella abitativa, dimostrando che il Terzo Settore è fondamentale per rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini e per unire pure le generazioni. Partiamo dal raccontare come e quando è nato il progetto?

MeglioMilano è un’associazione no-profit che esiste dal 1987 e che è stata fondata da tre realtà: Camera di Commercio, ConfCommercio e Automobil Club. Parliamo di tre enti, con le loro attività specifiche e differenti, che hanno deciso di mettersi insieme e di fare sistema, fondando questo Ente autonomo con l’intento di favorire il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. È stato altresì avviato un osservatorio che ha prodotto degli studi annuali sulla qualità della vita in città. La lunga serie storica realizzata permette alla città di Milano di confrontarsi con sé stessa. Grazie agli stessi indici e agli stessi parametri raccolti ogni 12 mesi, possiamo capire se ci sono miglioramenti o peggioramenti, ma soprattutto mappare le lacune e le difficoltà presenti in alcune aree. Tale approccio di ricerca è stato il punto di partenza per approfondire certe tematiche, che poi hanno dato vita a dei progetti concreti.

Negli anni, ad esempio, sono state avviate attività ed iniziative legate all’inquinamento, anche acustico, all’infanzia, alla musica, all’empowerment femminile. Intorno al 2004, invece, abbiamo iniziato ad approfondire il mondo universitario e l’impatto economico che le Università hanno su Milano. È emerso che la città è attrattiva ma che la possibilità di rimanere nel capoluogo, sia durante il corso di studi sia dopo, è messa in discussione dal fatto che non ci sono abbastanza case e che i costi per l’affitto sono alti.

Nel 2004, poi, stavamo pure approfondendo la condizione abitativa degli anziani. Dallo studio è emerso che molte persone delle terza età, autonome ed autosufficienti, vivevano e vivono in case di proprietà molto grandi rispetto alle reali necessità. Il matching è nato così: da una parte c’era una situazione abitativa che necessitava di una risposta, dall’altra, invece, gli anziani che avevano a disposizione dello spazio e la necessità di costruire nuove relazioni. Senza inventarci nulla di trascendentale, abbiamo trovato una soluzione e stimolato i residenti ad aprirsi ai fuori sede.

19 anni fa. Che cosa è cambiato a Milano in questi due decenni? Ci sono esigenze differenti?

L’idea che abbiamo avuto prende spunto da un’esperienza italiana: in provincia di Como, se non sbaglio, il Politecnico stava facendo una sperimentazione sul vicinato solidale tra studenti e residenti. Abbiamo provato a far atterrare il progetto nel quartiere di Bovisa, dove si era insediato il Politecnico, e poi ci siamo aperti a tutta la città, perché questa necessità di ricerca di un alloggio per studiare non è una novità per Milano. È sempre stato difficile per i ragazzi trovare una soluzione abitativa ad un prezzo accessibile. Nel 2004, la capacità delle università di far fronte alla domanda degli studenti con le residenze pubbliche era molto bassa. Nel tempo è migliorata ma, nonostante gli investimenti, i problemi rimangono. L’esplosione dei costi per l’affitto, infine, ha causato tutto quello che sappiamo.

Rispetto ad oggi, prima non si considerava la questione abitativa come un problema sociale. Nel 2017, grazie ad un progetto promosso insieme ad altre associazioni, siamo riusciti a far emergere la gravità della situazione e a far capire alla popolazione pure le ricadute negative sulla città.

 

Ho due domande in una: come siete riuscire a coinvolgere gli anziani residenti, che magari potevano essere diffidenti nell’accogliere un estraneo in casa, e come avviene il matching tra domanda e offerta?

Noi da sempre raccogliamo le richieste degli anziani e degli studenti. La candidatura, in poche parole, arriva spontaneamente; non ci sono segnalazioni da parte di servizi sociali. La difficoltà, ancora oggi, è quella di intercettare i possibili ospitanti e superare la loro iniziale diffidenza nell’aderire ad una iniziativa di questo tipo. Abbiamo sempre cercato varie strade, utilizzando come canali gli studi dei medici di base, le farmacie, le biblioteche, i centri di aggregazione per gli anziani. Un grosso aiuto è arrivato dai media, dai giornali e dalle tv in particolare. Secondo noi, tutto questo ha contribuito a creare una cultura dell’accoglienza.

Se qualche anno fa la diffidenza era molto più evidente, adesso è diverso, perché c’è un dibattito pubblico e c’è la percezione che si tratti di qualcosa che si può fare tranquillamente. Il lavoro che abbiamo fatto è servito pure ad aumentare la fiducia, mentre la protesta degli studenti ha stimolato le persone più dubbiose a diventare parte di quel meccanismo che fornisce una soluzione. Ultimamente tanti residenti chiamano dicendo: “ho una stanza in più, mi piacerebbe aiutare”. Questo prima non accadeva. Le persone chiedevano compagnia, rassicurazione, un aiuto anche economico. Era meno evidente l’aspetto sociale. Il residente cercava, tramite il nostro progetto, di risolvere una propria necessità. Adesso, senza dubbio, c’è molta più sensibilità.

Come funziona il matching? Noi raccogliamo le richieste degli ospitanti e dei ragazzi. Cerchiamo di capire innanzitutto quali sono le necessità di una parte e dell’altra. Il matching lo facciamo sulla base della compatibilità, considerate le caratteristiche, le preferenze, gli stili di vita. Si parte da elementi più oggettivi, come la vicinanza tra casa e facoltà, piuttosto che la preferenza di genere, per poi approfondire con degli incontri le caratteristiche personale. Alla fine, facciamo un matching ad hoc. Il progetto genera dei numeri che non possono risolvere il problema. Parliamo di una quarantina di ragazzi aiutati ogni anno, per un totale di 700 convivenze avviate dal 2004 ad oggi. Naturalmente, i numeri annuali possono cambiare a seconda di alcune variabili sociali e dalla nostra capacità di investimento. Il problema per noi è sempre lo stesso: individuare gli ospitanti.

 

La vostra rete associativa ha creato consapevolezza ed aiutato le persone a comprendere il problema. Crede che ci siano altre resistenze o criticità da appianare?

Il tema della casa è molto complesso e trova tante resistenze. In città come Milano ci sono tanti interessi ed altrettante speculazioni. Soluzioni accessibili, pertanto, non verranno mai proposte dal mercato. Per chi non ha risorse infinite, le possibilità di trovare una stanza sono sempre più scarse. Noi lavoriamo per promuovere rimedi alternativi, come quella che chiamiamo abitare collaborativo. Hanno un valore aggiunto sia a livello di relazione sia di conoscenza del territorio.

Per risolvere i problemi della casa o della sistemazione per gli studenti fuori sede, è importante sostenere progetti come il nostro e pensare soluzioni a più ampia scala. “Prendi in casa… uno studente” può essere un’alternativa, ma non può diventare la soluzione a tutti i mali. Il Terzo Settore può fare la sua parte; le Istituzioni, invece, devono tornare ad avere un ruolo cruciale. Sono loro che possono stabilire incentivi, emanare leggi o norme.

Quello che vogliamo fare è portare avanti il progetto, perché ha enormi potenzialità. Onestamente, non pensavamo di andare avanti per così tanti anni. Di solito, realizziamo progetti temporanei. Se sta continuando, è perché la necessità c’è sempre. Banalmente, col COVID pensavamo di chiudere. Invece, è subentrato un sentimento differente, anche un’esigenza di compagnia  e di relazione diverse. Quindi, nel prossimo futuro noi cercheremo di allargare il numero di ospitanti, coinvolgendo pure famiglie o adulti, con l’obiettivo di fornire una risposta maggiore e migliore. Il progetto “Prendi in casa…”, infine, è rivolto sia agli studenti sia ai lavoratori ed è stato allargato alla città metropolitana. Infine, un nostro obiettivo è anche quello di aiutare altre città a replicare sul loro territorio la nostra progettualità. Vogliamo trovare degli interlocutori che abbiano la solidità per avviare e portare avanti un’iniziativa che non può essere interrotta ed archiviata dopo poco tempo.

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