È storia, dopo 47 anni la Davis torna in Italia

Risuona forte a Malaga l’inno di Mameli. Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Lorenzo Sonego, Matteo Arnaldi, Simone Bolelli e Filippo Volandri (capitano non giocatore) cantano a squarcia gola il canto degli italiani e a fatica trattengono le lacrime. L’Italia ha appena vinto la Coppa Davis per la seconda volta nei suoi 101 anni di incontri nella massima competizione mondiale a squadre per Nazionali di tennis maschile. In quegli occhi lucidi e in quelle guance bagnate da un rivolo salmastro si mescolano i sapori della gioia per la vittoria ed anche le note agre, aspre ed acide dei sacrifici compiuti, dei bocconi amari ingoiati, delle rinunce, delle perdite, delle sconfitte e delle critiche. Davanti alla cosiddetta “insalatiera”, però, si sciolgono le tensioni ed emergono le emozioni. I muscoli non sono più contratti ed il cuore può gonfiarsi di passione ed orgoglio per aver scritto un’altra pagina indelebile nella storia del tennis italiano.

Un’attesa lunga 47 anni. Da Santiago del Chile alla città andalusa. Dalla famigerata “Squadra” con la S maiuscola, capace di sfiorare il bis in altre tre occasioni (1977, 1979 e 1980), ad un nuovo team composto da giovani di valore e di valori. Da Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Antonio Zugarelli e Nicola Pietrangeli ai nuovi eroi che in Spagna hanno liquidato nell’ordine Olanda, Serbia e Australia, la Nazione che più di tutte ci ha fatto piangere, visto che ci aveva piegati nel 1960, nel 1961 ed anche nell’anno successivo alla vittoria contro il Cile. Sempre nel loro Paese e sulla loro superficie preferita.

Poco importa se la Davis non è più quella di una volta, quando in tre giorni si giocavano due singolari, un doppio ed eventualmente altri due match di singolo. Nell’era moderna dei calendari compressi da mille tornei con ricchissimi montepremi, la Coppa del Mondo di tennis a squadre può sembrare un’intrusa nella preparazione stagionale di un tennista che vuole scalare le classifiche e vincere. Ma quando arriva, si porta dietro la sua aura leggendaria ed il suo inscalfibile fascino. Dal 1900, la Davis, anche se fino al 1945 era conosciuta con il nome di International Lawn Tennis Challenge, è sempre la Davis.


Da Bologna a Malaga, il cammino dell’Italia in Coppa Davis

Il cammino per arrivare ad alzare la Coppa e a tingere di azzurro il cielo di Malaga non è stato per nulla semplice. Anche se è iniziato con una wild card e con la qualificazione automatica ai gironi finali, l’Italia ha dovuto superare trappole ed insidie non previste, senza dimenticare che in alcuni momenti ha giocato letteralmente con le spalle al muro.

Lo scorso settembre, a Bologna, gli azzurri, privi dell’infortunato Matteo Berrettini e di uno Jannik Sinner scarico per via delle fatiche americane, si sono complicati la vita sin da subito, inciampando all’esordio contro i Campioni uscenti del Canada. La sconfitta per tre partite a zero contro i nordamericani, privi di Felix Auger-Aliassime, ha messo i ragazzi di Volandri nelle condizioni di non sbagliare più neppure un singolo game.

È arrivata poi una vittoria scacciacrisi contro il Chile. Tre partite e tre successi. Il modus operandi? Sempre uguale: sconfitta nel primo set, rincorsa, grande cuore e vittoria sul filo del rasoio. Arnaldi e Sonego, rispettivamente contro Garin e Jarry, ed il doppio Musetti – Sonego ci hanno regalato così una speranza.

Per accedere al tabellone ad eliminazione diretta di Malaga, l’Italia doveva piegare la Svezia e sperare. I successi di Arnaldi contro Leo Borg, figlio di “Ice Man”, e di Sonego contro Ymer ci hanno permesso di issarci al secondo posto del gruppo A e di prenotare il biglietto per l’Andalusia.

Quarti di finale: Italia – Olanda 2-1

Il debutto del 23 novembre non è stato dei più soffici. Arnaldi ha ceduto al tie-break del terzo contro Van De Zandschulp (n° 51 delle classifiche ATP) e per rimettere le cose in parità è servita la straordinaria forma agonistica di Jannik Sinner, quel Sinner che era stato criticato dalla stampa per aver rinunciato a prendere parte agli incontri di Bologna ed osannato per essere arrivato a giocare la finale del Torneo dei Maestri. Contro Griekspoor è finita 7/6 6/1 per l’azzurro, che subito dopo, in coppia con Sonego, è andato a conquistare quel punto che ci è valso la semifinale contro la Serbia del numero 1 dei numeri 1 del tennis.

Semifinale: Italia – Serbia 2-1

Tra l’Italia e la finale contro l’Australia, che il 24 novembre aveva piegato la cenerentola Finlandia, c’è la Serbia. Il 25 novembre i pronostici sono tutti a favore dei nostri avversari. Del resto, con Nole Djokovic in campo è come se partissero da uno a zero. Volandri si è affidato a Lorenzo Musetti nel primo singolare. Dall’altra parte della rete la Serbia ha schierato Kecmanovic, giocatore molto monocorde che occupa la posizione numero 55 del ranking. Una vittoria del carrarino poteva sembrare fattibile ed avrebbe permesso a Sinner di sfidare Sua Maestà con molta più calma. Ed invece, Musetti, dopo aver vinto il primo set al tie-break, ha accusato un drastico calo fisico. Arrivato in non perfette condizioni all’appuntamento spagnolo di Davis, è stato costretto a soccombere nel secondo e nel terzo set per 6/2 6/1.

Sinner vs Djokovic, ancora una volta

L’Italia si è aggrappata ancora una volta al suo talento, a quel ragazzo dai capelli color rame che sta facendo impazzire un Paese intero. Un Sinner in versione deluxe ha strapazzato Djokovic nel primo set con un netto 6/2. Ma il serbo, che non vuole abdicare o inchinarsi alla next Gen, è ritornato in partita. 6/2 anche nel secondo set, ma questa volta in favore del classe 1987 e numero 1 del tennis. Partita in parità e terzo set ancora decisivo. Sono volati schiaffi a Malaga, sportivamente parlando. Colpi potenti, urla e pugni chiusi hanno infiammato il pubblico. Sul campo, invece, è andata in scena un’esibizione di assoluto livello e dalle mille emozioni.

Il serbo è partito subito forte sull’acceleratore. Non ha lasciato all’italiano neppure un punto. Il secondo game è durato quanto un supplementare di calcio. I due hanno sferrato dritti e rovesci di una potenza inaudita. Sinner è andato avanti 40-15, ma il serbo, che non molla mai, lo ha portato ad una serie infinita (13) di vantaggi. Non c’è stato un attimo di pausa e di respiro. Si è viaggiato a velocità supersonica senza soluzione di continuità. Djokovic avrebbe pure una palla break, ma il ragazzo di San Candido l’ha annullata e poi ha chiuso il punto dell’uno pari. I turni al servizio del serbo sono volati via. Quelli di Sinner sono sempre stati un po’ più complicati, perché il serbo è un muro. Ma Jannik, soprattutto negli ultimi mesi, ha alzato di molto il suo livello di gioco.

Nel nono game, sul punteggio di 4 pari, ha dovuto annullare un altro break point. Il serbo si è portato sul 5 a 4 con estrema facilità e per il nostro tennista c’è stata solo una cosa da fare: servire, e pure bene, per rimanere nel match.

Il game della consacrazione di Sinner

Il decimo game è la madre di tutte le partite ed anche qualcosa di più. Forse è quello della consacrazione di un ventiduenne che ha iniziato sugli sci e si è avvicinato al tennis soltanto in un secondo momento. Sul servizio di Sinner, Djokovic si è procurato tre palle. Sinner era con le spalle al muro. L’Italia sull’orlo del precipizio. Ed è in questo frangente che viene fuori il Campione, con la C maiuscola, con la sua mentalità e la sua caparbietà. Con occhi pieni di ferocia agonistica. Con muscoli che non tremano. Con colpi guidati non da un cervello, ma da un computer. Perché a certi livelli bisogna essere gelidi, glaciali. È fondamentale governare le emozioni e i sentimenti. Proprio come fa da diversi lustri quel serbo che ha alzato 24 titoli dello slam e quasi 100 trofei ATP.

Un punto dopo l’altro, Jannik è salito in cattedra. Ha trascinato i connazionali presenti al Palacio de Deportes José Maria Carpena e tutti quelli che si trovavano davanti alla tv, magari sul divano, a guardare un match che può essere definito storico. 40 pari, vantaggio per l’azzurro e punto del 5/5. Per Djokovic è stata una mazzata tremenda. Sinner si è costruito subito la sua palla break e non ha sbagliato. È stato questo il punto del sorpasso, del 6/5 in favore dell’azzurro. Sulle ali dell’entusiasmo, spinto da milioni di italiani che sono pronti a riversarsi sui campi da tennis e ad abbandonare momentaneamente il padel, il numero 4 del mondo si è ritrovato a servire per il match. Lo ha fatto divinamente, a tal punto che ha lasciato a Djokovic solo un punto. 7/5 in favore di Sinner.

Sinner e Sonego piegano Djokovic e Kecmanovic, il doppio ci regala la finale

Trenta minuti dopo la sbornia adrenalinica, Sinner e Djokovic sono ritornati in campo per il terzo e decisivo match. Al loro fianco Lorenzo Sonego e Miomir Kecmanovic. 6/3 6/4 per i nostri ragazzi dice il tabellino. Il campo ha emesso il verdetto: è finale. Dopo 25 anni, l’Italia torna a giocare per alzare l’insalatiera d’argento. Nel 1998, a Milano, nell’unica finale giocata in casa, gli azzurri di Capitan Bertolucci, quel Bertolucci che con Panatta formava una straordinaria coppia di doppio, furono sconfitti dalla Svezia per 4-1, ma ancora prima dalla sfortuna. Nel primo singolare, Gaudenzi si infortunò alla spalla e dovette abbandonare il match nel momento cruciale.

 

Italia – Australia: 2-0

Il resto è cronaca. Alle 16:00 di domenica 26 novembre, sul veloce di Malaga sono scesi in campo Alexei Popyrin e Matteo Arnaldi. Dopo la sconfitta nel singolare della prima giornata, l’azzurro è stato chiamato da Volandri alla prova d’orgoglio. Sbarazzarsi del primo singolarista australiano avrebbe voluto dire alzare la percentuale di vittoria finale. Perdere, invece, avrebbe significato, Sinner permettendo, giocarsi tutto nel doppio, dove loro sono più forti e affiatati.

Aranldi vs Popyrin, un match da montagne russe

L’avvio di match è stato all’insegna dell’equilibrio. Entrambi i protagonisti hanno risentito del peso della posta in palio. Gli errori gratuiti si sono susseguiti. Alla fine, l’ha spuntata Matteo Arnaldi con il punteggio di 7/5. Nel secondo set, invece, Popyrin ha chiuso velocemente ed agevolmente con il punteggio di 6/2. Nel terzo set, i turni al servizio di Arnaldi sono stati al cardiopalma.

Se nel primo game l’australiano ha avuto una palla break, nel terzo ne ha sprecate addirittura due. Altre due palle break sono arrivate poi nel settimo game. Sul punteggio di 3 pari, l’azzurro è stato costretto a salvarsi partendo da un passivo di 15-40. Grazie alla sua determinazione e agli errori del suo avversario, ha pareggiato i punti e poi vinto il game. Quando tutti pensavano che sarebbe servito il tie-break per decretare il vincitore, Arnaldi ha piazzato il passante della vita. Il tracciante è valso il 6/4 ed il primo punto della serie per l’Italia.

Turbo Sinner liquida De Minaur con un perentorio 6/3 6/0. È vittoria in Davis dopo 47 anni

Il match di Sinner è sembrato avere il turbo. L’alto atesino ha schiacciato il tasto forward ed è andato via veloce. I precedenti nel testa a testa contro De Minaur, suo compagno di doppio in diverse occasioni, erano a suo favore. L’australiano di origini spagnole non lo ha mai battuto. Sul campo si è visto il divario. Le bordate del nostro portacolori hanno sfiancato le fibre veloci del numero 12 al mondo. Sinner ha martellato dal primo all’ultimo colpo e per De Minaur non c’è stato nulla da fare. Il 6/3 con il quale si è chiuso il primo set è stato una sorta una sentenza.

Nel secondo, poi, la musica non è cambiata. Anzi, Sinner ha alzato ancora di più l’intensità. È stato trascinante, dominante, strabordante. Un fiume pronto a tracimare. Ha strappato subito il servizio all’avversario ed il match ha preso la giusta piega. Gli occhi di De Minaur erano lo specchio del suo stato d’animo. Non erano arrendevoli, ma vaganti. Cercavano angoli e soluzioni improbabili per far male all’italiano dai capelli rossi. Si appellavano a protettori che gli avevano voltato le spalle. Le speranze con un avversario di così grande valore erano ridotte al lumicino.

Sinner non ha lasciato all’amico la possibilità di ritornare in partita e neppure un punto. Sul 5-0 in suo favore, ha giocato per vincere ogni scambio. Quando il rovescio in manovra di De Minaur è finito nel corridoio, è scoppiata la festa.


Il sorriso di Sinner verso la panchina è un’immagine che i tifosi italiani non dimenticheranno. L’abbraccio di Volandri al suo campione ha rappresentato l’abbraccio di tutti gli italiani, non solo di coloro che giocano a tennis. La corsa liberatoria della panchina, dove sedeva anche Matteo Berrettini, ha coperto quell’arco temporale che ci distanziava dal 1976, dal giorno della finale di Santiago del Chile. La presenza di Nicola Pietrangeli, icona del tennis italiano e mondiale, nelle foto di rito ha descritto perfettamente il doveroso passaggio di consegne.

Da Panatta a Sinner. Dalla Squadra, come raccontato dal libro di Domenico Procacci ed anche dalla serie tv, ad una nuova compagine che può ambire ad altri successi nel massimo torneo internazionale di tennis per Nazionali.

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