Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 la presenza delle registe è tornata a essere una questione centrale. Dei 21 film presentati nella competizione per il Leone d’Oro, soltanto due sono associati a una regista: Kvinde Ukendt (Woman Unknown) di May el-Toukhy e Naza, documentario firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor. Se si considera esclusivamente il cinema di finzione, la sproporzione è ancora più evidente: la regista danese di origini egiziane è l’unica donna ad aver diretto da sola un film in gara.
Questo festival racconta una contraddizione. Venezia si presenta come uno dei luoghi più autorevoli per definire il cinema del presente, ma continua a selezionare opere dirette da uomini. Eppure, proprio quest’anno, il film di el-Toukhy ha conquistato il Leone d’Oro (prima di el-Toukhy, a riceve il Leone d’Oro era stata Laura Poitras con All The Beauty and Bloodshed, nel 2022) dimostrando che la questione non può essere ricondotta alla presunta mancanza di opere femminili o di registe all’altezza.
La vittoria di Woman Unknown è arrivata al termine di una competizione caratterizzata dalla presenza di numerosi autori affermati, tra cui Danny Boyle, Casey Affleck, Werner Herzog, Hirokazu Kore-eda, Lee Chang-dong, Martin McDonagh, Nanni Moretti e Shinya Tsukamoto. La selezione ha riunito cinema d’autore, produzioni internazionali e opere legate a temi politici e sociali, confermando la vocazione della Mostra a costruire una mappa del cinema contemporaneo. Ma proprio l’ampiezza della proposta rende più difficile considerare l’assenza femminile come una casualità.
Attribuire la responsabilità esclusivamente ai selezionatori di Venezia sarebbe, però, riduttivo. Un festival sceglie tra i film che arrivano alla fase finale: se le registe hanno meno possibilità di ottenere finanziamenti, di completare un’opera o di accedere ai principali circuiti produttivi, il problema si manifesta a Venezia, ma nasce molto prima.
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Venice Gap-Financing Market: 23 di 51 progetti selezionati sono di registe
I numeri del Venice Production Bridge aiutano a osservare questa filiera meno visibile. Nel Venice Gap-Financing Market, tra i 371 progetti arrivati alla preselezione, 142 erano diretti da donne. I progetti selezionati sono stati 51, di cui 23 guidati da registe. Il divario, dunque, non scompare, ma si riduce quando si guarda alla fase di sviluppo e di ricerca dei finanziamenti.
È una distinzione importante. Si potrebbe pensare che le registe sono poche perché presentano meno film, ma questa spiegazione confonde la causa con l’effetto. Un film non nasce soltanto dall’idea: richiede produttori disposti a investire, fondi pubblici, coproduzioni agenti di vendita e tempo. Se una regista viene considerata più rischiosa, meno “universale” o meno adatta a dirigere produzioni ambiziose, la sua opera può fermarsi prima ancora di arrivare alla commissione di selezione di un festival.
In questo senso, la frase del direttore Barbera sulla qualità dei film condotti dalle registe merita di essere discussa senza trasformarla in un’accusa personale. Il direttore può anche non avere escluso deliberatamente le registe, ma la selezione finale riflette comunque un sistema nel quale le opportunità non sono distribuite in modo equo. La questione non è soltanto capire se i film arrivati a Venezia fossero abbastanza belli, ma domandarsi quante opere non abbiano avuto la possibilità di essere realizzate, sostenute o completate.
Maggie Gyllenhaal: “C’è molta confusione su ciò che viene valorizzato“
Maggie Gyllenhaal, attrice e regista, ha osservato che forse è passato ancora troppo poco tempo da quando le donne hanno avuto la possibilità di realizzare film con continuità. Non si tratta, a suo avviso, di inesperienza, ma della difficoltà di riconoscere linguaggi diversi da quelli che il pubblico e le istituzioni hanno imparato a considerare autorevoli. Secondo l’attrice e regista, esiste ancora molta confusione su ciò che viene realmente valorizzato e le donne possono raccontare in modo diverso dagli uomini senza che questa differenza rappresenti una diminuzione del valore artistico.
È anche per questo che Woman Unknown assume un significato particolare. Il film di el-Toukhy racconta l’invisibilità di una donna, ma la sua vittoria rende visibile un’altra forma di invisibilità: quella delle autrici che riescono ad arrivare al centro del discorso cinematografico soltanto quando la loro esclusione è già diventata una polemica.
Nel dibattito ricorre spesso l’argomento secondo cui i festival dovrebbero scegliere soltanto in base alla qualità. È un principio apparentemente inattaccabile, ma la qualità non viene valutata nel vuoto. Ogni giuria e ogni commissione porta con sé abitudini, aspettative e modelli di riferimento.

Una vittoria che non risolve il problema
Il Leone d’Oro assegnato a Woman Unknown è una risposta potente a chi lega la presenza delle registe a una concessione o a una quota simbolica. Il film ha vinto perché riconosciuto come opera cinematografica, non come gesto compensativo. Anche Gyllenhaal, dopo l’assegnazione del premio, ha invitato a giudicare il film per il suo valore, definendolo un’opera brillante e precisando che la vittoria non era stata determinata dal fatto che fosse diretto da una donna. Tuttavia, proprio questo successo rende più evidente il paradosso: la qualità era presente, eppure la possibilità di dimostrarla è stata offerta quasi esclusivamente a una donna.
La riflessione, quindi, non riguarda soltanto quante registe siano state ammesse. Riguarda il tipo di cinema che un festival contribuisce a rendere autorevole. Se la selezione continua a privilegiare una visione maschile, il rischio è che intere esperienze restino fuori non perché meno interessanti, ma perché meno finanziate, meno sostenute e meno riconosciute in anticipo.
Il Cinema di Venezia non può risolvere da sola una disuguaglianza strutturale. Può però scegliere se limitarsi a fotografarla o se interrogare il sistema che la produce. Nel 2026 ha fatto entrambe le cose: ha mostrato l’assenza e, premiando l’unica regista solista in concorso, ha dimostrato quanto fosse ingiustificabile.
Foto copertina presa da Shutterstock: ID 1215479821 /Andrea Raffin



