Apriamo qualche riflessione sullo Sport in Costituzione 30 mesi dopo il suo ingresso. Parlo da presidente di un EPS, ovvero chi ogni giorno lavora al fianco di migliaia di associazioni e società sportive dilettantistiche su tutto il territorio nazionale, ma porto con me soprattutto una convinzione: che la riforma dell’Articolo 33 della Costituzione non sia un punto di arrivo, bensì un punto di partenza che debba declinarsi, concretamente, nella capacità di trasformare un riconoscimento di valore in un diritto effettivo per tutti i cittadini.
E oggi ho la fortuna di poterlo fare con dei numeri alla mano. Numeri importanti, che arrivano da due documenti appena pubblicati: il Rapporto Sport 2025, realizzato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e da Sport e Salute, e il rapporto dell’Osservatorio Valore Sport 2025, giunto alla sua terza edizione.
Due lavori straordinari che ci offrono una radiografia senza precedenti del sistema sportivo italiano e che confermano, con la forza dei dati, tutto ciò che, come mondo dello sport di base, andiamo dicendo da anni. Ma ripartiamo dal principio.
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La rilevanza dell’Articolo 33 della Costituzione
Il 26 settembre 2023, con la promulgazione della Legge Costituzionale n. 1, l’Italia ha compiuto un passo storico. L’inserimento del nuovo ultimo comma dell’articolo 33 – «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme» – ha portato il nostro Paese ad unirsi a quegli Stati membri dell’Unione Europea che già contemplano lo sport nelle loro Costituzioni.
La scelta di collocare lo sport nell’Articolo 33 – che tratta di arte, scienza, istruzione, cultura – e non nell’articolo 32, dedicato esclusivamente alla salute, rivela una visione ambiziosa e lungimirante. Il legislatore ha voluto attribuire all’attività sportiva un’accezione ben più ampia di quella di mero strumento di prevenzione sanitaria: una matrice culturale e valoriale, una dimensione educativa, sociale, relazionale.
La scelta del verbo «riconoscere» richiama la formulazione dell’articolo 2, presuppone l’esistenza di qualcosa di preesistente di cui la Repubblica è chiamata a prendere atto. E l’espressione «in tutte le sue forme» abbraccia lo sport nella sua interezza: professionistico e dilettantistico, di vertice e di base.
Come sottolinea anche l’Osservatorio Ambrosetti, questa modifica costituzionale rappresenta uno dei traguardi più significativi per lo sport italiano degli ultimi anni.
Ma ora è il momento di passare dal riconoscimento all’attuazione. E i dati ci dicono, con chiarezza, sia la strada percorsa sia quella che resta da percorrere.
Dall’Articolo 33 all’attuazione, la strada percorsa e quella da compiere
Partiamo dalle buone notizie. Il Rapporto Sport 2025 ci dice che nel 2023 lo sport ha generato circa 32 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,5% del PIL nazionale, con una crescita del 30% rispetto all’anno precedente. L’occupazione nel settore ha raggiunto 421.000 addetti. L’Italia ha esportato beni sportivi per 4,7 miliardi di euro nel 2024. Sono numeri che parlano di un settore in salute, che cresce e che traina economia reale.
Sul fronte della pratica sportiva, il dato è incoraggiante: 38,1 milioni di italiani attivi nel 2024, il 66,5% della popolazione. I praticanti sportivi continuativi sono 16,4 milioni, il 28,6% della popolazione – il dato più alto di sempre nelle rilevazioni Istat. La sedentarietà è scesa al 33,2%, il valore più basso mai registrato, con circa un milione di sedentari in meno rispetto al 2023. Tra i bambini di 6-10 anni si osserva un forte aumento della pratica sportiva, e tra gli over 65 una significativa riduzione della sedentarietà.
Il sistema dello sport organizzato, fotografato dal Registro nazionale RASD, conta nel 2024 107.804 associazioni e società sportive dilettantistiche con almeno un tesseramento attivo, di cui 6.475 propongono attività di sport inclusivo per persone con disabilità. Gli italiani tesserati sono 12,3 milioni. Tra i 6 e i 14 anni, quasi due giovani su tre fanno parte della rete dello sport organizzato.
Ma attenzione: questi numeri positivi nascondono fratture profonde.
Ed è qui che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Perché se i dati medi migliorano, i divari restano drammatici, in termini di territorio, genere, età e reddito.

Le asimmetrie dello sport in Italia
Il Rapporto Sport 2025 conferma le storiche fratture territoriali: nelle Regioni meridionali la quota di sedentari sfiora ancora la metà della popolazione residente, mentre i livelli di pratica sportiva continuativa restano sensibilmente più bassi. L’aumento dei praticanti continuativi si è concentrato prevalentemente al Nord. Persiste un divario di genere: il 33,1% degli uomini pratica sport continuativamente, contro il 24,3% delle donne. Il 29,8% degli uomini è sedentario, contro il 36,5% delle donne.
Il dato infrastrutturale è altrettanto eloquente: oltre 78.000 impianti sportivi censiti, ma con una persistente disomogeneità territoriale. Al Sud la percentuale di impianti inattivi raggiunge il 15%, a fronte di una media nazionale dell’8%. Oltre il 40% degli impianti censiti risale agli anni Settanta e Ottanta. Il 70% è di proprietà pubblica, con il 91% dei proprietari pubblici rappresentati dai Comuni.
L’Osservatorio Ambrosetti aggiunge un dato ancora più preoccupante, guardando allo scenario internazionale: l’Italia è il quarto Paese OCSE più sedentario, con l’80,3% della popolazione adulta e il 91,7% dei ragazzi che non raggiungono le linee guida OMS di attività fisica raccomandata. Con appena 131 impianti sportivi ogni 100.000 abitanti, siamo al di sotto della media europea.
Tra i costi della sedentarietà e gli investimenti da fare
Ma il dato che più di ogni altro dovrebbe scuotere le coscienze di chi decide le politiche pubbliche è questo: l’Osservatorio Ambrosetti ha calcolato che nel 2023 la sedentarietà ha generato in Italia un costo complessivo di 6,7 miliardi di euro, tra costi diretti sanitari e costi indiretti di perdita di produttività. 6,7 miliardi. Incidendo per il 2,6% sulla spesa sanitaria nazionale.
Questo significa che non investire nello sport costa enormemente più che investirci. Ogni euro investito in prevenzione genera un ritorno di 2,9 euro. Per ogni individuo sedentario che diventa attivo, il Paese evita 322 euro di spesa sanitaria. Se l’Italia raggiungesse i livelli dei tre Paesi OCSE più virtuosi, potremmo risparmiare 3,2 miliardi di euro l’anno al Servizio Sanitario Nazionale.
L’Osservatorio Ambrosetti ha tracciato una Roadmap al 2050 ambiziosa ma realistica, che prevede: l’incremento del 30% degli impianti sportivi per raggiungere 170 impianti ogni 100.000 abitanti, in linea con la media europea; dotare tutti gli edifici scolastici di una palestra; ammodernare il 5% l’anno della dotazione impiantistica; dimezzare la quota di sedentari entrando nella top-5 OCSE; triplicare la quota di bambini attivi.
Il raggiungimento di questi obiettivi genererebbe benefici straordinari: 77,4 miliardi di euro di costi sanitari evitati cumulati al 2050; un PIL dello sport che passerebbe dagli attuali 26 miliardi a 62,6 miliardi; 264 miliardi di PIL addizionale cumulati; oltre 870.000 posti di lavoro nella filiera estesa; un aumento di 4,8 mesi di speranza di vita in buona salute per tutta la popolazione.
Per raggiungerli servirebbero risorse pari a 10,7 miliardi di euro l’anno tra spesa pubblica e privata, ovvero 1,8 volte la spesa attuale. Ma il ritorno economico totale sarebbe di 380 miliardi di euro a fronte dei 290 investiti: un effetto netto positivo di 90 miliardi di euro. Non è un costo: è il migliore investimento che questo Paese possa fare.
Articolo 33 della Costituzione: il nuovo comma riconosce un valore, ma non determina un diritto
Questi dati ci dicono una cosa chiara: al momento la tutela dello sport in Costituzione rischia di restare un valore prettamente simbolico. Il nuovo comma riconosce un valore, ma non determina ancora un diritto. Sarà responsabilità della classe dirigente – quella politica e quella sportiva – trasformare questo riconoscimento in un diritto da garantire a tutti, partendo dalle persone più in difficoltà e dalle periferie.
L’Osservatorio Ambrosetti ha indicato con precisione le leve da attivare. Ne cito alcune: la necessità di adottare il principio «Sport in all policies», integrando lo sport nelle agende di almeno 13 Ministeri, perché lo sport non è un comparto a sé stante ma un settore trasversale che impatta su salute, istruzione, economia, infrastrutture, inclusione sociale.
Il principio «Sport for all», che significa programmi mirati per ogni fascia della popolazione, segmentati per caratteristiche sociodemografiche, perché il sedentario non è un soggetto generico, ha un profilo preciso legato a territorio, reddito, età, genere, livello di istruzione. E ancora: la riduzione dell’IVA sui servizi sportivi dal 22% al 10%, la conferma e il rafforzamento del credito d’imposta per le sponsorizzazioni sportive, l’inserimento dello sport nel welfare aziendale.
Il Rapporto Sport 2025 ci conferma, peraltro, che gli investimenti in impiantistica sportiva hanno ripreso a crescere – 500 milioni di euro nel 2024, +39% sul 2023 – ma che la ripresa è trainata prevalentemente dai Comuni del Nord, mentre il Meridione continua a evidenziare un minor tasso di investimento, nonostante presenti una dotazione inferiore e una quota più elevata di strutture non funzionanti. Ogni euro investito in impianti sportivi genera un ritorno sociale di 4,5 euro, secondo lo SROI calcolato dall’ICSC.
Il ruolo di OPES in questo contesto
Ed è in questo contesto che acquista ancora più senso quello che OPES ha deciso di fare. Non limitarci ad analizzare i dati, ma costruire qualcosa di concreto che incarni lo spirito della riforma. È così che è nato il progetto “Lo Sport in Costituzione: Dialoghi per una Cittadinanza Attiva”, un’iniziativa (sostenuta da Zetema) che parte dalla convinzione che le nuove generazioni debbano essere protagoniste – e non solo destinatarie – di questo cambiamento.
Si è trattato di un vero e proprio laboratorio civico che ha coinvolto oltre 100 giovani tra i 14 e i 28 anni, provenienti dalle scuole secondarie e dalle università romane, in un percorso articolato in incontri laboratoriali. Non è stato un convegno dove i giovani hanno ascoltato, ma un percorso in cui i giovani hanno parlato, analizzato, proposto.
Nel primo incontro siamo partiti dall’analisi dei bisogni. Nel secondo abbiamo affrontato le criticità: le barriere, le disconnessioni che i giovani percepiscono nel rapporto con il mondo sportivo. Nel terzo siamo passati all’azione: proposte concrete per colmare il divario tra bisogni e realtà. Il metodo è stato quello del Dialogo Strutturato con i decisori politici e istituzionali, strumento nato in ambito europeo, con facilitatori professionisti e la presenza di testimonial olimpici e paralimpici tra le legend di Sport e Salute.
Il risultato tangibile? Dieci proposte concrete, poi presentate alle istituzioni competenti nella splendida cornice del Salone d’Onore del CONI, con il Comune di Roma Capitale come interlocutore privilegiato. Dieci proposte che non sono nate dalle scrivanie, ma dalla voce di chi lo sport lo vive, lo pratica, lo sogna. E che, alla luce dei dati che vi ho illustrato, oggi assumono un’urgenza ancora maggiore: perché quei 6,7 miliardi di costo della sedentarietà, quei divari territoriali, quel gap di genere, riguardano prima di tutto la vita quotidiana dei giovani.

Chi è OPES e perché questa sfida ci appartiene
OPES APS è oggi Ente di Promozione Sportiva riconosciuto dal CONI e dal CIP; Ente di Servizio Civile Universale; Rete Nazionale di Terzo Settore; Ente di Formazione riconosciuto dal MIM; componente italiano di ENGSO. Dal novembre 2025 siamo riconosciuti come Associazione di Protezione Ambientale dal Ministero dell’Ambiente, e dal dicembre 2025 abbiamo ottenuto la certificazione ISO 20121 per gli eventi sostenibili. Abbiamo approvato il Piano Strategico di Sostenibilità 2026-2028.
Siamo un Ente che crede profondamente nella multidimensionalità dello sport – quella stessa multidimensionalità che il legislatore ha sancito nell’Articolo 33 della Costituzione e che i dati del Rapporto Sport e dell’Osservatorio Ambrosetti confermano con la forza dei numeri. Per noi lo sport non è mai stato solo prestazione atletica: è educazione, inclusione, comunità, tutela dell’ambiente, economia sociale, benessere integrale della persona. È quell’ecosistema esteso che attiva filiere, genera occupazione, risparmia costi sanitari e costruisce coesione sociale.
Concludo con una riflessione che mi sta particolarmente a cuore. Oggi ho partecipato ad un convegno il cui titolo parla di “trionfo del merito”. Ebbene, io credo che il vero trionfo del merito, nel contesto sportivo, sia garantire a ogni persona – indipendentemente dalla provenienza geografica, dalla condizione economica, dall’età o dalla condizione fisica – la possibilità concreta di praticare attività sportiva. Perché il merito presuppone pari opportunità di partenza. E senza accesso universale allo sport, non c’è merito, c’è privilegio.
I numeri oggi ci dicono che questa è una sfida enorme, ma anche che è una sfida che conviene affrontare. Investire nello sport non è un costo: è l’investimento con il più alto ritorno sociale, sanitario ed economico che il Paese possa fare. La piramide dei valori sancita dall’Articolo 33 – il valore educativo, quello sociale e quello di promozione del benessere psicofisico – ci indica la strada. Le proposte dei giovani del nostro progetto “Lo Sport in Costituzione” ci ricordano l’urgenza.
Ora tocca a noi percorrerla fino in fondo: come decision-maker, come Enti di Promozione Sportiva, come società civile. Mettendo a sistema risorse europee e nazionali, pubbliche e private. Adottando davvero il principio “Sport in all policies”. Lavorando affinché lo sport sia presente nelle politiche pubbliche come strumento e non solo come fine.
OPES c’è. Con i suoi progetti, con la sua rete, con le sue persone. Siamo pronti a fare la nostra parte, insieme alle istituzioni e a tutti gli attori qui presenti, per trasformare una pagina di Costituzione in un pezzo di vita quotidiana per milioni di italiani.



