Lo sport può essere molto più di un’attività da praticare. Può diventare uno spazio educativo, un luogo di relazione e, soprattutto, un’occasione per imparare a prendersi cura degli altri e della propria comunità.
È questo il senso profondo di Coach di Quartiere®, progetto de L’Orma SSD promosso da OPES Lombardia, che favorisce l’inclusione sociale attraverso attività sportive gratuite rivolte a bambini dai 6 agli 11 anni in condizioni di fragilità economica, culturale e sociale. Il progetto, nato nel 2020, mette al centro non solo l’accesso allo sport, ma anche il protagonismo giovanile e la costruzione di reti di comunità.
In palestra durante l’inverno e nei parchi dalla primavera all’autunno, i bambini incontrano i Coach di Quartiere®, giovani volontari che scelgono di mettere a disposizione tempo, energie e capacità. Il loro compito non si limita a condurre un gioco o un’attività sportiva: essere Coach significa entrare in un’esperienza nella quale si imparano responsabilità, collaborazione, ascolto e capacità di prendersi cura degli altri.
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Un progetto che investe sui bambini e sui giovani
Le attività ludico-sportive permettono ai bambini di superare i propri limiti, sviluppare la coordinazione e la percezione dello spazio e rafforzare le proprie capacità di relazione. Ma l’impatto del progetto non si ferma ai bambini. Ogni volta che un giovane Coach entra in campo, infatti, si mette a sua volta in gioco. Impara a relazionarsi con bambini diversi, a lavorare insieme agli altri volontari, a gestire situazioni impreviste, a rispettare regole e tempi e a comunicare in modo efficace.
Il campo sportivo diventa così anche un luogo di apprendimento per i ragazzi e le ragazze che lo animano. Il volontariato di Coach di Quartiere® non viene quindi proposto soltanto come un gesto di disponibilità verso gli altri, ma come un’esperienza formativa e trasformativa, capace di sviluppare competenze trasversali e una maggiore consapevolezza del proprio ruolo nella comunità.
È proprio qui che emerge uno degli elementi più innovativi dell’iniziativa: il giovane non è semplicemente un volontario che svolge un’attività, ma una persona accompagnata in un percorso nel quale può acquisire competenze, assumere nuove responsabilità e diventare progressivamente un punto di riferimento per gli altri.
Crescere nella squadra, assumere nuovi ruoli
I Coach “giocano” in squadra e, come in ogni squadra sportiva, hanno bisogno di punti di riferimento, collaborazione e obiettivi condivisi. A guidare i team c’è il Playmaker, il Coordinatore Sportivo del Terzo Settore, una figura il cui nome richiama il ruolo del playmaker nel basket: colui che osserva il gioco, coordina le azioni, valorizza le capacità dei compagni e contribuisce a dare direzione alla squadra. Accanto al Playmaker opera l’Aiuto Playmaker, un ruolo che rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso di responsabilizzazione dei giovani.
Queste figure permettono di costruire una vera e propria filiera educativa del volontariato: chi ha più esperienza sostiene chi sta iniziando; chi ha acquisito nuove competenze può assumere maggiori responsabilità; chi oggi impara può diventare, domani, un punto di riferimento per qualcun altro.
È un modello nel quale la crescita non è soltanto personale, ma anche collettiva: si cresce perché qualcuno ci accompagna e, a un certo punto, si diventa capaci di accompagnare gli altri.

I “Superpoteri” : quando la crescita diventa formazione
Per dare concretezza a questo percorso è nato il corso “Superpoteri per Coach di Quartiere”, giunto quest’anno alla 3° edizione. Un’esperienza pensata per accompagnare i Coach che desiderano fare un passo in più e assumere il ruolo di Aiuto Playmaker o Playmaker del proprio parco, del proprio gruppo o del proprio territorio.
Al centro del corso c’è un tema fondamentale: la responsabilità. Non solo come qualcosa che viene affidato, ma come una competenza che si impara a esercitare, condividere e mettere al servizio degli altri. Nello sport sociale, essere responsabili significa imparare a guidare un gruppo, prendere decisioni, ascoltare, affrontare le difficoltà, valorizzare le persone e comprendere l’impatto delle proprie azioni.
Sono competenze preziose all’interno del progetto, ma che possono accompagnare i giovani anche oltre il campo da gioco.
L’ultima edizione, svoltasi il 15 settembre 2026, ha coinvolto 19 partecipanti provenienti da 6 diversi territori, accompagnati da 3 formatori. Attraverso giochi di ruolo, attività pratiche e momenti di confronto, i partecipanti hanno potuto sperimentarsi nei nuovi ruoli e trasformare i propri “Superpoteri” in strumenti concreti al servizio della squadra e della comunità.
È così che ha preso forma la nuova generazione di Playmaker e Aiuto Playmaker 2026/2027: giovani che scelgono di fare un passo avanti, assumersi nuove responsabilità e mettere le proprie capacità a disposizione degli altri.
Un percorso che non finisce con la scuola
Il valore del modello di Coach di Quartiere sta anche nella sua capacità di accompagnare i giovani nel tempo, evitando che il volontariato si interrompa quando cambia una fase della loro vita.
“Coach di Quartiere deve continuare a essere un luogo sicuro, di crescita e di formazione continua per tutti quei giovani che scelgono di far parte di questa comunità, sempre più grande”, afferma Dario Conca, coordinatore di progetto.
“Non potevamo pensare che, con la fine della scuola, il percorso si interrompesse automaticamente – continua Conca -. Perché crescere non significa uscire dal progetto: significa poter trovare, ogni volta, un nuovo modo per starci dentro, assumendo nuove responsabilità, nuovi ruoli e nuove sfide. Coach di Quartiere deve continuare a coinvolgere sempre più giovani e offrire loro uno spazio in cui sentirsi liberi di esprimersi, mettersi in gioco, sbagliare, riprovare, imparare e, soprattutto, sentirsi parte di qualcosa.”

L’esempio come motore del volontariato
Alla base di questo percorso c’è un elemento ancora più profondo: l’ispirazione. Un bambino che vede un ragazzo poco più grande di lui dedicare tempo agli altri può riconoscersi in quella figura. Il Coach non è soltanto chi insegna una regola o propone un gioco: è un modello vicino, credibile, accessibile. Ed è proprio questa vicinanza a rendere possibile una delle evoluzioni più significative del progetto: “ero un bambino e oggi sono un volontario”.
In questa frase c’è l’idea di una comunità capace di rigenerarsi. Il bambino di oggi può diventare il Coach di domani. Il Coach può assumere nuovi ruoli e diventare Aiuto Playmaker. L’Aiuto Playmaker può sviluppare competenze e responsabilità che lo accompagnano verso nuove esperienze nel mondo sportivo e nel Terzo Settore. Si crea così una vera staffetta generazionale, nella quale ciò che si è ricevuto viene restituito e trasmesso a chi arriva dopo.
Il volontariato diventa quindi qualcosa di più della partecipazione a un’attività: diventa un’esperienza che costruisce appartenenza, competenze e cittadinanza attiva e che, attraverso le persone, può radicarsi e crescere nei territori.






