Esodo di 40 mila medici entro il 2025: il rapporto Sumai Assoprof

Entro il 2025 in Italia conteremo quasi 40 mila camici bianchi in uscita. Questo è quanto rileva il rapporto redatto dal centro studi Sumai Assoprof, ovvero il sindacato dei medici specialistici ambulatoriali, presentato lo scorso 10 ottobre in occasione del 55esimo congresso del sindacato, dal titolo “Specialistica Ambulatoriale quale futuro: pubblico o privato?”, tenutosi a Villa Pamphili a Roma.

L’Italia post pandemica: quanti medici abbiamo perso

Numeri poco rassicuranti che vanno a incidere su una situazione già particolarmente complessa. Via abbiamo parlato dell’allarme lanciato dalla Fondazione Gimbe alcuni mesi fa in merito a un’importante carenza di medici di base (uno per ogni 1500 abitanti – clicca qui per approfondire). 

Ma non è tutto. Nell’aprile 2022 uno studio condotto dall’Anaao Assomed, lavorando i dati CAT (Conto annuale del tesoro) e Onaosi, rilevava che dal 2019 al 2021 8 mila sono stati i camici bianchi che hanno lasciato gli ospedali per dimissioni volontarie e contratti scaduti, e quasi 13 mila quelli che hanno abbandonato la professione per decessi, pensionamenti e invalidità. Va considerato che i numeri fanno riferimento al periodo pandemico e che dunque si inseriscono in quadro a dir poco critico. 

I dati del rapporto Sumai Assoprof

Lo scorso 18 ottobre, il Ministro della Sanità ha garantito che l’esecutivo ha messo in conto il “più alto investimento mai previsto nella sanità pubblica”. In breve, spiega ancora Schillaci, “il livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard che si raggiungerà nel prossimo triennio – 134,1 miliardi nel 2024, 135,39 miliardi nel 2025 e quasi 136 miliardi nel 2026 – rappresenta il più alto investimento mai previsto nella sanità pubblica.

In un periodo, come quello attuale, caratterizzato da scarsità di risorse cui attingere e da crisi internazionali e situazioni economico-sociali flagellate dall’aumento dei prezzi sull’onda dell’inflazione e dell’aumento dei costi energetici, il Governo di cui faccio parte ha ritenuto sommamente di tutelare il diritto costituzionale alla salute garantito dall’arti. 32 della nostra Carta, stanziando per il prossimo anno, in aggiunta all’incremento di 2,3 miliardi già previsto dalla precedente legge di bilancio, un ulteriore incremento di ben 3 miliardi, per un totale incrementale nell’anno di 5,3 miliardi”. 

Se quindi il Governo auspica un rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale, le associazioni e i sindacati di riferimento denunciano un forte indebolimento del fattore umano, degli attori protagonisti del settore. 

Il segretario generale del Sumai Assoprof, Antonio Magi, durante i lavori del 55esimo congresso, ha spiegato: “Entro il 2025 perderemo fisiologicamente 14.493 medici di medicina generale e pediatri di libera scelta; 3.674 specialisti ambulatoriali; 20.500 dirigenti medici per un totale di 38.667 medici senza contare i prepensionamenti, le dimissioni volontarie e i medici che emigrano all’estero”. 

La sensazione di abbandono che provano oggi i medici dopo il COVID – ha riferito ancora – come tutto il personale sanitario, e la scarsa attenzione alla manutenzione del SSN stanno portando molti medici e professionisti della sanità, soprattutto quelli più giovani ma non solo, a cercare strade alternative per vivere la loro professione con meno burocrazia, più sicurezza, migliore retribuzione e migliore organizzazione”.

In buona sostanza, il rapporto chiarisce che a partire dall’anno in corso i pensionamenti saranno sostanziali. Per essere chiari: nel 2023, complessivamente, i camici bianchi in  uscita saranno 12.763, 12.748 nel 2024 e 13.156 nel 2025. 

La questione, in realtà, non riguarda i pensionamenti in quanto tale, ma la scarsa rigenerazione di risorse, per diversi fattori (che vanno dalla formazione, all’inserimento fino ad arrivare allo stipendio). Allo stato attuale, e ne va tenuto conto, il 45% degli ospedalieri è over 60.

medici: 40.000 professionisti in uscita

 

Quali soluzioni?

Magi ha condiviso, durante il congresso, delle soluzioni plausibili, ma anche posto l’accento sui cambiamenti del sistema sanitario nazionale. Ovvero, ha indagato il processo di privatizzazione e cosa comporterebbe: “le scelte fatte finora ci stanno portando ad un bivio: Sanità pubblica o Sanità privata? Se la sanità virerà verso il privato questa scelta comporterà per gli italiani maggiori costi a causa delle regole di un mercato spietato fatto solo di profitto. Ciò significa addio all’universalismo, all’equità e all’uguaglianza dei cittadini davanti alla malattia […] una sanità pubblica debole porterà costi elevati in termini di salute e questo inciderà inevitabilmente sul sistema produttivo per giornate di lavoro perse costando così al nostro Paese molti punti di PIL”.

Allora, affinché il SSN pubblico possa vivere una nuova primavera, servono investimenti. Serve, secondo il Segretario generale di Sumai Assoprof, lavorare sulle retribuzioni degli operatori sanitariÈ assolutamente necessario cercare risorse economiche per portare le retribuzioni dei medici e degli operatori sanitari ai livelli europei. In attesa di risorse aggiuntive si può pensare di applicare una momentanea defiscalizzazione dei compensi prevedendo una flat-tax del 24% forfettario per tutti i sanitari che operano nel pubblico sino a risorse sufficienti stanziate per le retribuzioni”. 

Nel quadro generale risultano essere elementi fondamentali per la ripresa anche i temi della formazione e delle liste di attesa. “Appare necessaria – ha spiegato Magi – una riforma del percorso formativo che potrebbe essere strutturata, ad esempio, dai primi 4 anni teorici uguali per tutti, seguiti poi da 4 anni di formazione specialistica pratica o come medicina generale o come specializzazione in una specifica branca della medicina a cui seguono 3 anni, facoltativi, di super specializzazione attraverso master universitari”.

Sulle liste d’attesa e la gestione delle stesse da parte delle Regioni: “Attualmente gli specialisti ambulatoriali sono titolari di incarichi a tempo indeterminato che vanno dalle 5 alle 30 ore settimanali, con una media di 25 ore. Da subito si potrebbe pensare ad un incremento medio stimato intorno alle 7 ore settimanali che porterebbe l’attuale media oraria dalle 25 alle 32 ore settimanali.

Le Regioni che si lamentano delle lunghe liste d’attesa e della mancanza di specialisti invece dei medici stranieri potrebbero proporre ai nostri colleghi che non hanno il massimale orario e che operano a tempo indeterminato, quindi già in servizio nelle loro Aziende Sanitarie, un incremento orario ai sensi dell’art. 20 comma 1 del vigente ACN. Chiediamo dunque alle Regioni di proporre la trasformazione immediata a tempo indeterminato per i contratti degli specialisti ambulatoriali che attualmente operano a tempo determinato nel SSN”.

Il futuro del ssn pubblico: preoccupano i dati anche di medicina d’emergenza-urgenza

A complicare ulteriormente lo scenario sono gli ultimi dati condivisi da Giovani Medici per l’Italia in collaborazione con Anaao Giovani e Associazione Libera Specializzandi. Basti pensare che per quest’anno una borsa di specializzazione medica su quattro potrebbe non essere assegnata. Più specificatamente: nelle scuole di formazione specialistica, attualmente, i posti già occupati sono 11.688 a fronte dei 16.165 disponibili. 

Nel campo medicina d’emergenza-urgenza, su 855 contratti messi a disposizione ne è stato assegnato il 31%, pari a 266 effettivi.

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